La dovizia di sensazioni che si riesce ad accumulare camminando non può essere eguagliata
in alcun altro modo

 

Alzati e cammina (Escursioni e Serendipity)

 
     

Non è un ordine, ma un ottimo suggerimento rivolto a chi, pur avendone la possibilità, non si adopera per godere degli innumerevoli piaceri e benefici oggettivi derivanti dal semplice uso delle loro capacità motorie. Non è necessario che si verifichi un nuovo miracolo, è alla portata di tutti.
E’ sufficiente una piccola dose di buona volontà supportata da un minimo di intelligenza. Senza dover scomodare evoluzionisti e antropologi di qualsiasi epoca, appare evidente a chiunque che l’essere umano è nato per muoversi a piedi ed è inutile elencare tutte le conseguenze positive derivanti da un’attività deambulatoria giornaliera, suggerita perfino dopo cena da una delle norme più famose del Regimen Sanitatis Salernitanum: “Post prandium aut stabis aut lento pede ambulabis, post coenam ambulabis”.
Da che mondo è mondo l’uomo si è spostato a piedi, ma continua a farlo sempre meno in quanto gli aiuti meccanici (ascensori, auto, moto, treni, ecc.) ne riducono di molto l’effettivo bisogno. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, spesso ulteriormente aggravate da alimentazione cattiva (non nel senso di scarsa, al contrario!) e stili di vita poco salutari. In passato si coprivano a piedi enormi distanze per viaggi e pellegrinaggi, per non parlare delle guerre che comportavano lo spostamento di eserciti di migliaia di uomini, quasi tutti appiedati, per centinaia e centinaia di chilometri; distanze relativamente più brevi venivano coperte per cacciare, per condurre animali ai pascoli, per le migrazioni stagionali, per commerciare beni e prodotti. Oggi purtroppo (o per fortuna?) la cultura del camminare in ambiente naturale con cognizione di causa è molto poco diffusa dalle nostre parti e quelli come me vengono spesso additati come persone “strane” per il solo fatto di muoversi spesso a piedi, senza alcuna reale necessità.

    
 

Tutti i camminatori assidui si trovano continuamente di fronte al dilemma di due postulati fondamentali, logici e, purtroppo, inesorabilmente contrapposti:
* camminando più velocemente o più a lungo si coprono distanze maggiori e quindi si ha la possibilità di raggiungere mete lontane e meno frequentate il che spesso equivale a dire luoghi più interessanti e gratificanti;
* rallentando o addirittura sostando in silenzio si potranno apprezzare il piccolo fiore, la formica, il volo di un rapace (evitando di camminare con il naso all’aria), i rumori più lievi della natura, ma ovviamente non ci si allontanerà molto dal punto di partenza.
Il dilemma è quindi: approfondire o spaziare? Io di solito propendo per lo spaziare anche per il significato intrinseco del termine: il camminatore vero si muove nello spazio che lo circonda, vagabonda, esplora, riparte alla ricerca di nuovi territori a lui sconosciuti, ma non va in profondità (a meno di essere uno speleologo). Per definizione si aggira, talvolta senza meta, sulla superficie terrestre e muovendosi in habitat diversi coglie le infinite occasioni che gli si presentano per girovagare fra i vari ambienti della conoscenza e della scienza: storia, archeologia, architettura, antropologia oltre a geologia, botanica e zoologia con tutte le sue branche quali erpetologia, entomologia, ornitologia e via discorrendo.
In ambiente naturale è bello affidarsi a turno ai vari sensi ricercando (senza essere mai molesti) l’animale di cui si è percepito il verso fra le frasche o dove lo si è visto nascondere, tentando di localizzare l’uccello del quale si è sentito il canto o l’aromatica di cui si è percepita la fragranza e assaggiando il frutto che colpisce per l’aspetto invitante. A seconda dei propri interessi, esperienze e capacità e in dipendenza dell’ambiente attraversato e del terreno sul quale si procede, il saggio camminatore adatta la sua velocità cercando di ottimizzarla momento per momento, anche con continue variazioni di ritmo.



 




L’abilità (acquisibile con l’esperienza) consiste nel procedere con passo felpato per non disturbare la fauna e per riuscire ad ascoltare i rumori più lievi, sicuro e regolare per ottimizzare il consumo di energie, al tempo stesso spedito per raggiungere mete più distanti, vette panoramiche e ambienti non ancora esplorati; tutto ciò con i sensi sempre allertati per non farsi sfuggire occasioni che non si presenteranno una seconda volta. Anche io, che talvolta percorro oltre 400 km a piedi in un mese, ricordo perfettamente il momento in cui ho incontrato la mia unica salamandrina dagli occhiali (Salamandrina tergiditataa) sotto un’acqua battente o il mio primo cervone ((Elaphe quatuorlineataa) comodamente allungato attraverso il sentiero, come a sbarrarmi la strada..
Nel primo caso il mio occhio, mentre scandagliava rapidamente il sentiero pietroso invaso dall’acqua, inaspettatamente colse una sottile striscia di colore rosso vivo, che risultava essere fuori luogo in mezzo ai rivoletti di acqua terrosa che scorrevano fra le pietre. Aguzzando la vista realizzai che si trattava della parte inferiore visibile della coda di questo piccolo anfibio (raramente supera i 10 centimetri, coda inclusa) molto difficile da incontrare essendo poco comune e avendo abitudini notturne. Al contrario, nel secondo caso il mio incontro fu favorito non dalla vista, ma dall’udito; risalendo una valle selvaggia alle prime luci del giorno, lungo un sentiero quasi del tutto abbandonato, la mia attenzione fu richiamata da un rumore lieve,, un soffio più che un sibilo (che viene di solito associato ai serpenti), ma non tirava un alito di vento e di certo non si trattava di una persona visto che davanti a me c’erano solo cespugli bassi e quasi impenetrabili. Immobile e in silenzio cominciai a esaminare l’area circostante cercando un ulteriore indizio: qualcosa che si muovesse, una traccia nell’erba, un colore diverso e solo dopo alcuni secondi realizzai che quello che sembrava un tronchetto giacente di traverso sul sentiero era in effetti la parte mediana di un grosso cervone (il più lungo serpente italiano, assolutamente innocuo, che può superare i due metri di lunghezza). Purtroppo il pur lieve rumore che provocai per aprire lo zaino bastò per indurlo a scomparire nella macchia prima che avessi avuto la possibilità di fotografarlo..La novità è sempre presente e nessuna passeggiata può considerarsi uguale alla precedente anche se effettuata lungo un identico percorso, così come un fiume la cui acqua è sempre diversa pur correndo nello stesso alveo, fra due rive più o meno immutabili..
E proprio per questo l’escursionismo è uno dei campi ideali per l’applicazione della serendipità, brutto neologismo italiano per fortuna ancora poco comune in quanto, per ragioni di moda e di originarietà, viene più frequentemente utilizzato il termine serendipity assai diffuso nel mondo anglosassone già dal secolo scorso. Questo vocabolo inglese fu coniato dal letterato Horace Walpole nel 1754 dopo aver letto la fiaba persiana di Cristoforo Armeno "I tre Principi di Serendippo" (da Serendip, antico nome dell’isola di Sri Lanka).

 

La storia narra delle continue scoperte fatte dai tre principi dovute sì al caso, ma anche e soprattutto alla loro sagacia e alla loro capacità di osservazione. In effetti i tre principi utilizzavano l’abduzione (processo logico, ma quasi un’arte) che permette di giungere a conclusioni molto verosimili ancorché non certe. Nel corso del tempo dal significato iniziale si è passati a dar più peso alle conclusioni tratte che al procedimento logico e quindi oggi comunemente per serendipity s’intende sia la capacità, che il processo o l’avvenimento di cogliere dei risvolti utili derivanti da un risultato sbagliato o un evento inaspettato.
Viene intesa come la capacità di trovare o creare cose di valore per caso, di identificare pregi e risvolti positivi di un risultato inatteso, scoprire qualcosa di imprevisto mentre si sta ricercando tutt'altro, interpretare correttamente un fenomeno casuale nel corso di un’indagine scientifica diversamente orientata, cogliere al volo le opportunità derivanti dal caso e dalla fortuna, cercare una cosa interessante e, senza volerlo, trovarne una strabiliante. Su questi temi è stata di recente organizzata una conferenza dal significativo titolo “Serendipità: finché non la conosci pensi sia solo fortuna”. Infatti, anche se molti associano i due termini, essi non sono assolutamente sinonimi e la maggior parte delle scoperte continuano a nascere dal caso, dalla sagacia e dall'osservazione, i tre elementi basilari della serendipity che può considerarsi non solo un metodo di ricerca, ma anche une stile di vita. Pasteur diceva “Il caso favorisce la mente preparata” e a prova di ciò è utile ricordare che numerose importanti scoperte scientifiche, tecnologiche e mediche - fra le quali la legge di gravità (grazie alla famosa mela caduta in testa a Newton), il principio d’Archimede (che gli fece gridare Eureka), il nylon, il teflon, il velcro, il post-it, l’insulina, la penicillina - ne sono esempi lampanti. Solo applicando i metodi della serendipity il camminatore raziocinante troverà sempre nuovi spunti e nuovi motivi per esplorare territori prima sconosciuti o osservare i continui cambiamenti che si succedono ininterrottamente anche in aree relativamente circoscritte. Il non sapere cosa si stia cercando o la consapevolezza di non cercare niente in particolare stimolano nell’escursionista una tensione positiva che quasi mai resta priva di gratificazioni e di stimoli. Questi a loro volta portano a nuove scoperte, solo momentaneamente appaganti, e quindi a ulteriori aspettative che diventano incentivi per continuare ad errare in tutti gli ambienti possibili.
Anche se è opportuno partire con un progetto, mira o destinazione, è altrettanto fondamentale essere sempre ed in ogni momento pronti a modificare, adattare, variare i propri piani in conseguenza di circostanze, eventi, incontri, percezioni e tracce. E’ importante saper valutare i minimi indizi, anche quelli che ai più possano sembrare assolutamente insignificanti o privi di interesse come una piccola impronta sul terreno, un rumore insolito o semplicemente un colore insolito per un certo habitat. In conclusione, per godere appieno di una camminata di qualsiasi lunghezza e impegno, a prescindere dall’ambiente nel quale si sviluppa, si deve procedere con apertura mentale e con la giusta concentrazione non solo sull’avanzamento, ma anche su tutto ciò che ci circonda perché l’insolito, il bello, lo straordinario sono sempre a portata di mano, di occhio o di orecchio e non si deve perdere l’occasione di goderne in quanto sono spesso situazioni pressoché irripetibili.







 


© Giovanni Visetti

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