POST CINEMATOGRAFICI

indice completo dei  1300 film 2016 - 2018

lista film (pdf)  2015   2014   2012-13

2016

1 - 50

51 - 100

101 - 150

151 - 200

201 - 250

251 - 300

301 - 350

351 - 403

 

2017

1 - 50

51 - 100

101 - 150

151 - 200

201 - 259

260 - 299

300 - 349

350 - 399

400 - 443

2018

1 - 50

51 - 100

101 - 150

151 - 200

201 - 250

251 - 300

301 - 350

351 - 400

401 - 454

2019

1 - 50

51 - 100

       

micro-recensioni dei film guardati nel 2016   (dal 251°al 300°)


leggi tutte le 50 micro-recensioni (in basso, dopo i poster)

Ken Loach, Irl, 2006

Q. Tarantino, USA, 1997

John Huston, USA, 1956

Eric Rohmer, Fra, 1962

Sidney Lumet, USA, 1989

Ken Loach, Irl, 1971

Eric Rohmer, Fra, 1962

Michael Apted, UK, 1979

W. A. Wellman, USA, 1943

Ken Loach, UK, 2004

W. A. Wellman, USA, 1937

Howard Hawks, USA, 1948

Nicholas Ray, USA, 1954

Henry Hathaway, USA, 1969

William Wyler, USA, 1958

John Milius. USA, 1973

Kevin Smith, USA, 1997

Otto Preminger, USA, 1952

Bahman Ghobadi, Iran, 2000

Otto Preminger, USA, 1944

Bahman Ghobadi, Iran, 2002

Bahman Ghobadi, Iran, 2009

Ang Lee, Taiwan, 1993

John Badham, USA, 1977

F. Ford Coppola, USA, 1962

Ken Loach, UK, 2007

Stanley Kubrick, USA, 1952

Archie Mayo, USA, 1946

D. W. Griffith, USA, 1916

Bahman Ghobadi, Iran, 2004

John Cromwell, USA, 1939

James Mangold, USA, 1995

Frank Capra, USA, 1941

Stephen Hopkins, UK, 2004

Frank Pierson, UK, 2001

Kihaci Otamoto, Jap, 1969

Frank lloyd, USA, 1945

Stanley Kubrick, USA, 1957

Taylor Hackford, USA, 2004

Michael Blakemore, Aus, 1994

Roger Corman, USA, 1967

B. Bertolucci, Cina, 1987

Francesco Rosi, Ita, 1963

Erich von Stroheim, USA, 1929

Billy Wilder, USA, 1974

Kinji Fukasaku, Jap, 1983

Daniel Monzon, Spa, 2009

Howard Hawks, USA, 1959

Howard Hawks, USA, 1967

Simon Curtis, UK, 1999

251 * “The Wind That Shakes the Barley” (di Ken Loach, Irl, 2006) tit.it. “Il vento che accarezza l'erba” * con Cillian Murphy, Padraic Delaney, Liam Cunningham, Orla Fitzgerald
A distanza di una decina di anni ho ri-guardato con molto piacere e rinnovato interesse questo film che descrive in modo quasi magistrale le tensioni, i danni e le conseguenze delle guerre civili.
In pochi anni, subito dopo la I Guerra Mondiale, l’Irlanda visse una sanguinosa guerra di liberazione che tuttavia raggiunse solo una parte degli obiettivi e quindi sfociò in una guerra civile fra coloro che si “accontentavano” e quelli che volevano continuare la lotta fino a raggiungere la piena indipendenza.
Ken Loach, che spesso ha affrontato drammi di questo tipo - con una commistione fra il sociale, il politico e i legami famigliari - si trova quindi assolutamente a suo agio nel raccontare prima una “guerra partigiana” (argomento relativamente comune) per passare poi repentinamente alla guerra civile e descrivere i ben più tragici scontri all’interno delle stesse comunità, addirittura fra fratelli.
Ben interpretato, sostenuto da belle scene ben riprese e diretto con mano ferma da Loach, poche (lievi) pecche si possono trovare solo nella sceneggiatura, qua e là troppo didascalica, talvolta incongruente.
Da non perdere, ma non consigliato ai troppo sensibili a causa della violenza di varie scene, fino alle torture.
IMDb 7,5 RT 89%  Palma d’Oro a #Cannes

 
252 * “Jackie Brown” (di Quentin Tarantino, USA, 1997) * con Pam Grier, Samuel L. Jackson, Robert Forster, Robert De Niro, Bridget Fonda, Michael Keaton
Terzo lungometraggio di Tarantino, che segue due dei suoi più famosi film - “Reservoir Dogs” (1992) e “Pulp Fiction” (1994) - ma se ne distacca abbastanza nettamente. Il passo è più lento anche se molto ben ritmato, in particolare nelle sequenze chiave, c’è maggior analisi dei personaggi e la scelta degli attori sembra perfetta. Non per niente molti, soprattutto quelli che non amano il troppo sangue, lo reputano il suo miglior film. Le poche morti sono rapide e praticamente non si vedono, tutt’al più appare qualche schizzo di sangue. Trattandosi di una trama contorta, ma arguta, incentrata su una molteplice truffa non dirò niente di più.
Mi sono piaciuti De Niro in un ruolo secondario e insolito, l’onesta performance di Samuel L. Jackson e le ottime interpretazioni della poco conosciuta Pam Grier (nonostante avesse esordito alla corte di Corman nel 1971) e di Robert Forster che ottenne la Nomination come miglior attore non protagonista. Si calano bene nelle rispettive parti anche Bridget Fonda, Michael Keaton.
Curiosità: il film che Fonda e De Niro guardano in TV è “La belva col mitra” (Sergio Grieco, 1977) con Helmut Berger (menzionato) e Marisa Mell ... usuale citazione di “B-movies”, in particolare italiani, dei quali Tarantino è dichiarato fan.
IMDb 7,5 RT 87%  *  Nomination Oscar per Robert Forster (attore non protagonista)


253 * “Moby Dick” (di John Huston, USA, 1956)
con Gregory Peck, Richard Basehart, Leo Genn, Orson Welles, Harry Andrews
Bel film, seppur datato, tratto dall’omonimo classico della letteratura mondiale ed interpretato da uno stuolo di ottimi attori “sottoposti”, è il caso di dire, ad un Gregory Peck / Capitano Achab superlativo, che terrorizza con il solo sguardo. Ho scoperto che c’è anche Orson Welles, non sempre citato fra gli interpreti principali (ma il suo nome è ben evidenziato sui poster) in quanto appare solo nella parte iniziale, proferendo un significativo sermone (Giona e la Balena) da un originale pulpito a forma di prua di nave..
Ishmael è interpretato da Richard Basehart, nome non famosissimo anche se ha lavorato tanto, anche in Italia con registi di rilievo come Soldati, Bolognini e Fellini (“La strada” e “Il bidone”). In effetti tutti fanno la loro brava parte in quanto l’equipaggio è composto da tanti ottimi caratteristi, facce più che note alle quali tuttavia pochi sanno associare un nome.
Ennesimo ottimo lavoro di Huston che però per lo scontro finale fra Achab e Moby Dick si lascia un po’ prendere la mano dagli effetti speciali, ma è perdonabile vista l’importanza del film, la difficoltà di rappresentare quelle scene che 60 anni più tardi Ron Howard nel suo “In the Heart of the Sea” (Le origini di Moby Dick, 2015) non è riuscito a proporre in modo migliore nonostante gli incredibili passi avanti della tecnologia. A questo film, assolutamente non un remake di quello del ’56, riconosco il solo merito di raccontare i veri avvenimenti che fornirono a Melville le basi per la stesura del suo romanzo.
Questo film di Huston è un classico che merita senza dubbio una visione, tenendo ben presente il periodo nel quale è stato girato; per quell’epoca, fu fatto un eccellente lavoro, in particolare per le scene di caccia alla balena.
Curiosità: prima di Huston, solo altri due registi si erano cimentati sul tema e quasi contemporaneamente senza però ottenere grande successo: Lloyd Bacon (“Moby Dick”, 1930, con il famoso John Barrymore) e Michael Curtiz (“Dämon des Meeres”, 1931 - trad. lett. “Il demone dei mari”), proprio lo stesso che una decina di anni dopo avrebbe diretto Humphrey Bogart in “Casablanca”.
IMDb 7,5 RT 84%

 
254 * “Le signe du lion” (di Eric Rohmer, Fra, 1962) tit.it. “Il segno del leone” * con Jess Hahn, Michèle Girardon, Van Doude,
Premessa: Eric Rohmer (il più atipico dei registi della Nouvelle Vague) o si apprezza o non si sopporta ... non ci sono vie di mezzo. O si ama il suo modo di descrivere il carattere e le sensazioni dei personaggi attraverso situazioni apparentemente banali o si odia la lentezza dei suoi film ed il fatto che non accada quasi o assolutamente niente di cospicuo o rilevante.
Non fa eccezione “Il segno del leone”, suo primo vero film dopo 5 medio-cortometraggi, un esordio a 42 anni, ma quando già da tempo era capo-redattore di "Cahiers du Cinema”, diretto dal critico André Bazin e nel cui ambito gravitavano i vari Godard, Truffaut, Chabrol ...
Il protagonista quasi assoluto è Pierre Wesselrin (interpretato dal misconosciuto Jess Hahn), un bohemien senza né arte né parte, descritto seguendolo nelle sue serate con amici e poi attraverso l’improvvisa felicità per una eccellente notizia (attribuita agli auspici astrologici) e il successivo rapido declino fino al finale a sorpresa (che non sempre esiste nei film di Rohmer).
A me piace il suo stile in quanto apprezzo la cinematografia più delle storie e quindi ho gradito anche questa sua opera prima nella quale sono solo perplesso per quello che mi è apparso un rallentamento eccessivo nella parte centrale.
In conclusione, se vi piace Rohmer è da non perdere, in caso contrario fate qualunque altra cosa evitando di sprecate il vostro tempo guardando “Il segno del leone”.
IMDb 7,4

 
255 * “Family business” (di Sidney Lumet, USA, 1989) tit. it. “Sono affari di famiglia” * con Sean Connery, Dustin Hoffman, Matthew Broderick
Come può accadere che un regista del livello di Sidney Lumet (5 Nomination Oscar e film come “Quinto potere”, “Un pomeriggio di un giorno da cani”, “L’uomo del banco dei pegni”, “Serpico”, ma soprattutto la suo pellicola d’esordio “La parola ai giurati” - tit. or. “12 angry Men”, 100% su RottenTomatoes, al 6° posto nella classifica di tutti i film di tutti i tempi su IMDb) e attori del calibro di Connery e Hoffman, che hanno mietuto successi nei generi più disparati nell’arco delle loro lunghissime carriere, si trovino in uno stesso film che si rivela essere un flop totale? Si dovrebbe pensare che nessuno dei 3 abbia letto la sceneggiatura prima di firmare il contratto ... misteri di Hollywood.
Comprai il dvd attratto dai loro nomi, ma poi andando a verificare i rating in rete già sospettai un bidone ... rivelatosi purtroppo realtà.
Personaggi poco credibili così come la sceneggiatura basata su una storia debole, ma che poteva certo essere trattata in maniera migliore. Incredibilmente anche Connery e Hoffman appaiono svogliati, distaccati e sono affiancati da un Broderick dal quale mi aspettavo di meno eppure riesce a scendere anche al di sotto dei suoi standard.
Non è una commedia, non è un poliziesco, né un thriller, né un dramma ... non ho proprio capito dove Lumet volesse andare a parare e non riesco a immaginare alcun motivo per giustificare la scelta sua e dei due attori protagonisti. Lo hanno fatto per soldi, per scommessa, oppure sono stati minacciati o ricattati?
Family business è senz'altro uno dei film più insulsi che abbia visto negli ultimi anni e la sensazione è accentuata dalle aspettative deluse. Da evitare, a meno che non siate in crisi di astinenza cinematografica e sia l’unico film a disposizione.
IMDb 5,6 RT 38%

 
256 * “Family life” (di Ken Loach, UK, 1971) * con Sandy Ratcliff, Bill Dean, Grace Cave
Al contrario del film dal titolo assonante “Family business” visto ieri, questo di Loach è un ottimo dramma, che colpisce e non si scorda facilmente. Rivisto con piacere (ed in v.o.) dopo una quarantina di anni ho apprezzato ancor di più questo terzo lungometraggio del regista inglese che, oggi ottantenne, non ha ancora ceduto a offerte hollywoodiane (come tanti altri dopo appena un paio di film riusciti) e continua a fare cinema serio ed impegnato con gran successo (almeno di critica) avendo vinto a la Palma d’Oro ed altri due premi a Cannes 2016 con “I, Daniel Blake”.
Tornando al film, per il quale il titolo “Family hell” sarebbe stato forse più adeguato, tratta dei difficilissimi rapporti interpersonali in una famiglia medio borghese inglese, con la protagonista Janice costantemente vessata dai genitori che pur atteggiandosi come premurosi ed affettuosi sono due personaggi al limite della perversione. Dopo un inizio quasi documentaristico, si seguono le disavventure della remissiva Jan che tuttavia, spinta talvolta al limite della sopportazione, esplode “giustificando” così l’affidamento al servizio psichiatrico.
Tutti i membri della famiglia sono molto ben descritti, non solo Janice ed i genitori, ma anche la sorella che compare in un’unica scena. Senza tardare molto Ken Loach riesce, con la sostanziale collaborazione degli interpreti, a far odiare i genitori ben prima di giungere all’escalation conclusiva.
Da non perdere.
IMDb 7,7 RT 84%

 
257 * “Le genou de Claire” (di Eric Rohmer, Fra, 1970) tit.it. “Il ginocchio di Claire” - con Jean-Claude Brialy, Aurora Cornu, Béatrice Romand, Laurence de Monaghan
Si tratta del quinto dei 6 “Racconti morali” di Rohmer, non è fra i miei preferiti, ma devo dire che anche questo si sviluppa con il solito garbo, acume e attenzione ai particolari. La descrizione dei vari personaggi tramite le loro aspirazioni, aspettative, racconti e analisi di esperienze passate è precisa e rivela piccole manie e punti deboli. Come al solito, gli spettatori frettolosi e poco attenti sosterranno che nel film non succede niente e, per quanto riguarda strettamente l’azione, hanno quasi ragione, ma prestando la dovuta attenzione ai dialoghi e agli sguardi ed espressioni dei protagonisti si può ben dire che c’è tanto su cui riflettere.
Una nota finale: pur non essendo ferrato in francese, ho notato la pronuncia inusuale e monocorde di Aurora Cornu (la scrittrice Aurora nel film) che contribuisce a rendere ulteriormente infastidente la sua recitazione del tutto piatta. Una velocissima ricerca mi ha portato a scoprire che effettivamente non è francese, è veramente una scrittrice e che come attrice (giustamente) non ha avuto un grande successo visto che ha partecipato a soli 2 film, entrambe di Rohmer, l’altro è “L'amour l'après-midi” (1972, tit. it. “L’amore il pomeriggio”) nel quale però non è co-protagonista ma ha solo una parte brevissima, in un ricordo.
IMDb 7,8 RT 84%

 
258 * “Agatha” (di Michael Apted, UK, 1979) tit. it. “Il segreto di Agatha Christie”  *  con Dustin Hoffman, Vanessa Redgrave, Timothy Dalton
Strano film “Agatha”, ipotesi al limite del credibile di quanto sarebbe accaduto negli undici giorni del 1926 durante i quali la famosa autrice di gialli Agatha Christie scomparve per davvero per poi riapparire sana e salva, ma senza fornire alcuna spiegazione in merito a quanto fosse successo nel frattempo.
Oscillando fra commedia e giallo classico, la trama si dipana in modo snello in un’ottima ricostruzione d’epoca, nella campagne del North Yorkshire e nella stazione termale di Harrogate. Protagonista assoluta è Vanessa Redgrave nelle vesti di Agatha Christie, con l’onnipresente Dustin Hoffman nei panni del misterioso americano Wally Stanton. Nessuno dei due fornisce però una prestazione memorabile.
Una storia non proprio degna della penna della Christie, ma senz’altro buona base per un piacevole thriller-commedia.
IMDb 6,4 RT 82%

 
259 * “Lady of Burlesque” (di William A. Wellman, USA, 1943) * con Barbara Stanwyck, Michael O'Shea, J. Edward Bromberg
In questo film Barbara Stanwyck esce dai suoi classici ruoli noir e si esibisce ballando e cantando sul palcoscenico, in spettacoli di rivista. (il “Burlesque” del titolo deve essere inteso come puro avanspettacolo e non nell’accezione moderna).
Tutto si svolge all’interno di un teatro, per lo più dietro le quinte e nei camerini e, dopo un inizio più tendente alla commedia quasi musicale, si passa ad un giallo leggero.
Dopo un misterioso tentativo di strangolamento andato a vuoto, l’assassino riesce nel suo intento omicida con altre vittime.
Niente di memorabile, ma è una discreta commedia-musical-crime-romantica caratteristica di quel periodo.
IMDb 6,4 RT 60%

 
260 * “Ae fond kiss” (di Ken Loach, UK, 2004) tit. it. “Un bacio appassionato” * con Atta Yaqub, Eva Birthistle, Ahmad Riaz
A distanza di 37 anni dal suo esordio con “Poor cow” e a 33 da “Family life” (il film che lo rese noto, pluriprmiato a Berlino, recensito al n. 256), Ken Loach ci propone un ennesimo dramma famigliare seppur meno “violento” ed allargato a numerosi altri temi. Un giovane pakistano, nato e cresciuto a Glasgow (Scozia, UK) casualmente incontra una irlandese e se ne innamora, pur essendo a poche settimane dal suo matrimonio, ovviamente combinato.
In un frenetico susseguirsi di situazioni corrispondenti alle realtà quotidiane, o almeno estremamente plausibili, Loach mette in risalto contraddizioni, ipocrisie, fondamentalismi religiosi (anche cattolici), falsi dogmi di onore e appartenenza (sia per razza che per famiglia), insulse consuetudini e chi più ne ha più ne metta.
Fra i tanti personaggi irritanti (chi più e chi meno) si distinguono l’eterno indeciso protagonista Casim (Atta Yaqub) e la finta tonta ma subdola Roisin (Eva Birthistle), altri sono solo obnubilati dalle loro convinzioni, giuste o sbagliate che siano. L’unica che sembra avere un po’ di spina dorsale, indipendenza e logica è proprio la più giovane della famiglia, Tahara (Shabana Bakhsh).
Accessibile a tutti, il film assume particolare valenza per quelli che sanno qualcosa di immigrazione, integrazione, razzismo e scontri culturali in genere,
Più che raccomandato, i 100 minuti passano in un attimo, senza rallentamenti.
Ken Loach colpisce ancora!
IMDb 7,2 RT 88% * 2 premi a Berlino

 
261 * “A Star Is Born” (di William A. Wellman, USA, 1937) tit. it. “E’ nata una stella” * con Janet Gaynor, Fredric March, Adolphe Menjou, Lionel Stander
Classica commedia americana degli anni ’30, una delle più famose e amate visto che è una classica realizzazione del “sogno americano”, ragazza povera del North Dakota va a Hollywood sognando di diventare una star e non solo ci riesce ma vince anche un Oscar. Almeno questa parte della storia è talmente conosciuta e ovvia (il successo è annunciato nel titolo) che non penso di aver svelato un gran segreto. Il film è pieno di piccole sorprese e scorre piacevolmente le scene romantiche, drammatiche e da commedia pura (come quelle in cui appare l’ineffabile nonna) sono ben distribuite e bilanciate. Questo è la pellicola ORIGINALE, con attori relativamente poco conosciuti (anche se March ha vinto 2 Oscar, nel 1931 per “Dr. Jekill e Mr. Hyde e nel 1948 per “I migliori anni della nostra vita” di W. Wyler), forse quello più conosciuto in Italia (se lo si riconosce) è il giovane Lionel Stander nel ruolo di Libby, l’addetto stampa.
Sentendo solo il titolo, ai più viene però in mente uno dei due più famosi, ma non per questo migliori, remake: quello del 1954 per la regia di George Cukor, con Judy Garland e James Mason (nel quale i personaggi sono uguali e mantengono identici nomi Norman Maine e Esther Blodgett), e quello modernizzato del 1976 di Pierson con Barbra Streisand e Kris Kristofferson che dei personaggi originali mantengono solo il nome ma non il cognome, diventando rispettivamente Esther Hoffman e Norman Howard. Per concludere questa carrellata dei remake si sappia che ne esiste uno filippino (mai visto un film filippino?) del 1973 e che un altro è previsto in uscita per il 2017 con regia di Bradley Cooper, il quale sarà anche protagonista affiancato da Lady Gaga.
Fra tutte queste citazioni ho parlato poco di questo “E’ nata una stella”, ma c’è poco da dire, è da guardare. Perfetto per l’epoca, certamente appare oggi datato, ma gli si deve riconoscere una buona regia, ottima sceneggiatura e per di più tutti gli attori interpretano perfettamente le loro parti.
NB - Il film è di pubblico dominio e su YouTube è disponibile anche in HD (720p)
IMDb 7,6 RT 100% 2 Oscar e 6 Nomination

 
262 * “Red River” (di Howard Hawks,, USA, 1948) tit. it.”Il fiume rosso” * con John Wayne, Montgomery Clift, Joanne Dru, Walter Brennan, John Ireland
“Red River” lo troverete incluso in tutte le liste dei “Best xx film western”. Infatti è un ottimo film, diretto da un maestro, interpretato da due attori come John Wayne e Montgomery Clift, dalla stessa parte ma sempre in conflitto, la parte romantica con le bellocce di turno è limitata, così come i pellerossa appaiono in una sola scena, magnifiche riprese esterne.
Tutto ruota attorno al lungo viaggio di trasferimento di circa 10.000 capi di bestiame, attraverso praterie sconfinate per oltre 1.500 chilometri. Famosa la scena della partenza dell’enorme mandria, con la rapida sequenza dei primi piani dei cowboy che lanciano il loro grido particolare.
Se non disdegnate il genere o almeno siete di larghe vedute, è un film da non perdere.
IMDb 7,8 RT 100% 2 Nomination Oscar

 
263 * “Johnny Guitar” (di Nicholas Ray, USA, 1954) * con Joan Crawford, Sterling Hayden, Mercedes McCambridge, Scott Brady, Ernest Borgnine, John Carradine, Ward Bond
Terzo film della serie di western classici nella quale mi sono imbattuto in un mercato di Tenerife, rimanenze di una serie di dvd distribuiti qualche anno fa con El Pais, in inusuali custodie di cartoncino ... 1 Euro/dvd, li potevo mai lasciare sulla bancarella?
Ottimo western, diverso dai soliti. Molto più “psicologico” del solito, un po’ thriller, niente indiani, ma con due donne che si confrontano dominando ognuna un gruppo di uomini che non osano controbattere e eseguono remissivamente i loro ordini e comandi.
Joan Crawford è Vienna, proprietaria dell’hotel-saloon-casinò costruito fra le montagne che attende che venga realizzata la linea ferroviaria e con essa tanti clienti, una donna dura, che sa badare a sé stessa; Mercedes McCambridge è eccellente nella parte di Emma, piena di odio, rancore, acrimonia e perfidia, che riesce ad infiammare gli animi e ad aizzare persone sostanzialmente pacifiche fino a spingerli all’omicidio e addirittura al linciaggio.
Dopo i primi 100 minuti di ottimo cinema, i 10 finali non sono all’altezza dei precedenti ed in particolare trovo che l’ultimo sia veramente mediocre e banale dal punto di vista cinematografico, cadendo nel cliché del solito lieto fine e quindi lasciando nello spettatore un senso di delusione.
IMDb 7,7 RT 97%

 
264 * “True Grit” (di Henry Hathaway, USA, 1969) tit. it. “Il Grinta” * con John Wayne, Kim Darby, Glen Campbell, Robert Duvall, Dennis Hopper
Continuando con la serie di western classici, ecco uno degli ultimi, della fine degli anni ’60, quando il genere non attirava più gli spettatori come una volta.
“True Grit” è la storia di una lunga caccia che ha per protagonisti un Marshal ubriacone (Wayne), un Texas Ranger (Glen Campbell) ed una adolescente (Kim Darby) molto determinata nel voler assicurare alla giustizia l’assassino di suo padre. Molto ricco di avvenimenti e di personaggi, il film scorre piacevolmente e mai in modo banale fino alla fine. Notevole la partecipazione di Robert Duvall e singolare breve apparizione del poliedrico Dennis Hopper, subito dopo l’uscita di “Easy Rider” del quale fu regista e protagonista al fianco di Peter Fonda e Jack Nicholson.
Dopo essere stato protagonista in ben oltre 100 film, con questa interpretazione di Rooster Cogburn, John Wayne ottenne l’unica statuetta della sua lunga carriera, 178 film in 50 anni). Il personaggio fu riproposto sette anni dopo in “Rooster Cogburn” (Stuart Millar, 1975, con Katerine Hepburn, tit. it. “Torna El Grinta”), pellicola non degna di nota, penultima apparizione di John Wayne.
Al contrario è d’obbligo menzionare l’ottimo remake dei f.lli Coen nel 2010 (stesso titolo originale e italiano, IMDb 7,7 RT 96%, 10 Nomination ma nessun Oscar) con i tre protagonisti interpretati da Jeff Bridges, Matt Damon e Hailee Steinfeld, storia molto simile ma non fedelissima all’originale, in particolare nel finale. Pur essendo “paralleli”, le regie e le interpretazioni sono abbastanza diverse ed esprimere preferenze per l’uno o per all’altro è veramente difficile. Si dovrebbero guardare entrambe, possibilmente uno subito dopo l’altro.
Curiosità: il protagonista è guercio in entrambe le versioni e porta la classica benda sull’occhio, ma John Wayne ce l’ha sul sinistro, Jeff Bridges sul destro. Sono convinto che non si tratti una svista bensì di una precisa scelta dei Coen, anche se mi sfugge il vero motivo.
IMDb 7,4 RT 90% Oscar a John Wayne + una Nomination

 
265 * “The big country” (di William Wyler, USA, 1958) tit. it. “Il grande paese”
con Gregory Peck, Jean Simmons, Carroll Baker, Charlton Heston, Burl Ives, Chuck Connors
Altro western quasi sempre incluso fra primi nelle classifiche di genere ed anche questo, come i precedenti recensiti, non segue uno schema usuale. Molto del suo successo è probabilmente dovuto alla grandiosità degli esterni esaltati dal Technirama, formato 2.35:1. La trama, infatti, non è eccezionale e si stacca spesso dall’argomento principale tipicamente western (contesa per l’accesso all’acqua per le mandrie) e “scade” nel dramma romantico.
Nella maggior parte degli eventi ciò che sta per accadere è facilmente prevedibile, se non addirittura scontato, e troppe scene sono inutilmente tirate per le lunghe fino ad ottenere il risultato di un noioso quasi western di 2h40’.
Chiaramente questa megaproduzione non è assolutamente da buttare, ma leggendo i credits sarebbe stato lecito aspettarsi molto di più. William Wyler non si discute, ma certamente questo genere non è quello a lui più congeniale, e fra i tanti buoni o ottimi attori del cast nessuno fornisce prove assolutamente memorabili salvo, forse Burl Ives (che ottenne l’Oscar) e Chuck Connors che, per questa interpretazione (ma più per il personaggio) viene considerato uno dei peggiori farabutti dei western. Se il nome non vi dice molto, guardate le foto.
“The big country” viene da molti considerato il primo western “pacifista”.
IMDb 7,9 RT 100%

 
266 * “Dillinger” (di John Milius, USA, 1973) * con Warren Oates, Ben Johnson, Michelle Phillips, Harry Dean Stanton, Richard Dreyfuss
Si potrebbe quasi considerare un documentario per l’inserimento di foto e filmati d’epoca, di prime pagine di giornali e per la precisione con i quali vengo rappresentati i fatti. Tutti i personaggi del film hanno i nomi dei veri protagonisti di quella caccia all’uomo (nemico pubblico numero 1) che appassionò gli americani all’inizio degli anni ’30. Viene citato il famoso Hoover (capo dell’FBI) che affidò all’agente Purvis (Ben Johnson) il compito di catturare Dillinger.
Il mito di questo famoso bandito gentiluomo, eppure spietato, ha ispirato oltre una dozzina di film. Questo di Milius è apprezzabile per la scenografia, i costumi e per le interpretazioni, in particolare quelle di Warren Oates (non smetterò mai di dire che è sempre stato sottovalutato) nei panni di Dillinger e di Harry Dean Stanton, incisivo come sempre, tuttora attivo a 90 anni e in procinto di raggiungere le 200 partecipazioni come attore.
La grande pecca del film sono però le troppe (e lunghe) sparatorie, oltretutto poco credibili.
Comunque è un film da vedere, soprattutto per la veridicità della storia.
IMDb 7,0 RT 88%

 
267 * “Chasing Amy” (di Kevin Smith, USA, 1997) tit. it. "In cerca di Amy" * con Ben Affleck, Joey Lauren Adams, Ethan Suplee
Pretenziosa (fallita) commedia seria, che avrebbe voluto affrontare lo sconfinato argomento sessuale-amoroso di coppie stabili e/o occasionali, comunque assortite. Ne risulta una quasi sit-com (ci sono anche numerose scene con i protagonisti seduti sul classico divano, ripresi di fronte) piena di luoghi comuni e stereotipi. Le tante singole situazioni alle quali si accenna avrebbero meritato diversa attenzione, ma con tanta carne a cuocere era inevitabile rimanere nella superficialità e cadere nella banalità.
Inoltre, questo excursus fra omo ed etero sessualità, fra pentimenti, esperimenti, avventure e amore eterno potrebbe essere stato credibile se i protagonisti fossero stati adolescenti o forse appena ventenni e il film ambientato in una cittadina di provincia un po' bigotta, ma non trentenni o giù di lì, professionisti in una grande città. E non perché quelli più maturi non ne parlino, ma certo non in quei termini ... almeno spero.
Ben Affleck che resta imbambolato e a bocca aperta a minuti interi è improponibile.... assolutamente inespressivo, la parte che gli riesce meglio. Per quanto possano contare, sottolineo che i due Oscar che ha vinto non sono per le sue interpretazioni, per le quali non ha mai ottenuto neanche Nomination. Anche fra il resto del cast, tranne forse Joey Lauren Adams, nessuno si distingue in particolar modo. Un’occasione perduta.
IMDb 7,3 RT 89%

 
268 * “Angel face” (di Otto Preminger, USA, 1952) tit. it. “Seduzione mortale” * con Robert Mitchum, Jean Simmons, Mona Freeman
Gran bel noir, non la solita storia di detective, criminali e polizia, piuttosto tende al crime con una breve parte centrale di processo in tribunale. Ottimi i protagonisti, diretti da un gran regista del genere (Anatomia di un omicidio, Vertigine, L’uomo dal braccio d’oro, Un angelo è caduto, ...).
Con questo film Jean Simmons ottenne un successo inatteso, in quanto non voleva la parte (insolita per lei) ed era in rotta totale con il produttore dell’RKO (Howard Hughes, il protagonista del biopic “The Aviator”, di Scorsese con DiCaprio).
Questo fu il primo di tre film che fu obbligata ad interpretare per Howard Hughes che aveva giurato di “distruggere la sua carriera”. E probabilmente lo fece in quanto non le concesse di partecipare come protagonista a “Vacanze romane” (William Wyler, 1953) ed il suo posto fu preso da Audrey Hepburn. Potete leggere tanto altro in merito alla problematica carriera di Jean Simmons in questo articolo nel cui titolo si parla chiaramente di “sabotaggio” e illustra lo scontro legale fra Hughes e Simmons oltre a numerosi altri interessanti aneddoti.
http://www.dailymail.co.uk/tvshowbiz/article-1245806/Jean-Simmons-Beauty-said-Howard-Hughes--sabotaged-Hollywood-career.html
Molti dicono che la sua immagine soffrì anche della straordinaria somiglianza con Elizabeth Taylor, di tre anni più giovane, entrambe inglesi, di origine londinese.
Come suo solito, Otto Premigner non fornisce troppi indizi e non è quasi mai chiaro coe si svilupperà la storia. Forse il finale è più prevedibile, ma il modo in cui si arriva all’ultima scena è molto ben studiato. Da non perdere.
IMDb 7,3 RT 92%

 
269 * “Il tempo dei cavalli ubriachi” (di Bahman Ghobadi, Iran, 2000) tit. or. “Zamani barayé masti asbha” tit. int. “A Time for Drunken Horses” * con Ayoub Ahmadi, Rojin Younessi, Amaneh Ekhtiar-dini
Bahman Ghobadi, dopo essere stato assistente di Abbas Kiarostami e attore protagonista in “Lavagne”, esordisce alla regia e sceneggiatura con questo film, girato con attori non professionisti nel suo paese natale, nel non definito territorio del Kurdistan, fra Iran e Iraq.
Pur godendo di uno stile più che apprezzabile di cinéma vérité , fra realismo e documentarismo, il film colpisce maggiormente per la genuinità delle immagini e la semplicità con la quale mostra, senza melodrammi, una realtà della quale ben pochi di noi hanno la benché minima idea. Pur svolgendosi in una comunità estremamente povera, traspare sempre la dignità, il senso della famiglia e la volontà di affrontare tutte le avversità ... e non sono poche. La principale fonte di reddito sembra essere il contrabbando, soprattutto di pneumatici per mezzi pesanti che vengono caricati a coppie su cavalli, mentre i ragazzi portano a spalla altre merci, affrontando freddo e neve, cercando di evitare le pattuglie di frontiera e i campi minati. Con tempo particolarmente avverso, ai cavalli veniva data a bere una miscela di acqua e alcool, da cui il titolo.
Di Bahman Ghobadi già conoscevo “Niwemang” (2006, tit. int. “Half Moon”, visto in Messico, sembra che non sia stato distribuito in Italia, micro-recensione n.83) e mi accingo a guardare “Turtles can fly” (2004, tit. or. “Lakposhtha parvaz mikonand”), anche questo pluripremiato e apprezzato da critica e pubblico (88% su RottenTomatoes, 8,1 su IMDb,)
“Drunken Horses” ottenne 2 premi a Cannes, il FIPRESCI con la seguente motivazione “For its compassionate but rigorous depiction of a harsh reality where horses and humans share the same predicament.”
Su YouTube si trova la versione originale (in kurdo) con sottotitoli in inglese ... nel caso qualcuno lo volesse guardare.
IMDb 7,7 RT 100%

 
270 * “Laura” (di Otto Preminger, USA, 1944) tit. it. “Vertigine” (???), distribuito in tantissimi paesi solo in Italia, Turchia e Ungheria hanno pensato di cambiare il titolo, forse negli ultimi due non esiste il nome Laura, ma in Italia che bisogno c’era? * con Gene Tierney, Dana Andrews, Clifton Webb, Vincent Price
Gran bel murder mystery, pieno di sorprese e colpi di scena che mantengono la suspense letteralmente fino all’ultimo minuto.
Come suo solito, Otto Premigner non fornisce troppi indizi e non è quasi mai chiaro come si svilupperà la storia. Ogni volta che le indagini sembrano prendere una direzione più o meno precisa, succede qualcosa o appare una prova che smontale ipotesi appena fatte. Forse solo il finale è intuibile, ma il modo in cui si arriva all’ultima scena è molto ben studiato.
Potrà sorprendere la presenza di Vincent Price ... ma sappiate che non ha interpretato solo e sempre il ruolo del vampiro o simili, e assolutamente non sfigura nel confronto con i suoi più famosi co-protagonisti.
Molti considerano “Laura” un cult, senz’altro uno dei migliori film di Preminger e, in genere, degli anni ’40. Da non perdere.
Il film è oggi di pubblico dominio e pertanto è guardabile e scaricabile da Internet Archive
IMDb 8,1 RT 100% Oscar per la fotografia + 4 Nomination

 
271 * “Marooned in Iraq” (di Bahman Ghobadi, Iran, 2002) tit. or. “Gomgashtei dar Aragh ” * con Shahab Ebrahimi, Faegh Mohamadi, Allah-Morad Rashtian
Secondo lungometraggio di Ghobadi, di nuovo attorno alla vita dei kurdi al confine fra Iran e Iraq. Viene spesso citato (più che altro maledetto) Saddam Hussein e si fa riferimento sia ai rastrellamenti, ai bombardamenti e all’uso dei gas. A differenza del primo (Drunken horses) in questo c’è una parte di commedia che, in parte, bilancia i racconti dei sopravvissuti agli eccidi. Un anziano, famoso musicista, parte dal suo villaggio alla ricerca della ex-moglie, famosa cantante, anticipando uno dei temi portanti di Niwemang (Half Mooon, 2007) vale a dire il divieto per le donne di esibirsi in pubblico. Scene divertenti e passaggi toccanti si alternano a pezzi musicali tradizionali e, in un paio di occasioni, anche danze.
Ma, oltre a descrivere la storia, i villaggi (fantasma) e i personaggi, Ghobadi dimostra ancora una volta di avere un gran gusto per le immagini che riesce a fissare con inquadrature perfette.
IMDb 7,4 RT 100% premiato a Cannes 2002

 
272 * “I gatti persiani” (di Bahman Ghobadi, Iran, 2009) tit. or. “Kasi az gorbehaye irani khabar nadareh” * con Negar Shaghaghi, Ashkan Koshanejad, Hamed Behdad
Quinto lungometraggio del regista kurdo-iraniano il quale, dopo 4 film tutti ambientati fra le montagne del Kurdistan, cambia completamente registro e, in parte, anche stile proponendo una storia che si svolge a Tehran, nel mondo della musica moderna. Si seguono una coppia di ragazzi che con la loro band (5 in tutto) vogliono andare a suonare a Londra ... ma è tutt’altro che facile. Passaporti, visti, permessi e tanti altri ostacoli sono sulla loro strada. Cercando di superarli verranno in contatto con falsari, altre band, rapper, musicisti di vario genere e anche polizia .
Senz’altro meno coinvolgente dei precedenti, ha un ritmo molto più veloce e in concomitanza con ogni pezzo musicale le immagini scorrono ancor più velocemente, come in un videoclip. Comunque, anche stavolta Ghobadi conferma di saper padroneggiare alla perfezione la macchina da presa.
IMDb 7,3 RT 100% #cinema #film 2 premi a Cannes 2009

 
273 * “Xi yan” (Il banchetto di nozze) (di Ang Lee, Taiwan, 1993) * con Winston Chao, May Chin, Ya-Lei Kuei
Commedia sofisticata più “etnica” che “gay”, come viene spesso etichettata. Probabilmente all’epoca la delicatezza con la quale fu trattata l’omosessualità senza mai scadere nel banale o, peggio, nel volgare fece più sensazione, ma penso che la descrizione dei ruoli famigliari, aspettative, attaccamento alle tradizioni degli asiatici negli Stati Uniti siano ben rappresentati e quindi un merito da riconoscere a questa pellicola.
Ang Lee tratterà ancora di omosessualità, ma con molto più vigore e “audacia”, una dozzina di anni dopo con “Brokeback Mountain” con il quale ottenne il primo dei suoi due Oscar, ma “Xi yan” ha certo spianato la strada al tema “omosessualità e tolleranza”.
Devo dire che forse proprio la parte che fornisce lo spunto per il titolo è quella meno incisiva, risolvendosi in una serie di “riti” più o meno stupidi che vedono come protagonisti i novelli sposi in più occasioni presi di mira da irrequieti invitati ... routine che sembrano più o meno simili anche in paesi di culture molto diverse tra loro.
Piacevole modo di passare quasi due ore guardando un film.
IMDb 7,7 RT 100% #cinema #film * Nomination Oscar miglior film straniero, Orso d’Oro a Berlino

 
274 * “Saturday night fever” (di John Badham, USA, 1977) tit. it. “La febbre del sabato sera”
con John Travolta, Karen Lynn Gorney, Barry Miller
Uno di quei film che, pur avendo riscosso un certo successo al botteghino e essendo divenuto negli anni quasi un cult, non avevo mai visto per non essere fra i miei generi di film preferiti e per le recensioni “affidabili” non eccessivamente invitanti. A quasi 40 anni di distanza dalla sua uscita, qualche mese fa ho trovato il dvd in edizione originale e l’ho comprato ... ieri sera ho guardato “Saturday night fever”.
Non ho rimpianto non averlo visto prima e non penso ad una seconda visione. L’ho trovato noioso, pieno di stereotipi, abbastanza mal recitato; devo solo dire “Bravo!” a chi ha ideato l’aspetto esteriore di Tony Manero, interpretato da John Travolta. Questi, ritengo più per il personaggio che per l’interpretazione, ottenne la prima delle sue uniche due Nomination come miglior attore protagonista, l’altra, direi più meritata, fu per “Pulp Fiction” nel 1995.
A chi non l’ha ancora visto, ma è incuriosito da questo film, suggerisco di non dannarsi per trovarlo ... c’è tanto di meglio, anche nello stesso genere.
IMDb 6,8 RT 88% media generale ma un misero 57% fra i top critics.

 
275 * “Tonight for sure” (di Francis F. Coppola, USA, 1962) * on Karl Schanzer, Don Kenney, Marli Renfro
Incredibile esordio del celebrato regista e produttore Francis Ford Coppola, allora 23enne. Si tratta di un “nudie” sconclusionato di poco più di un’ora, composto di chiacchiere fra due “puritani” che vorrebbero combattere il lassismo sabotando un night di Las Vegas.
Comincia male con l’incontro dei due lungo la famosa “strip” e continua peggio con la loro conversazione all’interno del locale nel quale si esibiscono ballerine senza veli. Nei titoli si leggono i nomi di alcune di esse come Exotia ed Elektra, altre appaiono semplicemente a seno nudo nel deserto del Nevada.
I cinefili dovrebbero comunque guardarlo e casomai farsi due risate vedendo da dove è partito il nostro buon Coppola ... date un’occhiata alle foto.
Altre notizie e curiosità in questo post sugli esordi di Stanley Kubrick e Francis Ford Coppola
IMDb 3,3  *  primo film di Coppola

276 * “It's a Free World...” (di Ken Loach, UK, 2007) tit. it. “In questo mondo libero”  *  con Kierston Wareing, Juliet Ellis, Leslaw Zurek
Ultimo dvd del cofanetto Ken Loach e anche questa volta esco dalla “sala” con una netta sensazione di “appagamento cinematografico” e un po’ di rabbia per le tante storie proposte - accennate - durante l’ora e mezza del film. Fatti che più o meno si conoscono, per sanare i quali si fa ben poco (anche perché è oggettivamente difficile), come immigrazione legale e clandestina, lavoro nero, truffe e via discorrendo, tutto ovviamente a scapito dei più deboli.
Non si scopre certo oggi l’impegno sociale di Loach che, senza mai scadere nel lacrimevole, esagerato o didascalico, porta all’attenzione degli spettatori tanti problemi sociali. Purtroppo, nella maggior parte dei casi, chi potrebbe e dovrebbe risolverli non vuole che se ne parli e chi finge di non conoscerli non vuole che glieli si ricordi.
Queste sono, secondo me, le cause che hanno relegato il regista in una posizione marginale, apprezzato dalla maggior parte dei critici per lo stile e dalle persone con una coscienza (non di facciata) per i contenuti, ma quasi del tutto ignorato dal grande pubblico (e quindi dai distributori) perché nei suoi film non ci sono nomi famosi, non c’é sesso, non ci sono sparatorie né inseguimenti, ma solo vita (purtroppo) reale.
E a proposito degli attori scelti da Loach, c’é da dire che non ci sono star, ma tutti interpretano la loro parte più che bene, direi meglio di tanti loro strapagati “colleghi”. Perfino la brava protagonista Kierston Wareing era al suo esordio cinematografico, con la sola esperienza di un paio di anni di serie TV.
In questo “It's a Free World...” si parla soprattutto di immigrazione, sfruttamento e “caporalato”, ma anche di famigli e loschi affari.
Ora sono veramente ansioso di guardare “I, Daniel Blake”, l’ultimo film dell’80enne Loach, che ha ottenuto ben tre premi a Cannes. Dopodomani uscirà in UK e per fortuna il 21 ottobre arriverà anche in Italia, almeno così è stato annunciato la settimana scorsa.
Personalmente sostengo che qualunque film di Ken Loach, più o meno recente che sia, vale senz’altro la pena di essere guardato, e con attenzione.
IMDb 7,0 RT 83% #cinema #film 3 premi a Venezia

 
277 * “Fear and desire” (di Stanley Kubrick, USA, 1952) tit. it. “Paura e desiderio” * con Frank Silvera, Kenneth Harp, Paul Mazursky
Primo film di Kubrick all’epoca 25enne. Si tratta di un film di guerra, fra eserciti non specificati in un paese non menzionato, nel quale quattro militari si ritrovano al di là delle file nemiche e si impegnano per rientrare nella loro zona. Dialoghi poco plausibili e atteggiamenti ancor meno credibili, recitazione non memorabile, una quantità di errori e incongruenze. Parzialmente giustificato dal budget limitato Kubrick girò velocemente questo film e un paio di attori hanno addirittura un doppio ruolo, uno in ciascun esercito. Il regista ne ostacolò la distribuzione e ci riuscì per molti anni, ma dopo la sua morte ne è comparasa una copia in ottimo stato, attualmente in circolazione.
La versione restaura è disponibile in HD 720p su https://youtu.be/bjJzQvjhndw essendo divenuta di “pubblico dominio” per scadenza dei diritti.
Altre notizie e curiosità in questo post sugli esordi di Stanley Kubrick e Francis Ford Coppola
IMDb 5,6 RT 83% * primo film di Kubrick
 

278 * “Angel on My Shoulder” (di Archie Mayo, USA, 1946) tit. it. “L’infernale avventura”  *  con Paul Muni, Anne Baxter, Claude Rains
Divertente ed inusuale commedia noir, di tipo fantastico. Un gangster da poco ucciso (Paul Muni) ritorna sulla terra accompagnato nientemeno che da Mefistofele, interpretato da Claude Rains (Captain Louis Renault in “Casablanca” e Alexander Sebastian in “Notorius”), e il suo spirito si stabilisce nel corpo di un giudice suo sosia, candidato alla imminenti elezioni. L’avvenente fidanzata del giudice (Anne Baxter) immediatamente nota il cambiamento di umore, atteggiamento e linguaggio, così come l’ineffabile maggiordomo, e ciò dà la stura ad una serie di divertenti situazioni, non sempre banali e con qualche simpatica sorpresa. Un ottimo e piacevole passatempo.,
Ultimo film del navigato regista Archie Mayo (62 film in 20 anni, dopo numerosi short muti), che pur senza aver brillato ha al suo attivo vari film notevoli come il fantastico Svengali (1931, un cult da non perdere) e il noir The petrified forest (1936, con l’ottimo trio Leslie Howard, Bette Davis e Humphrey Bogart); nel 1960 ha ottenuto la sua “Star on the Walk of Fame”
IMDb 7,0


279 * “Intolerance” (di D. W. Griffith, USA, 1916) * con Mae Marsh, Robert Harron, Constance Talmadge (2 ruoli), Alfred Paget, Lillian Gish,
Ieri mi sono goduto la visione di questo caposaldo della storia del cinema, nella sua versione da 3 ore (ne esistono altre, dai 167 ai 197 minuti) su schermo grande e con buona qualità avendo trovato un dvd “storico” che comprende anche Ottobre (Eizentein) e Anna Karenina (Duvivier).
Più piacevole e dinamico di “Nascita di una nazione” (dello stesso Griffith) comprende 4 storie ambientate in epoche e paesi molto diversi: Babilonia all’epoca della conquista di Ciro il Grande, Palestina con poche scene relative a Gesù (miracolo di Cana e crocifissione), la strage degli ugonotti del 1572, una storia contemporanea statunitense.
Le scene sono montate in modo del tutto nuovo, alternando spezzoni senza un preciso ordine ricorrente e con durate molto varie, ciò anche per essere alcune trattate in modo approfondito e altre più superficialmente.
La parte “babilonese”, oltre ad essere la più lunga, è certamente quella che colpisce di più e maggiormente contribuisce a rendere il film un kolossal, con le sue più che imponenti scenografie (con mura alte varie decine di metri, statue enormi, macchine da guerra, ...) e le migliaia di comparse e figuranti.
Fra le circa 100.000 persone che parteciparono alla produzione del film (67.000 solo gli attori) c’erano anche Erich von Stroheim come assistente regista della storia babilonese, Tod Browning (“Freaks”, 1932, ma anche molti altri, spesso con Lon Chaney) e Douglas Fairbanks il cui nome, dopo essere divenuto famoso, veniva spesso riportato sui poster, ma che in effetti fu una semplice comparsa (“uomo su cavallo bianco”, uncredited),
Eppure, Griffith non fu il primo a produrre un film epico-storico di queste proporzioni e molte delle innovazioni talvolta a lui attribuite, sono invece merito dell’italianissimo Giovanni Pastrone, come sottolineò Scorsese quando nel 2006 a Cannes presentò la versione restaurata della sua opera maestra “Cabiria” (1914), altro film che ogni cinefilo degno di tal nome dovrebbe guardare, cosa estremamente semplice essendo di pubblico dominio.
IMDb 8,0 RT 100%

 
280 * “Turtles can fly” (di Bahman Ghobadi, Iran, 2004) tit. or. “Lakposhtha parvaz mikonand” * con Soran Ebrahim, Avaz Latif, Saddam Hossein Feysal
Quarto film del regista curdo-iraniano, ultimo ambientato nel Kurdistan delle cittadine bombardate e dei campi profughi vicini al confine fra Iran e Iraq. Mi è sembrato il più duro e, forse, limitato in quanto è quasi del tutto incentrato solo sui bambini, con un accumulo di situazioni ed eventi a dir poco tragici. Non dico certo che le storie descritte non esistano (purtroppo sono fatti reali), ma farle gravare tutte nell’ambito della stessa “famiglia” è, a mio parere, esagerato. La maggior parte dei bambini si guadagnano da vivere disinnescando ordigni dai campi minati, con l'ovvia conseguenza che molti di loro restano mutilati. Gli strani oggetti che si vedono nelle foto sono mine di vario tipo e involucri di missili.
In ogni caso Bahman Ghobadi si conferma un eccellente regista e anche questo film propone, come al solito, ottime riprese, montaggio incisivo e anche perfetta direzione dei tanti bambini i quali, pur non essendo professionisti, sono tutti bravissimi.
IMDb 8,1 RT 88%  *  23 premi fra i quali 2 a Berlino e 2 a San Sebastian. Sembra che non sia stato distribuito in Italia.


281 * “Made for each other” (di John Cromwell, USA, 1939) tit. it. “Ritorna l’amore” * con Carole Lombard, James Stewart, Charles Coburn
Commedia drammatica di scarso livello, con una Carole Lombard già famosa (Nomination Oscar per l’eccellente “My man Godfrey”, 1936), ma molto al di sotto delle interpreazioni precedenti, e un James Stewart ancora alle prime prove da protagonista, questa è da dimenticare.
“Made for each other” non è proprio pessimo, ma guardarlo è quasi una perdita di tempo
IMDb 6,5


282 * “Heavy” (di James Mangold, USA, 1995) tit. it. “Dolly's Restaurant” * con Pruitt Taylor Vince, Shelley Winters, Liv Tyler
Film non proprio deludente, ma certamente al di sotto delle aspettative.
Situazione al limite del credibile, basata su uno strano rapporto fra una madre un po’ assillante e suo figlio, un giovane introverso, non obeso come ci si potrebbe aspettare dal titolo e poster, e certamente il suo sovrappeso era il minore dei suoi problemi). Il tutto è ambientato in un piccolo ristorante a conduzione famigliare, descritto male e superficialmente. Ne risulta un ritmo lento con l’interesse concentrato quasi esclusivamente sul giovane Victor (Pruitt Taylor Vince) e sulla studentessa appena assunta come cameriera.
Pochi personaggi e quasi nessuna interazione con il resto del mondo pur svolgendosi in un locale pubblico, con la sola eccezione di Leo, uno strano avventore, quasi di casa.
Soggetto interessante, mal sviluppato in una sceneggiatura abbastanza piatta.
IMDb 7,0 RT 86%


283 * “Meet John Doe” (di Frank Capra, USA, 1941) tit. it. “Arriva John Doe!” (1948) * con Gary Cooper, Barbara Stanwyck, Edward Arnold, Walter Brennan
Classica commedia drammatica americana degli anni ’40, con due attori allora sulla cresta dell’onda (Cooper e Stanwick) diretti dal maestro Frank Capra.
John Doe è un nome di fantasia per un personaggio che non esiste, simbolo dell’uomo della strada, che viene creato “per dispetto” da una giornalista licenziata e che successivamente si evolve in un movimento popolare nazionale. Magnati, politici ed editori tenteranno di manipolarlo e trarne vantaggio.
Come è chiaro da questo succintissimo sunto, la trama è poco convenzionale (anche se molti sono i film ambientati nel mondo dell’editoria di quotidiani) e, complice il momento storico (appena dopo la recessione del ’37 e con la II Guerra Mondiale in corso, anche se gli USA sarebbero entrati in guerra solo a fine ’41), è stracolma di discorsi a sfondo sociale, a favore della classe media, dei lavoratori , dei disoccupati e contro il potere economico e politico.
Il film ebbe un gran successo, e non solo a causa di questo contesto. I bravi protagonisti (beniamini del grande pubblico) sono affiancati da altrettanto validi caratteristi e contornati dai volti scelti da Capra per interpretare “l’americano comune, della strada”. Proprio per questa sua essenza, il titolo del film in vari paesi è stato cambiato in “L’uomo della strada” e in Spagna nell’ancora più significativo “Juan Nadie” (Juan Nessuno).
Piacevole, ma soprattutto interessante.
Curiosità: ancora oggi negli States e in Canada, talvolta anche in atti ufficiali, si usa il nome John Doe riferendosi ad uno sconosciuto, ad un uomo qualunque, ad una vittima non identificata. Esiste anche la versione femminile (Jane Doe), mentre per i bambini si usa Baby Doe. Una citazione in giudizio nei confronti di qualcuno non identificato viene detta “Doe subpoena”.
IMDb 7,7 RT 89%


284 * “The Life and Death of Peter Sellers” (di Stephen Hopkins, USA, 2004) tit. it. “Tu chiamami Peter” * con Geoffrey Rush, Charlize Theron, Emily Watson
Biopic degli anni della maturità di Peter Sellers, da quando lasciò la radio per il cinema fino alla morte. Viene presentato un personaggio assolutamente inaspettato, poco sicuro di sé, scontroso, aggressivo, talvolta violento ... eppure un genio della commedia.
Morì ad appena 54 anni, dal momento del successo iniziò una vita dissoluta, si sposò 4 volte, litigò con i suoi registi, ebbe due infarti (il secondo fatale) da attribuire soprattutto all’uso eccessivo di alcol e droghe.
Geoffrey Rush lo interpreta più che bene, mettendo in risalto i suoi repentini cambi di umore ed il continuo passare da un personaggio all’altro (si dice che non avesse più personalità propria, immedesimandosi nei suoi vari personaggi). Con più che discrete controfigure, nel film sono inseriti personaggi famosi del cinema come i registi Blake Edwards e Stanley Kubrick, oltre a tanti attrici e attori (Britt Ekland - sua seconda moglie -, Sophia Loren, David Niven, ...)
Gli innumerevoli riferimenti a vari dei suoi film più conosciuti, intercalati a scene della sua vita, rendono il film un po’ discontinuo, apprezzabile solo da chi conosce almeno buona parte delle sue interpretazioni.
In sostanza un buon film, ma interessante e comprensibile solo ai cinefili (almeno di media esperienza) o a spettatori abituali di una certa età.
IMDb 7,0 RT 76%

 
285 * “Conspiracy” (di Frank Pierson, USA, 2001) * con Kenneth Branagh, Clare Bullus, Stanley Tucci, Colin Firth
Si tratta in effetti di un film per la TV, quasi un documentario storico, che tratta di una riunione durata appena un paio d’ore, eppure dalle tragiche conseguenze. In una grande villa presso Wannsee, poco fuori Berlino, il 20 gennaio 1942 si riunirono quindici personaggi di alto rango, ufficiali, burocrati, politici che avevano il preciso scopo di definire gli indirizzi di quella che sarebbe stata poi denominata “soluzione finale” della questione ebraica. In quella sede furono discussi dati, modi, obiettivi relativi allo sterminio degli ebrei. I dialoghi sono certamente di fantasia, ma più che plausibili essendo basate su una minuta originale di quel convegno, ritrovata nel 1947.
Quindi c’è molta più informazione che azione, molta più verità che fantasia nelle due ore di film che raccontano di quel breve convegno. Attori tutti bravi, non solo i più che noti Kenneth Branagh, Colin Firth e Stanley Tucci.
IMDb 7,8 RT 100%

 
286 * “Red Lion” (di Kihaci Okamoto, Jap, 1969) tit. or. “Akage” * con Toshirô Mifune, Shima Iwashita, Etsushi Takahashi
Pur non essendo uno dei “maestri” del cinema giapponese, Kihaci Okamoto ha diretto vari buoni film, molti dei quali aventi dei samurai come protagonisti, spesso interpretati dall’onnipresente Toshirô Mifune.
Avevo già visto il suo “Samurai assassin” (tit. or. “Samurai”, IMDb 7,6 RT 81%) notevole per il ritmo lento, per la tensione e per le ottime riprese in bianco e nero; questo “Red Lion” l’ho trovato un po’ inferiore, con qualche inutile scena tendente alla commedia che rovina la trama un po’ contorta, ma ottima, degna dei migliori western.
Chiaramente bisogna prendere atto per l’ennesima volta della grande differenza dello stile delle interpretazioni giapponesi, se comparate con quelle occidentali, discrepanza accentuata dai doppiaggi spesso scadenti e completamente fuori sincrono (con le lingue orientali è spesso inevitabile). In questi casi più che mai si dovrebbe guardare il film in versione originale, sottotitolato.
Pur essendo vero che leggendo si perde un po’ di attenzione alle immagini, la percezione complessiva del film è di gran lunga migliore. Fate la prova, mi darete ragione.
IMDb 7,1 RT 70%

 
287 * “Blood on the sun” (di Frank Lloyd, USA, 1945) tit. it “Sangue sul sole” * con James Cagney, Sylvia Sidney, Porter Hall
Thriller spionistico dalla trama abbastanza originale, con numerosi colpi di scena, ma senza spie vere e proprie.
Tutto si svolge nella Tokio degli anni '30, quindi ben prima dell'inizio della guerra, quando le relazioni fra USA e Giappone erano ancora più o meno buone. Un reporter americano si trova immischiato in una storia di spionaggio dopo che due suoi compatrioti sono stati uccisi, poco prima di rientrare negli States. L’interesse è tutto per un documento (il “Tanaka memorial”) che dimostra che i giapponesi, dopo aver conquistato Manciuria e Cina vorrebbero arrivare a dominare il mondo intero.
Cagney all'apice della sua carriera, sempre dinamico, ma non in una delle sue migliori interpretazioni.
Il film ottenne l'Oscar per la miglior scenografia, la ricostruzione degli ambienti nipponici. Ovviamente, con la guerra ancora in corso seppur quasi al termine, neanche una scena fu girata a Tokio.
IMDb 6,3

 
288 * “Paths of Glory” (di Stanley Kubrik, USA, 1957) tit. it “Orizzonti di gloria” * con Kirk Douglas, Ralph Meeker, Adolphe Menjou
So di non dire niente di nuovo affermando che si tratta di un ottimo film, con una eccellente sceneggiatura. Tuttavia, onestamente confesso di non essere riuscito a intendere il significato degli untimi tre minuti, la scena della ragazza che canta (se non sbaglio è l’unica presenza femminile in tutto il film). Cercando in rete ho letto di varie interpretazioni (non sono il solo a non avere le idee chiare in merito), ma nessuna mi è parsa convincente. Per inciso, quella ragazza (Christiane Harlan) poco dopo sarebbe divenuta la seconda moglie di Kubrick ... un felice matrimonio che durò oltre 40 anni, fino alla morte del regista.
Film pesantemente critico non tanto relativamente al concetto “guerra”, ma rispetto all’ordinamento militare, con i suoi tabù, la costante prevaricazione nei confronti dei subalterni, lo scaricare sempre su altri le proprie colpe e via discorrendo. Per fortuna si sa che non è sempre così, ma di situazioni assimilabili a quelle proposte da Kubrick (co-autore della sceneggiatura) se ne conoscono a bizzeffe e chissà quante altre sono rimaste sconosciute.
Un buon Kirk Douglas è il protagonista di questo secondo film bellico (ambientato nel 1916, I Guerra Mondiale) di Kubrick, dopo quello di esordio (“Fear and Desire”, 1953) e prima di “Full Metal Jacket” (1987) e sarà interprete principale anche del suo film successivo: “Spartacus” (1960). I tanti altri personaggi di rilievo “Paths of Glory” sono interpretati da attori e caratteristi dai volti noti, ma i cui nomi sono sconosciuti ai più.
Imperdibile.
IMDb 8,5 RT 94% #cinema #film al 57° posto fra i Top Rated Movies di IMDb

 
289 * “Ray” (di Taylor Hackford, USA, 2004) * con Jamie Foxx, Kerry Washington, Regina King
Non capisco perché non abbia rating migliori e non venga proposto più frequentemente. La colonna sonora è eccezionale sia per le peculiarità di Ray Charles, sia per attraversare tanti diversi generi musicali ... dal gospel al blues, dal jazz al country, dal R&B al rock.
Per pura curiosità sono andato a leggere alcune recensioni negative e ho notato che nella maggior parte di esse si criticava la superficialità con la quale era stato trattato un personaggio cosi complesso come Ray Charles. Non volendo concentrarsi su soli pochi anni della sua vita o carriera ma sull’intera vita dell’artista (morto a 74 anni dopo oltre 50 di successi) trovo che il regista e sceneggiatore Taylor Hackford abbia svolto un eccellente lavoro mettendo insieme tante piccole tessere di in immenso mosaico. Pur ovviamente saltellando fra ricordi d’infanzia, vita privata e carriera artistica, il tutto sempre con sottofondo musicale molto vario e di eccellente qualità, è riuscito a dare un senso alla storia e a evidenziare tanti punti importanti della vita di Ray Charles dalla tragica infanzia con la morte del fratellino e il sopraggiungere della cecità, ai rapporti talvolta burrascosi con impresari, agenti e colleghi, dagli amori occasionali al matrimonio, dalla droga alla riabilitazione.
Venendo agli attori, ce ne sono tanti bravi in questo film ma, purtroppo per loro, quasi scompaiono di fronte alla superba interpretazione di Jamie Foxx il quale, oltre a recitare in modo convincente la parte del non vedente, riesce a replicare alla perfezione tutti i movimenti tipici e la ben nota gestualità di Ray Charles.
Penso che solo quelli che non sopportano assolutamente il genere musicale, o i biopic o i film con protagonisti afroamericani possano rimanere scontenti di “Ray”. Tutti gli altri potranno anche non reputarlo un capolavoro, ma sicuramente lo apprezzeranno per la regia, il montaggio, la sceneggiatura e, ovviamente, per l’interpretazione di Jamie Foxx che gli valse l’Oscar 2005.
Anche se dopo questa breve recensione dovrebbe essere inutile, aggiungo comunque: “da non perdere”.
IMDb 7,7 RT 84%  * 2 Oscar (Jamie Foxxper  protagonista e colonna sonora) e 4 Nomination (miglior film, regia, montaggio e costumi).

 
290 * “Country life” (di Michael Blakemore, Australia, 1994) tit. it. “Vita di campagna” * con Sam Neill, Greta Scacchi, John Hargreaves, Kerry Fox, Michael Blakemore
Ispirato alla trama della pièce teatrale di Cechov “Zio Vanja”, questo film sposta l’azione da una tenuta russa di fine ‘800 ad un isolato ranch della campagna australiana del1920 (circa). Non conoscendo il dramma originale, non faccio paragoni, né evidenzio le diversità, ma mi limito a esprimere le mie impressioni in merito a quanto ho visto.
Il film si trascina abbastanza lentamente cercando di descrivere i caratteri dei protagonisti principali e divagando di tanto in tanto con citazioni o brevi scene che tirano in ballo il problema razziale (nei confronti degli aborigeni), quelli della guerra appena terminata (I G. Mondiale) e infine la sudditanza dall’Inghilterra. La recitazione di John Hargreaves che interpreta il personaggio di Jack Dickens (adattamento di zio Vanja) mi sembra un po’ troppo sopra le righe, scadendo verso la commedia, mentre quelle di Sam Neill, Greta Scacchi e lo stesso regista Michael Blakemore nei panni del “professore” sono abbastanza scialbe e da dimenticare. Gli unici che si salvano sono Kerry Fox (l’introversa e innamorata Sonia) e alcuni di quelli che compaioni in ruoli minori, in primis Googie Withers nelle vesti di Hannah, l’ineffabile governante-cuoca.
In sostanza i pochi buoni spunti di questo adattamento sono poco approfonditi, la regia e recitazione pur non essendo malvagi non sono certo memorabili, Blakemore non è neanche riuscito a trarre vantaggio dal paesaggio della campagna australiana, e quindi il film rientra in quella vasta categoria dei “senza infamia e senza lode”.
IMDb 6,9 RT 67%


291 * “The St. Valentine's Day Massacre” (di Roger Corman, USA, 1967) tit. it “ Il massacro del giorno di San Valentino* con Jason Robards, George Segal, Ralph Meeker, Bruce Dern e Jack Nicholson (uncredited)
Si tratta di una specie di docu-film che segue gli eventi che precedettero la famosa “strage di San Valentino” con la quale Al Capone si liberò di una gang rivale dell’area nord di Chicago. I morti nel garage ci furono sicuramente, ma il fatto che Capone avesse organizzato l’imboscata è “certo ma non dimostrato ...”.
Corman è molto preciso nel seguire gli eventi, tutti i personaggi hanno i loro veri nomi e nel menzionarli la voce fuori campo aggiunge luogo e data di nascita (molti di loro erano nati in Sicilia nell’ultima decade dell’800). Similmente, fra una scena e l’altra di quasi-fiction nelle quali si ricostruiscono gli attentati, esecuzioni e riunioni (con conversazioni ovviamente create in fase di sceneggiatura) la stessa voce fornisce ulteriori notizie dettagliate, fino agli orari esatti. Nei dialoghi della versione originale sono incluse molte parole o intere brevi frasi in italiano (più o meno ...).
“The St. Valentine's Day Massacre” non entusiasma, ma è certamente un prodotto solido, ben equilibrato e appare storicamente affidabile.
Occhio a Jack Nicholson che appare solo per pochi secondi, verso la fine del film (guarda le ultime foto, 2 fermo-immagine, Jack è il secondo da destra).
Curiosità: Corman aveva richiesto Orson Welles per interpretare Al Capone, ma la produzione pose il veto e Jason Robards fu “promosso” a protagonista. (in merito a ciò, ho in mente di scrivere un piccolo post con video)
IMDb 6,7 RT 100%


292 * “The last emperor” (di Bernardo Bertolucci, Chi-Ita-UK-Fra, 1987) tit. it. “L’ultimo imperatore” * con John Lone, Joan Chen, Peter O'Toole
Lo si potrebbe definire un kolossal moderno girato però con tecnica classica. Vale a dire che non ci sono effetti speciali, le comparse sono vere (anche nelle scene di massa) ed le scenografie sono per la stragrande maggioranza reali essendo il film stato girato per gran parte nella città proibita di Pechino, oggi Beijing.
L’accuratezza dei costumi, il fascino dell’architettura e degli arredi del palazzo imperiale e l’ottima colonna sonora fanno da contorno ad una storia interessante e avvincente, credo sconosciuta alla maggior parte degli occidentali.
Ho guardato la versione “breve” (2h43’) e sono rimasto con la curiosità di sapere cosa comprendono i 56 minuti che mancano rispetto alla versione integrale.
Penso che ogni amante del grande cinema dovrebbe guardare con attenzione questo film, senza farsi spaventare dalla lunghezza che, sostengo, non si fa assolutamente sentire. Dovendo trovare un neo, mi sembra che la conclusione non sia all’altezza del resto del film.
“L’ultimo imperatore” vinse 9 Oscar su 9 Nomination: miglior film, regia, sceneggiatura, fotografia, scenografia, costumi, sonoro, montaggio, musica originale.
Da non perdere.
IMDb 7,8 RT 92%


293 * “Le mani sulla città” (di Francesco Rosi, Ita, 1963) * con Rod Steiger, Salvo Randone, Guido Alberti, Carlo Fermariello
Un grande film italiano, con poca fiction e tante situazioni reali seppur, ovviamente, con i nomi dei personaggi cambiati. Il soggetto e sceneggiatura di Franco Rosi e Raffaele La Capria analizza con fredda precisione alcuni aspetti dell’ambiente politico degli anni della ricostruzione e della speculazione edilizia a Napoli e fornisce anche punti di vista inusuali e considerazioni quasi “filosofiche”. Come afferma esplicitamente la didascalia conclusiva “I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce”, il film non è diretto contro qualcuno in particolare, bensì contro il sistema di connivenze fra politici e finanza. Leggendo dei continui scandali che ancora oggi interessano quasi tutti i partiti al potere e imprenditori di ogni tipo, sembra che ben poco sia cambiato dopo una cinquantina di anni, ma del resto già Tomasi di Lampedusa, nel suo “Il gattopardo” dato alle stampe pochi anni prima, affermava che si cambia tutto per non cambiare niente. Nel film cambia sindaco e maggioranza, ma le persone e i metodi restano identici. I cambi di casacca e gli accordi fra politici e imprenditori non sono certo cosa di oggi, ma perdurano da secoli. Sotto questo punto di vista, “Le mani sulla città”, a oltre 50 anni dalla sua uscita è ancora attualissimo, oltre che essere appassionante e ben bilanciato.
Si alternano scene di consiglio comunale, di cantieri, vicoli fatiscenti e riunioni politiche più o meno segrete e, di tanto in tanto, riprese reali come quelle dei comizi e della propaganda elettorale (si vede Lauro scendere dal palco a piazza Plebiscito, manifesti con i nomi di Nenni, Moro e Togliatti, e tanti simboli di liste di quegli anni come “Stella e Corona”, del partito monarchico di Lauro).
La trama è coinvolgente, i fatti quasi sconcertanti e alcuni ambienti incredibili eppure, da vecchio napoletano, ben ricordo gli anni di poco successivi a quelli rappresentati nel film con le costruzioni di interi quartieri ai margini dello storico Vomero, così come il degrado di quelli della zona bassa, nei pressi dell’area portuale, e il caos che regnava negli uffici pubblici.
L’unica cosa che mi lascia perplesso è la scelta di affidare il ruolo di protagonista a Rod Steiger, ottimo attore, ma straniero, con il labiale sempre fuori sincrono, che stona fra tutte quelle facce molto più reali e “veraci” di attori e comparse locali. Al contrario trovo perfetta la scelta di affidare il personaggio di De Vita (il principale oppositore della due giunte, ispirato al comunista Luigi Cosenza, acerrimo antagonista del “Comandante” Achille Lauro) a Carlo Fermariello, il quale non era attore (questo il suo unico film) ma già consigliere di minoranza al Comune di Napoli dagli anni ’50, avvezzo al clima surriscaldato dei consigli comunali, abituato a discorsi politici più o meno urlati per sovrastare le proteste degli oppositori, perfetto nella gestualità, nei toni e nella cadenza dei suoi “proclami”. Per inciso, continuò nella sua carriera politica PCI, fu eletto senatore nel 1968 e per le 3 legislature successive.
Un film da non perdere, comunque la pensiate politicamente.
IMDb 7,8 RT 100%  *  Leone d’Oro a Venezia, distribuito in oltre 20 paesi e tuttora proiettato come cult.


294 * “The Great Gabbo” (di James Cruze, Erich von Stroheim (uncredited), USA, 1929) tit. it. “Il gran Gabbo” * con Erich von Stroheim, Donald Douglas, Betty Compson
Spesso Erich von Stroheim viene indicato come co-regista (uncredited) ma molto probabilmente non ebbe alcuna voce in capitolo. Infatti, dopo i successi di pochi anni prima (in particolare con “Greed” e “The Wedding March”) si sa che ebbe grandi problemi con i produttori spendendo molto più del previsto e montando film di durata improponibile e ciò lo portò ad essere licenziato ed esautorato.
Probabilmente “The Great Gabbo” fu un film prodotto per un contratto precedente, per il quale fu però pagato solo come attore e non fu neanche menzionato come co-regista. Dopo di questo, ufficialmente diresse solo un altro film (“Hello, Sister!”, 1933) ma anche in quel caso si scontrò con i produttori modificarono radicalmente il film e girarono di nuovo molte scene.
Sapendo tutto ciò, non meraviglia il fatto che “Il gran Gabbo” sia veramente inconsistente, appesantito da troppe coreografie e numeri musicali che poco hanno a che vedere con la trama e lo rendono quasi un musical, oltre ai tanti discorsi fra il ventriloquo Gabbo e Otto (il suo pupazzo), ma almeno questi sono spesso connessi alla storia.
Senz’altro non all’altezza delle abilità di von Stroheim, né come regista (se collaborò) né come attore in quanto appare quasi svogliato ma a sua parziale discolpa è doveroso dire che il personaggio dell’irascibile, intrattabile, arrogante ventriloquo di gran successo non lo favoriva. Oltretutto si deve sottolineare che questa dovrebbe essere la sua prima interpretazione “parlata”, dopo anni di muto, e la sua recitazione caratterizzata dal forte accento tedesco non lo aiuta.
Da guardare solo per “completezza” ... se si vuole conoscere bene von Stroheim, ma non è neanche lontanamente comparabile ai suoi lavori precedenti.
IMDb 6,2 RT 67%

 
295 * “The Front Page” (di Billy Wilder, USA, 1974) tit. it. “Prima pagina” * con Jack Lemmon, Walter Matthau, Susan Sarandon
Remake dell’omonino “The Front Page” (di Lewis Milestone, USA, 1931, con Adolphe Menjou, Pat O'Brien, Mary Brian), a sua volta trasposizione cinematografica di una commedia di successo del 1928. Viene anche associato a “His Girl Friday” (di Howard Hawks, USA, 1940, con Cary Grant, Rosalind Russell, Ralph Bellamy) che tuttavia, pur narrando delle divertenti schermaglie fra editore e giornalista di successo che vuole lasciare la professione per sposarsi, propone una versione una giornalista (ex fidanzata dell’editore) e si distacca notevolmente dalla trama originale dando maggior peso ai rapporti sentimentali fra i due protagonisti. Sia nella commedia che nei film i nomi dell’editore Walter Burns e del/la giornalista Hildy Johnson (il nome Hildy, ovviamente, può essere sia maschile che femminile) restano immutati.
La commedia prevedeva una sola scenografia, rappresentante la sala stampa di una centrale di polizia, con vista sul cortile interno dove è in allestimento un patibolo per un’esecuzione capitale. Ovviamente nei film sono state aggiunte varie scene ambientate in altre parti dell’edificio e qualche esterno.
La fuga e la riapparizione del condannato a morte movimentano, e non di poco la storia. I giornalisti che dettano articoli molto diversi fra loro travisando i fatti e gli interventi dello sceriffo, del sindaco e di una prostituta fanno il resto.
Delle tre questa forse è la più divertente in quanto più movimentata e poiché conta su ottimi protagonisti, non solo i due principali, ma anche quelli di contorno a cominciare dall’impareggiabile Vincent Gardenia nei panni dello sceriffo, ma anche una giovane Susan Sarandon, Charles Durning, Harold Gould ...
Senz’altro adatta a passare piacevolmente un’oretta e mezza davanti allo schermo, ma non al livello di altre commedie classiche di Hollywood.
IMDb 7,3 RT 73%

 
296 * “Legend of 8 Samurai” (di Kinji Fukasaku, Jap, 1983) tit. or. “Satomi hakken-den*** con Hiroko Yakushimaru, Hiroyuki Sanada, Shin'ichi Chiba
Questo dvd, che molto probabilmente non avrei comprato, era il terzo e senz’altro più scadente fra quelli contenuto in un cofanetto “Samurai”, scelto e comprato per gli altri due “Samurai Assassin” e “Red Lion”, di tutt’altro livello, entrambi diretti da Kihachi Okamoto e con Toshirô Mifune come protagonista.
Avendo il dvd, non mi sono tirato indietro pur avendo letto recensioni in gran parte non proprio entusiastiche. Ho dovuto constatare che i suoi detrattori hanno perfettamente ragione ... storia debole accompagnata da una pessima musica ed una peggiore love story, una parte fantastica con mostri (una scolopendra gigante ed un serpente volante) e una città sotterranea molto mal realizzata, ma con tutti gli elementi “classici”: accesso acquatico, caverne naturali, idoli, altari sacrificali ed enormi colonne che, ovviamente, sono destinate a crollare, come nei film di Maciste e nei più moderni Indiana Jones, Re Scorpione e via discorrendo.
Tuttavia la struttura della trama mantiene molte caratteristiche classiche dei film del genere “chambara”, con combattimenti con la spada, inseguimenti, foreste, intrigo, samurai erranti, re traditi, colpi di scena, poveri villaggi vessati dai soldati del tiranno di turno.
Evitabile senza alcun rimpianto.
IMDb 6,5


297 * “Celda 211” (di Daniel Monzón, Spa, 2009) tit. it. “Cella 211” * con Luis Tosar, Alberto Ammann, Antonio Resines, Carlos Bardem
Tranne pochissime scene (un paio di brevi flashback e un paio di scene della moglie del protagonista in città) tutto si svolge durante poche ore nel corso di una rivolta dei reclusi nel carcere di Zamora (Spagna).
Proprio per questo non è paragonabile ai soliti film “carcerari”, forse l’unico in parte simile è “The Glass House” (di Tom Gries, 1972). Infatti, in entrambi tutto è incentrato su un personaggio “fuori posto”, il secondino in borghese che resta fra i carcerati nel corso di una rivolta in e si deve industriare per non far scoprire la sua vera identità in “Celda 211” ed il professore che tenta di gestire al meglio la sua permanenza in un carcere americano, in un ambiente violento a lui sconosciuto, dove è evidentemente una mosca bianca.
Film drammatico, violento, con numerosi colpi di scena e momenti di suspense visto che le decisioni devono essere prese in modo relativamente rapido e le valutazioni sono basate quasi esclusivamente su ipotesi, fiducia e sospetti, con “sfide di sguardi” fra chi deve decidere se chi sta di fronte a lui stia mentendo o meno e chi deve apparire credibile, valutando fino a che punto si può spingere. Il tutto in mezzo ad una massa di delinquenti vocianti, spesso sobillati da alcuni, molte volte quasi fuori controllo.
Ben diretto e interpretato, è senz’altro da annoverare fra i buoni e seri film sull’ambiente carcerario e ha il pregio di aggiungere alla storia drammatica varie valutazioni dei difficili rapporti Stato/polizia/reclusi, aggiungendo anche un chiaro riferimento ai separatisti baschi.
I numerosi riconoscimenti ottenuti e le buone valutazioni sono, secondo me, più che meritati.
Da guardare, ma chiaramente poco adatto a quelli dall’animo più sensibile.
IMDb 7,7 RT 97% #cinema #film
Trivia: Carlos Bardem (Apache) è il fratello maggiore di Javier


298 e 299 * “Rio Bravo” e “El Dorado” due western di Howard Hawks
“Rio Bravo” (di Howard Hawks, USA, 1959) tit. it. “Un dollaro d’onore” * con John Wayne, Dean Martin, Ricky Nelson,Walter Brennan, Angie Dickinson
IMDb 8,0 RT 100%
“El Dorado” (di Howard Hawks, USA, 1966) * con John Wayne, Robert Mitchum, James Caan
IMDb 7,7 RT 100%
Ho scelto di guardarli a distanza di 24 ore, dopo parecchi anni, per metterli a confronto in quanto ricordavo molte scene simili che mi lasciavano in dubbio dovendole attribuire all’uno o all’altro. Le somiglianze sono tante e sostanziali tanto che, come ho scoperto successivamente, molti considerano “El Dorado” un remake di “Rio Bravo” e ne aggiungono addirittura un altro “Rio Lobo” (di Howard Hawks, USA, 1970, con John Wayne, Jorge Rivero, Jennifer O'Neill). Quindi, tre film con struttura narrativa molto simile, ma non veri remake, diretti dallo stesso regista ed aventi come protagonista principale lo stesso attore. Almeno per quanto riguarda i primi due la trama è molto simile con uno sceriffo e un assistente (uno dei due alcolizzato), un classico “vecchietto” che si occupa dell’ufficio e dei prigionieri e un aiuto esterno ed insperato che se la devono vedere con una banda al soldo di un ricco e arrogante ranchero. Uno di loro viene arrestato e gli altri si danno da fare per liberarlo, si va avanti parallelamente fra scene quasi identiche come le offese al protagonista ubriacone (che poi troverà la sua rivincita), l’inseguimento fin dentro il saloon di un “cattivo” ferito poi scoperto grazie al sangue perso, la belloccia di turno con la sua complicata corte al tutore dell’ordine.
Fra i due John Wayne passa dall’essere sceriffo nel primo (con l’alcolizzato Dean Martin come vice) ad essere il vecchio amico dello sceriffo Robert Mitchum divenuto vittima dell’alcool per delusione amorosa.
“Rio Bravo” è di gran lunga il migliore dei tre e si avvale di un cast superiore rispetto agli altri. Oltre al già cinquantenne e ormai poco agile Wayne è degna di nota l’interpretazione di Dean Martin in un ruolo quasi anomalo per lui dopo essere diventato famoso come spalla di Jerry Lewis (16 film insieme). Nella sua carriera, come molti sanno, ebbe grande successo anche come cantante ed in “Rio Bravo” si esibisce cantando con Ricky Nelson (l’aiuto inaspettato) "My Rifle, My Pony and Me" di Dimitri Tiomkin's (video https://youtu.be/v2ssbgThljU) autore anche del famoso tema “Degüello” (leggi di più e guarda il video in questo post )
In “El Dorado” tutto sembra essere più scontato, Arthur Hunnicutt (Bull) non vale certo il fantastico Walter Brennan ed il giovane James Caan non è convincente quanto Ricky Nelson.
Non si può dire che sia un western scadente ma a confronto con “Rio Bravo”, specialmente se visti a breve distanza di tempo, perde su tutti i fronti.


300 * “David Copperfield” (TV movie) (di Simon Curtis, UK, 1999) * con Emilia Fox, Pauline Quirke, Maggie Smith, Bob Hoskins, Daniel Radcliffe
Si tratta di una delle migliori versioni cinematografiche del famoso romanzo di Charles Dickens, pubblicato nel 1850. Si avvantaggia del fatto di essere stato prodotto per la TV (dalla BBC) in due puntate e quindi avendo tre ore a disposizione Adrian Hodges, che ha curato l’adattamento, ha potuto inserire più scene significative, riuscendo a restare abbastanza al testo e trattando quasi tutti gli avvenimenti importanti.
L’ottimo cast ha fatto il resto e non solo i ben noti Maggie Smith, Bob Hoskins ma anche tutti gli altri, conosciuti in UK ma poco noti nel panorama internazionale. Da segnalare la prima interpretazione di Daniel Radcliffe (10 anni all’epoca) il quale avrebbe poi esordito in un vero film (Il sarto di Panama) due anni dopo, nello stesso anno in cui sarebbe diventato per tutti Harry Potter.
Se vi piace il genere, è imperdibile ... purtroppo sembra che non sia stato doppiato in italiano ma, ovviamente, chi può si godrà la versione originale, anche se l’inglese è un po’ obsoleto.
IMDb 7,8 RT 100%

Per informazioni generiche, tecniche e recensioni  dei film consiglio di consultare i seguenti siti:

IMDb (Internet Movie Database) : il più completo, la Bibbia del Cinema, con archivio di 3.5mln di titoli e quasi 7mln di nomi (in inglese)

Rotten Tomatoes : meno dati di IMDb, raccoglie soprattutto recensioni in rete, quindi carente su film datati (in inglese, con numerose recensioni in spagnolo)

Film Affinity/es : trovo che sia il più completo per quanto riguarda film spagnoli e dell'AmericaLatina (in spagnolo)

Allo Ciné : sopratutto cinema francese, ma non solo (in francese)

 Upperstall.com  : specializzato in cinema indiano. uno dei più frequentati al mondo fra i siti che si occupano di cinema  (in inglese)

per ricevere o fornire informazioni cinematograiche potete scrivermi a giovis@giovis.com

     

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