POST CINEMATOGRAFICI

indice completo dei  1300 film 2016 - 2018

lista film (pdf)  2015   2014   2012-13

2016

1 - 50

51 - 100

101 - 150

151 - 200

201 - 250

251 - 300

301 - 350

351 - 403

 

2017

1 - 50

51 - 100

101 - 150

151 - 200

201 - 259

260 - 299

300 - 349

350 - 399

400 - 443

2018

1 - 50

51 - 100

101 - 150

151 - 200

201 - 250

251 - 300

301 - 350

351 - 400

401 - 454

2019

1 - 50

51 - 100

       

micro-recensioni dei film del 2017, dal 100° al 51°


leggi tutte le 50 micro-recensioni (in basso, dopo i poster)

Perry Ogden, Ire, 2005

Steven Spielberg, USA, 1989

Mick Jackson, Isr, 2016

Steven Spielberg, USA, 1984

André Cayatte, Fra, 1967

Steven Spielberg, USA, 1981

Jordan Vogt-Roberts, USA, 2017

Guy Ritchie, UK, 1998

Emil Ben-Shimon, Isr, 2016

Shinobu Yaguchi, Jap, 2012

Terry Jones, UK, 1979

T. Gilliam, T. Jones, UK, 1975

Chloé Zhao, USA, 2015

Atom Egoyan, Isr, 2015

Jonathan Geva, Isr, 2015

James Mangold, USA, 2017

James Mangold, USA, 2017

Olli Saarela, Fin, 1999

Fen-fen Cheng, Taiw, 2009

Ralph Ziman, UK-Cze, 2001

Heidi Saman, USA, 2016

Jordan Peele, USA, 2017

Pierre Étaix, Fra, 1962

Raoul Peck, USA, 2016

Hercules - Coburn, USA, 2016

Tom Ford, USA, 2016

Pablo Larrain, Cile, 2016

 Chad Stahelski, USA, 2017

Matt Ross, USA, 2016

Otto Bell, UK-Mongolia, 2015

R. Ghaem Maghami, Ger, 2015

Anna Rose Holmer, USA, 2015

Joji Matsuoka, Jap, 2007

Karzan Kader, Swe, 2012

Aa. Vv, varie, 2016

Aa. Vv, varie, 2016

Maren Ade, Ger, 2016

Asghar Farhadi, Iran, 2016

Hannes Holm, Swe, 2015

Gart Davis, Aus, 2016

Julie Dash, USA, 1991

H. G. Clouzot, Fra, 1942

Yves Allégret, Iran, 1949

Denzel Washington, USA, 2016

Jeff Nichols, USA, 2016

Derek Cianfrance, NZ, 2016

Chan-wook Park, S.Kor, 2016

Barbara Koppel, USA, 2015

Jim Jarmusch, USA, 2016

Mira Nair, USA, 2016

100 * “Pavee Lakeeen: The Traveller Girl” (Perry Ogden, Irlanda, 2005) * con Winnie Maughan, Rose Maughan, Rosie Maughan
Chiariamo: Traveller in questo caso non significa semplicemente viaggiatrice, ma indica l’appartenenza al gruppo dei Traveller i nomadi irlandesi, i cui legami culturali con rom, gitani ecc. non sono del tutto chiari. In passato sono stati prodotti numerosi altri film proprio con titolo “Traveller”, il più conosciuto dei quali è quello del 1997 di Jack Green (con Mark Wahlberg, locandina allegata) che tratta di quelli ormai trasferitisi negli Stati Uniti, che tuttavia continuano a mantenere le loro tradizioni “nomadi”.
Come film praticamente non esiste in quanto non c’è una trama, non c’è un prologo, non c’è una conclusione e anche molti avvenimenti della quotidianità della famiglia protagonista ed in particolare dell’undicenne Winnie vengono proposti ma poi lasciati in sospeso, senza alcun esito.
Gli stessi problemi sociali che i Traveller si trovano ad affrontare e il difficile rapporto con le istituzioni vengono accennati, ma nessuno è analizzazto, neanche superficialmente. Tanta cinepresa a spalla e recitazione “spontanea” visto che la maggior parte dei protagonisti interpretano sé stessi.
Inserire una qualche storia, seppur marginale, ma con un inizio, uno sviluppo e una conclusione, non avrebbe impedito a Ogden (regista e sceneggiatore) di mostrare uno spaccato veritiero della vita di una famiglia di traveller in un camper alla periferia di Dublino.
Vedo questo film come una grande occasione persa.
IMDb 6,3 RT 67%

 

99 * “Indiana Jones and the Last Crusade” (Steven Spielberg, USA, 1989) tit. it. “Indiana Jones e l'ultima crociata” * con Harrison Ford, Sean Connery, Alison Doody
Giunto al terzo Indiana Jones, ancora non mi spiego il perché della pochezza del secondo. Questo è molto più sagace, più colto, più divertente, molto meglio interpretato, non insiste “all’infinito” su una stessa situazione, le sorprese sono tante così come numerosissimi sono i dettagli arguti, insomma tutt’altra storia. Eppure il regista è sempre lo stesso e soggetto e personaggi continuano a essere quelli di Lucas. E allora?
Secondo me, in sostanza è anche migliore del primo, “I predatori dell’arca perduta” aveva solo il vantaggio della novità.
A chi non conoscesse Indiana Jones e volesse guardare un film della serie, consiglierei senz’altro questo anche se, cominciando dal migliore, gli altri sembreranno scialbi se non inguardabili.
IMDb 8,3 RT 89% * 1 Oscar e 2 Nomination
* al 111° posto nella classifica di IMDb dei migliori film di tutti i tempi
 

98 * “Denial ” (Mick Jackson, UK, 2016) tit. it. “La verità negata” * con Rachel Weisz, Tom Wilkinson, Timothy Spall
Film interessante ma abbastanza piatto, forse per paura di essere troppo di parte. Si basa un vero evento narrato in prima persona da Deborah Lipstadt una storica-scrittrice americana che viene citata per diffamazione da un negazionista (dell’olocausto) inglese. Accettando di andare a processo e non patteggiare si trova nella situazione di dover dimostrare di non aver calunniato lo scrittore in quanto nel sistema giuridico inglese (al contrario di quello americano) le prove le deve fornire l’accusato (per sua fortuna tramite i suoi avvocati).
Ancora una volta Rachel Weisz (nei panni della Lipstadt) non riesce a convincermi, non che non sia brava, ma le manca “personalità”. Al contrario, Tom Wilkinson offre l’ennesima solida interpretazione nelle vesti dell’avvocato difensore che deve smontare le accuse di diffamazione e conseguente danno economico. Candidato due volte all’Oscar, come protagonista per “In the Bedroom” e non protagonista per “Michael Clayton”, è ammirevole come questo attore inglese (oggi quasi settantenne) riesca a passare con indifferenza da film come questo, alla sci-fi di Batman Begins, alla commedia d’azione come Rock’nrolla, a commedie quasi surreali come The Grand Budapest Hotel, fornendo sempre ottime prove.
IMDb 6,6 RT 82%

 

97 * “Indiana Jones and the Temple of Doom” (Steven Spielberg, USA, 1984) tit. it. “Indiana Jones e il tempio maledetto” * con Harrison Ford, Kate Capshaw, Jonathan Ke Quan
Questo non l’avevo mai visto e, dopo averlo fatto, posso dire che non rimpiango certo di aver tardato tanto, forse rimpiango di più le quasi due ore perse a guardarlo. Nettamente inferiore al primo, naviga fra banalità, stereotipi, scene viste e riviste e gli insopportabili coprotagonisti di Harrison Ford non migliorano certo la situazione.
Si salvano solo i primi 20 minuti in quanto più rapidi, pieni di avvenimenti e movimento, conditi con qualche buona trovata. Il resto è da dimenticare.
Questo film assolutamente insulso non è certo da annoverare fra i migliori di Spielberg il quale, oggettivamente, ha prodotto più film di cassetta che di qualità.
IMDb 7,6 RT 85% * 1 Oscar e 1 Nomination

 

96 * “Les risques du metier” (André Cayatte, Fra, 1967) tit. it. “Attentato al pudore” * con Jacques Brel, Emmanuelle Riva, René Dary
Sorvolando sulla pessima e fuorviante traduzione del titolo, passo a sottolineare la stranezza del cast con protagonista un cantante famoso che esordisce come attore (più che degnamente) a quasi 40 anni e al suo fianco l’affermata Emmanuelle Riva che di fatto aveva esordito 8 anni prima con un ruolo da protagonista in “Hiroshima mon amour” (di Alain Resnais, 1959), anche lei ultratrentenne all’epoca.
Seppur di argomento relativamente più “leggero” (ma una calunnia, specialmente di molestie è tutt’altro che “leggera”) “Les risques du metier” tocca ancora una volta i temi tanto cari a Cayatte della giustizia e della morale, temi centrali della sua precedente tetralogia. Il regista francese, laureato in letteratura e in diritto, abbandonò la carriera forense e si dedicò al giornalismo, scrittura e cinema, e divenne un acceso paladino dell’abolizione della pena di morte.
Questo film si svolge in una cittadina di provincia francese nella quale un professore viene accusato di molestie da ben tre ragazze. In principio è il sindaco che indaga, ma non venendo a capo di nulla subentra la polizia e la storia si va complicando sempre di più con tante bugie e verità nascoste.
Se vi interessa sapere di più su Cayatte, vi invito a leggere questo ottimo articolo di Aldo Tassone, trovato nell’archivio di Repubblica del 1989, quando i giornalisti erano giornalisti.
IMDb 7,1

 

95 * “Raiders of the lost Ark” (Steven Spielberg, USA, 1981) tit. it. “I predatori dell’arca perduta” * con Harrison Ford, Karen Allen, Paul Freeman
Per compensare la visione di “Kong: Skull Island”, ho messo mano alla tri-tetralogia di Indiana Jones ed ho cominciato ovviamente dal primo film della serie. All'epoca fu una vera novità, oltre che tanto al pubblico piacque abbastanza anche alla critica e conquistò 4 Oscar. Da allora in poi si sono moltiplicate a dismisura pellicole con trame che includono ricerca di reliquie, oggetti dai poteri magici, pietre preziose ... tutti puntualmente nascosti in templi diroccati, caverne e cripte, pieni di insidie naturali e ingegnosissime trappole mortali opportunamente sistemate a difesa dei preziosi oggetti.
Le sorprese sono tante, gli effetti speciali ben realizzati (considerato che è un film di oltre 35 anni fa), la suspense si miscela con l'ironia e un po' di commedia ... ma in generale pecca sui tempi. Questo e un vizio o difetto di molti che, nel tentativo di ottenere il massimo della tensione, dilatano enormemente i tempi superando ogni plausibile limite. Ciò alla lunga infastidisce un po’, almeno io trovo ridicole queste esagerazioni in quanto nella maggior parte dei casi sono assolutamente inutili.
Il film lo dovreste conoscere tutti ed è già stato scritto troppo, quindi mi fermo qui. Mi limito a ricordarvi di tenerlo presente quando non avrete niente di meglio da fare e cercate un modo di passare un paio d'ore piacevolmente e senza dovervi impegnare mentalmente.
4 Oscar - al 39° posto nella classifica dei migliori film di sempre (IMDb) - la posizione mi sembra molto, ma molto esagerata.
IMDb 8,5 RT 94%
PS - la scena in cui
Indiana Jones spara l'arabo nel mercato è quella che mi è sempre piaciuta di più,  ... simile tattica dovrebbe essere usata più spesso e non fare come quelli che, confrontandosi con un avversario, cominciano a parlare, a fare rivendicazioni, rinfacciare torti subiti, ecc. e spesso per perdere tempo hanno la peggio.

 

94 * “Kong: Skull Island” (Jordan Vogt-Roberts, USA, 2017) * con Tom Hiddleston, Samuel L. Jackson, Brie Larson
Qual è la sottile distinzione fra “citazione”, “omaggio” e “copia”? Me lo sono chiesto a più riprese vedendo questo film che pur non essendo un remake attinge a piene mani da film di varie epoche e qualità. Primo fra tutti Apocalypse Now, a cominciare dal poster con la sfera solare infuocata e gli elicotteri, per finire alla musica suonata “a palla” mentre gli stessi volano in formazione.
Non è assolutamente un film memorabile e penso che verrà presto dimenticato, ma devo confessare che temevo di peggio. Il taglio anti-bellico è risibile e forse è stato introdotto solo per giustificare la presenza della fotografa “anti-war” Brie Larson, che ovviamente è quella che farà colpo su (King) Kong.
Nel complesso le interpretazioni, comprese quelle di attori bravi e buoni caratteristi, variano dall’appena sufficiente allo scadente.
Sul versante positivo si ha conferma dei livelli eccelsi ormai raggiunti dalla tecnologia CGI e, anche se non sbalordisce più come qualche anno fa, si deve riconoscere che questo Kong sembra quasi sempre assolutamente reale.
Altri pregi sono i fantastici scenari naturali e la rappresentazione del villaggio di aborigeni (interpretati da una etnia vietnamita, ipnotizzanti i loro sguardi, seppur quasi mascherati dai complicati disegni sui loro volti, ben proposti nel film) in parte reale nella provincia di Ninh Binh, in parte ricostruito in una valle che affaccia sulla costa NE di Ohau, Hawaii.
E qui vengo all’ultimo argomento (molto personale) che mi ha interessato: le location hawaiane che conosco abbastanza bene. Le poche scene cittadine sono state ricostruite nella Chinatown di Honolulu (dove vado a mangiare almeno 4 volte a settimana), mentre le scene più “aperte” sono state girate in un gruppo di valli contigue, dove sorge il Kualoa Ranch, famoso per essere stato set di tanti famosi film fra i quali Jurassic Park (1993), Godzilla (2000), Pearl Harbor (2001), Hunger Games (2013).
Qui potete vedere alcune foto della valle “al naturale”, scattate nel corso di una escursione con i consoci dell’Hawaian Trail and Mountain Club (che provvide ad ottenere i permessi) esattamente 9 anni fa ... c’è anche un’indicazione di una location di Pearl Harbour.
IMDb 7,2 RT 73%

 

93 * “Lock, Stock & two smoking barrels” (Guy Ritchie, UK, 1998) tit. it. “Lock & Stock - Pazzi scatenati” * con Jason Statham, Jason Flemyng, Dexter Fletcher, Nick Moran
Poche parole per questo film cult di quasi 20 anni fa che, penso, quasi tutti conoscano.
Visto che hanno travisato il titolo, più che “Pazzi scatenati” lo avrebbero potuto anche chiamare “Perfetti sprovveduti” (per non dire altro). Ma si sa, sugli errori, ingenuità e scelte arrischiate (e quasi nessuno di noi ne è del tutto esente) si basano la maggior parte dei film e dei romanzi.
Pazzo (e allo stesso tempo geniale) è senz’altro Guy Ritchie (all’esordio sia come sceneggiatore che come regista) che è stato capace di creare una storia così contorta e intricata con oltre una ventina di personaggi che si scontrano, si ritrovano per caso, si minacciano e, all’occorrenza, si uccidono.
L’ambiente è quello della moderna malavita londinese, con tanta droga e tanti soldi in circolazione, ma a ciò Ritchie ha aggiunto furti, rapine, killer, esattori e gioco clandestino (truccato), ma sempre con tocco leggero, tendente alla commedia.
Pur essendo sostenitore delle versioni originali, devo dire che mi sono trovato qualche volta in difficoltà con lo slang e lo stretto accento londinese, ma meglio perdere qualche parola che la sonorità di quei dialoghi.
Ottima e appropriata la colonna sonora.
Se ci fosse ancora qualche cinefilo che non l’ha visto, e anche se non fosse il suo genere preferito, penso che dovrebbe comunque colmare questa lacuna.
IMDb 8,2 RT 89% * al 143° posto fra i migliori film di tutti i tempi (classifica IMDb)

 

92 * “The Women’s Balcony” (Emil Ben-Shimon, Isr, 2016) tit. or. “Ismach Hatani” * con Avraham Aviv Alush, Yafit Asulin, Orna Banai
Predicatori e imbonitori mi hanno sempre affascinato e li "ammiro" per la loro capacità di catturare l'attenzione degli astanti e fissarla come se fossero magneti e, in genere, per lo stesso motivo non li apprezzo in quanto molti di loro vendono fumo e illusioni, propagano idee prive di fondamento, finte religioni, ecc.
Restando in ambito cinematografico ricordate il viscido predicatore (Paul Dano) di “There will be Blood” o il finto pastore (Robert Mitchum) di “The Night of the Hunter” o, per qualcosa di molto più leggero e positivo ma comunque “ipnotizzante”, James Brown nelle vesti del Reverendo Cleophus James in “The Blues Brothers”?
In “The Women's Balcony” il protagonista (secondario per presenza sulla scena ma principale per i malumori che suscita) è un giovane rabbino ultraortodosso il quale subdolamente tenta di prendere il posto dell'anziano rabbino temporaneamente inabile. Non si deve essere esperti di ebraismo per capire che il sentimento comune è il rispetto della religione, ma anche di insofferenza nei confronti di quelli che vogliono imporre ad ogni costo leggi ferree e obsolete che spacciano per divine.
Per allargare (a mio rischio e pericolo) il discorso, fra questi tipi di sacerdoti-predicatori integerrimi spesso si nascondono i peggiori, qualunque sia la religione interessata. Non solo ultraortodossi che uccidono e derubano, ma anche imam che predicano violenza e seminano odio, preti pedofili e suore aguzzine, e ognuno potrà pensare ad altri atteggiamenti simili non solo contrari allo loro dottrina ma anche alle leggi civili.
Nel film c'è praticamente tutto questo, un rabbino che con modi affabili e una sapiente e "illuminata" parlantina tenta di manipolare una piccola comunità di ebrei osservanti, tuttavia umani e “quasi” al passo con i tempi. Le donne saranno le prime a rendersi conto dell’ambiguità del religioso e ci vorrà un po’ prima di convincere anche i mariti.
Film corale, ben interpretato e portato avanti con buon ritmo, anche se vari avvenimenti e reazioni, così come il finale, sono abbastanza prevedibili, in sostanza poche sorprese.
Interessante anche dal punto di vista etnico (aspetto per me sempre interessante) che mostra ai non ebrei vari aspetti della loro liturgia, nominando un'infinità di festività e termini religiosi. Eppure, in fondo, nelle feste, riunioni e nel matrimonio vengono fuori le radici mediorientali con cibo, musica e passi di danza che solo un esperto può individuare come specifiche israeliane. Basta dare un’occhiata (e porgere un orecchio) al trailer.
IMDb 7,7
NB - il "Balcony" del titolo si riferisce alla "balconata" riservata alle donne all'interno della sinagoga

 

91 * “Robo G” (Shinobu Yaguchi, Jap, 2012) * con Naoto Takenaka, Yuriko Yoshitaka, Gaku Hamada
Discreto soggetto, scarsa sceneggiatura, ancor peggiore realizzazione ... peccato.
In questa storia di un finto robot ci sono numerosi spunti interessanti e varie sorprese disseminate qua e là, ma così come è presentata e realizzata purtroppo non regge proprio, lo trovo pressoché inutile.
Proponendo almeno i personaggi dei tre creatori dell’automa meno imbranati e più plausibili sarebbe già cambiato tanto, ma le pecche sono tante anche sotto altri punti di vista.
IMDb 7,0

 

90 * “Life of Brian” (Terry Jones, UK, 1979) tit. it. “Brian di Nazareth” * con Graham Chapman, John Cleese, Eric Idle, Terry Gilliam, Terry Jones, Michael Palin
Nonostante le insensate accuse di blasfemia che lo hanno tenuto lontano dai cinema per molti anni in varie nazioni europee “bigotte” (in Irlanda ebbe il nulla-osta solo nel 1986 e in Italia addirittura nel 1991) questo film dei Monty Python è considerato dai più il loro migliore ed io concordo al 100%, in tutti i sensi. La storia ha una maggiore continuità e non è una semplice sequenza di sketch, i personaggi sono tanti e nessuno di essi è casuale, i temi toccati (per chi riesce a coglierli) sono tanti e soprattutto non tanto religiosi quanto politici, storici e sociali. Non riesco a capire come si possa ritenere “Life of Brian” un oltraggio alla cristianità visto che i riferimenti sono soprattutto a parabole o eventi non strettamente religiosi.
Alcune scene sono decisamente esilaranti come quella della lapidazione ad opera di donne, i discorsi di Pilato, l’uomo che vuole diventare donna ed avere un figlio, le riunioni dei vari gruppi clandestini che vorrebbero cacciare i romani, la lezione di grammatica latina, giusto per fare qualche esempio. Il ritmo è serrato e, come è nel loro stile, i sei del gruppo appaiono in ruoli diversi ogni pochi minuti.
Per questo film in particolare vale più che mai quanto detto per il precedente Holy Graal (ma dovrebbe essere regola generale) vale a dire l’enorme differenza fra versione originale e quella doppiata. Questa è stata la mia prima visione in lingua originale del film e, pur avendolo già visto un paio di volte (doppiato) nei decenni passati, mi sono divertito come non mai.
Per quanto si possa essere religiosi, penso che ogni persona di larghe vedute e mentalità aperta possa trovare tanti spunti interessanti, se non divertenti, in questo film di quasi 40 anni fa che già metteva in risalto problemi ancora attuali e lungi dall’essere risolti.
Da non perdere, seguire con attenzione e riflettere.
A beneficio di chi non lo sapesse, mi permetto di ricordare che i Monty Python non erano comici o cabarettisti di terz’ordine e anche se il loro linguaggio e ciò che mostravano era ritenuto spesso audace o addirittura offensivo (ma solo da alcuni) ogni loro battuta, gag o sceneggiatura completa aveva alle spalle una gran cultura che in parte derivava anche dai loro studi universitari, alcuni dei quali significativi per i loro tipi di lavori. I 6 erano tutti laureati ed esattamente: John Cleese (1939) in Legge, Graham Chapman (1941-1989) in Medicina, Terry Jones (1942) ed Eric Idle (1943) in Inglese, Michael Palin (1943) in Storia Moderna e Terry Gilliam (1940) in Scienze Politiche. Gilliam, oltre ad essere l’unico americano, era il principale autore dei disegni e delle surreali animazioni che compaiono nei loro film e, come molti di voi ben sanno, si è successivamente dato alla regia ottenendo anche una Nomination Oscar per il cult-movie “Brazil”.
IMDb 8,1 RT 96%  * al 181° posto fra i migliori film di tutti i tempi (IMDb)

 

89 * “Monty Python and the Holy Grail” (Terry Gilliam, Terry Jones, UK, 1975) tit. it. “Monty Python e il Sacro Graal” * con Graham Chapman, John Cleese, Eric Idle, Terry Gilliam, Terry Jones, Michael Palin
Dopo anni di televisione con vari tipi di show, fra i quali “Flying Circus” quello che li rese famosi e amatissimi in Gran Bretagna, nel 1975 i Monty Python approdarono al cinema vero e proprio dopo un primo film (“E ora qualcosa di completamente diverso”, 1971) che però era un semplice collage di loro sketches.
Si dovrebbe quindi considerare questo “Sacro Graal” quale film d’esordio, avendo esso una trama unica. Ognuno di loro interpreta più personaggi (dai “soli” 4 di Graham Chapman fino ai 9 di Michael Palin) talvolta addirittura nella stessa scena utilizzando il campo e controcampo.
La loro comicità “demenziale” (eppure spesso basata su logica stringente) non è gradita a tutti anche perché spesso risulta difficile da rendere in altre lingue, lo stesso che successe per i fratelli Marx che basavano molto della loro comicità sui testi ed in particolare sui giochi di parola.
Il film si apre con dei titoli di testa folli per l’epoca, con elenco di tutti i partecipanti alla realizzazione del film, anche in ruoli estremamente marginali, accompagnati da sottotitoli non pertinenti scritti in modo assurdo. Questi elenchi infiniti sono ormai diventati norma e ho visto titoli di coda lunghi fino a 9 minuti (!) che includono i nomi degli acconciatori e autisti di ciascun attore e addirittura i contabili. Al contrario i titoli di coda, in tempi recenti più lunghi, non ci sono proprio e lo schermo diventa nero interrompendo improvvisamente il flm.
La trama propone chiaramente di una parodia dei paladini di Re Artù, delle loro avventure, duelli, codici di onore, armi e armature..
Da vedere assolutamente in versione originale.
IMDb 8,3 RT 95%al 101° posto nella classica dei migliori film di tutti i tempi di IMDb

 

88 * “Songs my brother taught me” (Chloé Zhao, USA, 2015) * con Wambli BearRunner, Irene Bedard, Dakota Brown
Molti avranno ormai capito che i film a sfondo etnico mi interessano particolarmente e nelle mie valutazioni sono molto più ben disposto a "tollerare" carenze, imprecisioni e riprese non eccelse tenendo conto delle oggettive difficoltà di produzione. Molti di essi sono tuttavia ancor più apprezzabili per la semplicità delle inquadrature, per il sonoro in presa diretta o comunque non troppo rielaborato, per il linguaggio filmico essenziale.
Con questo spirito mi sono avvicinato a questo film ambientato in una comunità di nativi americani (facente parte del gruppo dei Sioux), e non sono rimasto deluso. La tribù degli Oglala Lakota una volta abitava le immense praterie fra Dakota, Montana e Saskatchewan (Canada), ma oggi si può trovare traccia della loro cultura solo in alcune delle "riserve" dove vivono più o meno emarginati.
Il film, molto semplice nella sua struttura, mostra con crudo realismo una comunità quasi allo sbando, con pochissime attività commerciali, oltre il 70% di disoccupati, livello di vita sotto il livello di povertà e molti (troppi) spendono i loro pochi soldi in alcool e fumo. Molti sopravvivono solo grazie agli aiuti (incluse distribuzione di cibo) del governo e di varie associazioni, e ho anche letto che nelle Americhe solo Haiti ha un reddito pro-capite più basso. Molti dei gruppi familiari sono allo sbando in quanto esiste di fatto la poligamia e considerato che parte degli adulti hanno problemi con la legge ci sono tante madri single. Il padre di Johnny (protagonista con la sorella Jashuan) nel film come nella vita reale ha 7 “cosiddette mogli” e 25 figli ... e nel film muore all’inizio lasciando i due soli con la madre, mentre un terzo fratello è in carcere. La regista Chloé Zhao (cinese) esordisce con questo film raccontando dall’interno, con tanta camera a spalla, senza nessun set ricostruito, ma riesce a mantenersi ben lontana dal documentarismo limitandosi ad un semplice, buon cinéma vérité.
“Songs my brother taught me” è completamente girato nella Pine Ridge Reservation (South Dakota), nelle vere case dove abitano attualmente i Lakota e negli ampi spazi circostanti (le famose Badlands), con interpreti esclusivamente locali, tutti alla prima esperienza di fronte alla cinepresa.
Oltre alle belle riprese delle praterie e degli aridi calanchi delle Badlands, mostra anche qualche svago della popolazione, soprattutto rodei nei quali i partecipanti sono più numerosi degli spettatori ed è significativo il fatto che diventare un “bull rider” sia una delle aspirazioni più comuni dei ragazzi.
IMDb 6,7 RT 89%
* Nomination a Cannes e al Sundance

 

87 * “Remember” (Atom Egoyan, Isr, 2015) * con Christopher Plummer, Kim Roberts, Amanda Smith
Acuto thriller "lento", più che giustificato dal fatto che il protagonista è un novantenne, affetto da demenza senile, che viaggia da solo e via terra da un lato all'altro degli Stati Uniti con una deviazione in Canada. Ottima performance di Christopher Plummer (all’epoca 86enne) nei panni di un sopravvissuto di Auschwitz, convinto da un suo compagno di sventura a cercare il loro aguzzino e "fare giustizia" (vendetta). Fatto il quadro della situazione, è facile comprendere come a tratti tenda verso la dark comedy e per questo mi ha ricordato vari lavori dei primi fratelli Coen.
Anche se guidato dai dettagliati appunti scritti per lui dal suo diabolico amico costretto su una sedia a rotelle, il lungo viaggio di Zev non sarà ovviamente facile. Oltre a vari incontri con bambini e tutori dell'ordine (guardie di frontiera, trooper e vigilantes) dovrà affrontare una serie di imprevisti prima del colpo di scena finale.
Il racconto è portato avanti in modo tale che veramente non si riesce ad immaginare come si possa concludere il film se non un minuto prima della fine.
IMDb 7,4   RT 71% * Premiato a Venezia 2015

 

86 * “Abulele” (Jonathan Geva, Isr, 2015) * con Yoav Sadian, Idan Barkai, Bar Minali
Il film di apertura del Jewish Film Festival di Honolulu si è rivelato una piacevole sorpresa. Con i film israeliani non si sa mai dove vanno a parare e temo sempre che contengano messaggi integralisti più o meno velati, relativi all’etnia o alla religione.
Niente di tutto ciò, "Abulele" è un film per adolescenti, avente come protagonisti un ragazzo di una decina d'anni e Abulele, un simpatico mostro, più che altro uno "spirito" un po' dispettoso ma non certo malvagio, assimilabile al famoso "munaciello" napoletano.
Al contrario di quanto paventato, mi sembra che prenda sfacciatamente in giro i fanatici delle forze di sicurezza e i nazionalisti sfrenati. Dopo un inizio un po' lento e macchinoso, il film prende corpo e fra varie situazioni prevedibili o comuni in questo tipo di storie scolastiche sono inserite sorprese, argute battute e colpi di scena.
Considerato il target l'ho trovato più che buono e anche i personaggi adulti sono ben caratterizzati e divertenti.
Se vi capita e siete interessati ad un'ora e mezza di svago, prendetelo in considerazione.
IMDb 7,1

 

85 * “Cartel Land” (Matthew Heineman, USA, 2015) aka “Tierra de carteles” * con Tim Nailer Foley, José Manuel 'El Doctor' Mireles, Paco Valencia
Documentario un po’ lento e molto macchinoso, incentrato su due personaggi principali, su lati diversi della frontiera USA/Messico.
Uno organizza squadre di “vigilantes” per liberare varie città dello stato di Michoacan dalle violenze e dai traffici dei narcos, l’altro al contrario recluta volontari per sorvegliare la frontiera statunitense nel tentativo di non far passare né clandestini, né droga. In effetti i due sono quasi alleati (seppur a oltre 1000km di distanza) nella guerra contro i “carteles”.
Di argomento simile ma opposto (nel senso che fa conoscere proprio i trafficanti di droga) ho trovato molto più interessante “Narco Cultura” (di Shaul Schwarz, 2013). Se siete interessati a conoscere un po’ di più in merito a ciò che succede in Messico, fra la capitale ed il confine con gli USA, e doveste scegliere fra i due, vi consiglio il secondo.
IMDb 7,4 RT97%  *  Nomination Oscar 2016 come miglior documentario, premiato dal Directors Guild of America, 2 premi al Sundance e altre 15 vittorie e 35 nomination

 

84 * “Logan” (James Mangold, USA, 2017) * con Hugh Jackman, Patrick Stewart, Dafne Keen
La mia opinione da INesperto di questo genere.
Avendo letto tante buone o ottime recensioni che sottolineavano l’atipicità di Logan, diverso dai precedenti film di “supereroi”, sono andato a guardarlo.
In effetti non è comparabile con quelli che avevo precedentemente visto e si sviluppa più che altro sullo stile dei film on the road, con un lungo inseguimento che inizia in Messico e termina in Canada, dopo aver attraversato gli Stati Uniti da sud a nord, ovviamente su strada
Logan viene presentato come i classici “buoni” che dopo le loro lunghe carriere caratterizzate dalla violenza hanno deciso di smettere di fare gli “sceriffi” o i “paladini” e tentano di ritirarsi a vita privata isolandosi. Purtroppo per lui (ma anche questa è storia vista e rivista in mille western e polizieschi) il riluttante Logan viene trascinato in una disperata fuga con una bambina ed un anziano su sedia a rotelle.
Il film è senz’altro molto più meritevole di tanti altri dello stesso genere e Hugh Jackman, sebbene invecchiato e appesantito, è più che convincente.
Penso che sia un film imperdibile per gli appassionati, mentre gli “altri” ne possono fare tranquillamente a meno.
Come sempre più spesso accade di recente per i lanci dei film di cassetta, l’8,8 di IMDb che lo porrebbe al 46° posto dei film di tutti i tempi è assolutamente fasullo e sta scendendo a vista d’occhio.
IMDb 8,8 RT93%

 

83 * “Ambush” (Olli Saarela, Fin, 1999) tit. or. “Rukajärven tie” * con Peter Franzén, Irina Björklund, Kari Heiskanen
Film di guerra, ma non il solito ... e non solo per gli "esploratori ciclomontati" che con le loro biciclette sferraglianti vanno su e giù lungo le piste sterrate negli sterminati boschi della regione dei laghi, ma anche per il soggetto.
I fatti narrati si collocano nell’ambito della “Guerra di continuazione” (1941, una delle tante che pochi di noi conoscono) combattuta fra finlandesi, russi e partigiani, dopo chel’anno prima la Russia aveva attaccato proditoriamente la Finlandia, quindi poco a che vedere con la seppur contemporanea II Guerra Mondiale.
Diverso dai soliti cliché, segue la missione di una quindicina di soldati in missione perlustrativa, gruppo che, ovviamente, si andrà man mano riducendo per cause diverse, in eventi distinti. A margine di ciò si sviluppa la travagliata storia d'amore fra il tenente a capo del manipolo e una ausiliaria.
Interessante, originale, buona fotografia, ottimi scenari naturali.
IMDb 6,8

 

82 * “Hear me” (Fen-fen Cheng, Taiwan, 2009) tit. or. “Ting shuo” * con Eddie Peng, Ivy Yi-Han Chen, Michelle Chen
Delicato e divertente film, non proprio una commedia ma lungi dall'essere drammatico, non sentimentale ma abbastanza romantico.
Storia di un amore a prima vista fra un ragazzo che consegna pasti a domicilio per il ristorante dei genitori e una ragazza sordomuta che si prende cura della propria sorella maggiore, anch'ella sordomuta, che aspira ad entrare nella squadra di nuoto per le Paralimpiadi.
Volendo approfondire l’analisi al di là dell’aspetto “leggero”, ci sarebbe tanto da prendere in considerazione in merito ai rapporti di portatori di handicap con i propri familiari e con gli estranei, lo strano ma profondo rapporto fra le sorelle, le attenzioni dei genitori nei confronti del figlio.
Film ben realizzato e piacevole, con due giovani protagonisti più che convincenti.
IMDb 7,5

 

81 * “The zookeeper” (Ralph Ziman, Cze-Dan-UK-NL, 2001) tit. or. “Rukajärven tie” * con Sam Neill, Gina McKee, Ulrich Thomsen, Om Puri
Soggetto dalla storia strana questo di "The zookeeper", che mi lascia molto perplesso. Qualcuno saprà certo che è in uscita "The zookeeper's wife" (di Amma Asante, 2017, con Jessica Chastain e Johan Heldenbergh) che è "ufficialmente" tratto dall'omonimo romanzo non-fiction (del 2007) di Diane Ackerman, a sua volta basato sul diario inedito di Antonina and Jan Zabinski, direttore dello Zoo di Varsavia. La cosa strana è che non ho trovato nessun riferimento a questo misconosciuto film del 2001 che tratta di una storia parzialmente simile seppur con varie differenze: il guardiano dello zoo è single, nasconde solo due “partigiani”, guerra civile e paese non meglio identificato, avvenimenti successivi alla caduta dei regimi comunisti. C'è da pensare che la sceneggiatura di “The zookeeper” abbia avuto come spunto gli stessi fatti reali che portarono i coniugi Zabinski a salvare decine e decine di ebrei e quindi essere successivamente riconosciuti quali “Giusti tra le nazioni”.
Ma veniamo a questa coproduzione danese-anglo-ceca-olandese che sembra non essere mai giunta in Italia (io ho trovato il dvd in Spagna). Scarsissima la circolazione, su RT c'è la sola recensione di xxx dal titolo: “A haunting film, superbly directed, and filmed with a harsh beauty” (4/5). Su IMDB vanta un più che buono 7,6 e tanti commenti positivi.
Il film non è certo allegro, ma neanche deprimente come altri avrebbero potuto realizzarlo. Sam Neil si destreggia in modo dignitoso e fino ad un certo punto il suo personaggio è abbastanza credibile, ma man mano che la storia va avanti sia lui che i comprimari cominciano a diventare sempre meno plausibili e quindi abbastanza irritanti. Peccato.
Da ciò che ho visto nel trailer di "The zookeeper's wife" mi sembra che varie scene, così come la scelta degli animali, ricordino il film di Ziman.
IMDb 7,6

 

80 * “Namour” (Heidi Saman, USA, 2016) * con Karim Saleh, Waleed Zuaiter, Nicole Haddad
Film d'esordio dell'americano Heidi Saman, figlio di immigrati egiziani, il quale si cimenta in un (piccolo) dramma familiare ai tempi della crisi economica della fine del decennio scorso. Attorno al protagonista Steven, che si arrangia lavorando come valet al parcheggio di un costoso ristorante, ruotano i genitori (divorziati, lui vive con la madre), la sorella (più concreta di lui), l’anziana nonna e la fidanzata un po’ ossessiva (si vede poco, ma è in costante contatto tramite messaggi sullo smartphone). Aggiungete il cambio casa in corso e le insoddisfazioni lavorative e avrete un quadro pressoché completo della situazione.
Prodotto garbato e senza eccessi, descrive bene i rapporti all’interno della famiglia egiziana (comunque relativamente agiata e senz’altro integrata), le dinamiche sociali e la precarietà del lavoro.
A tratti risulta un po' lento, ma mi è parso ben realizzato e dignitosamente interpretato. Interessante, merita la sufficienza.
Due premi al Los Angeles Film Festival

 

79 * “Get Out” (Jordan Peele, USA, 2017) tit. it. “Scappa” * con Daniel Kaluuya, Allison Williams, Bradley Whitford
Qui negli States è il “caso” del momento, in piena frenesia Oscar tutti ne parlano e in questi primi giorni (è uscito il 24, quindi da neanche una settimana) ha incassato la bellezza di 35 milioni di dollari! Ciò non sorprende più di tanto, ma quello che meraviglia trattandosi di una commedia “terror” è che sta ricevendo anche critiche estremamente positive. Sul più importante aggregatore (Rotten Tomatoes) al momento sono riportate 147 recensioni delle quali una sola insufficiente, ma prendendo in considerazione solo quelle dei "top critics" si ha un rotondo 100% (47 su 47) con voto medio 8.
Dopo questo dovuto preambolo, veniamo al dunque. Chi è Jordan Peele? E’ un famos(issim)o comico, soprattutto televisivo (Emmy Award per la serie “Key and Peele”) alla sua prima esperienza come regista e alla seconda come sceneggiatore (Keanu, la precedente).
Onestamente penso che non avrà lo stesso successo al di fuori dei confini americani in quanto non è abbastanza commedia horror-terror ed il resto è satira politica, sociale e razziale, del tipo difficilmente traducibile e ancor più difficilmente percepibile per i non americani.
Ben strutturata con una lunga prima parte di “sospetti” ma pochi avvenimenti, abbastanza originale per gli sviluppi, senza zombie, mostri e simili, si basa invece su un paio di molto ipotetiche (in effetti poco credibili) idee medico-biolgiche-psicologiche. Bravi gli attori e molto buona l’ambientazione nella grande residenza in mezzo alla natura “lontana da ogni altra abitazione”, come ci tiene a sottolineare il padrone di casa.
In conclusione non è male e per niente banale, ma certamente non vale gli attuali rating. Di questo stesso genere il mio preferito in assoluto è il geniale "Tucker and Dale vs Evil" (di Eli Craig, 2010) con Alan Tudyk ... e non ve lo dovete perdere!
IMDb 8,3 RT 100%

 

78 * “Le soupirant” (Pierre Étaix, Fra, 1962) tit. it. “Io e le donne” * con Pierre Étaix, France Arnel, Laurence Lignières
Commedia di e con Pierre Étaix, quasi emulo di Jacques Tati, dico quasi in quanto di tanto in tanto proferisce qualche parola al contrario del suopiù famoso collega che era mimo vero e proprio.
Il timido (e “imbranato”) Pierre, già uomo fatto sempre con la testa fra le nuvole, viene spinto dai genitori a cercarsi una moglie, ma la cosa si rivela tutt’altro che semplice. Equivoci a non finire, situazioni originali e tempi perfetti caratterizzano questa commedia nella quale le parole certo non si sprecano. Film recentemente restaurato insieme con gli altri di Étaix.
Prodotto molto particolare e sottile, poco a che vedere con le commedie classiche.
IMDb 7,3 RT 100%

 

77 * “I'm not you Negro” (Raoul Peck, USA, 2016) * con James Baldwin, Samuel L. Jackson (voce)
Documentario estremamente interessante, specialmente per quelli come me che, pur sapendo qualcosa delle lotte dei negri (allora si chiamavano così) per la parità di diritti civili e fine della segregazione razziale, e conoscendo chi fossero Malcolm X e M. L. King, non hanno comunque un quadro completo della situazione a metà del secolo scorso.
Affascinante il modo in cui James Baldwin espone le sue idee nei filmati originali di interviste e conferenze, punti di vista assolutamente non banali. Appropriati le foto e i filmati d’epoca.
Ed ecco quello che non mi è piaciuto: l’inserimento di vari filmati “moderni” (per fortuna pochi) come quelli relativi agli scontri di Ferguson del 2014 e troppi spezzoni di film, spesso non proprio attinenti al discorso, ma solo per dimostrare come al cinema si propinasse continuamente la superiorità dei bianchi.
Candidato all’Oscar come miglior documentario (ma, come saprete, questo è andato a “O.J.: Made in America””
IMDb 6,7 RT 100%

 
76 * “Maya Angelou: and Still I Rise” (Bob Hercules e Rita Coburn Whack, USA, 2016) * con Maya Angelou
Ottimo documentario sulla vita di una donna eccezionale, attiva fino a poco prima della morte sopraggiunta a 86 anni (1928-2014) dopo una vita intensa e varia, piena di successi nei campi più disparati.
Una perfetta combinazione di filmati e foto d’epoca, interviste ad amici e ad alcuni dei tanti personaggi famosi che l’hanno conosciuta e frequentata e tanti racconti, ricordi e declamazioni di versi dalla sua viva voce. Amata e rispettata da tutti, combattiva, poliedrica, insignita della Presidential Medal of Freedom (medaglia presidenziale della libertà).
Non sto qui ad elencare tutti quelli che appaiono o vengono citati ma mi limito a pochi nomi famosi in settori completamente differenti: Malcolm X, James Baldwin, B.B. King, Common, Oprah Winfrey, Bill Clinton. Guardando il documentario apprenderete molto di più dai suoi successi come poetessa e scrittrice, giunti dopo quelli giovanili di ballerina e cantante, alle sue permanenze in Africa, fra Egitto e Ghana, alle lotte per i diritti civili
Concludo con la buona notizia della disponibilità gratuita e legale del documentario su Vimeo.
Ovviamente in lingua originale, da non perdere se conoscete a sufficienza l’inglese (americano).
IMDb 8,0 RT 94%

 

75 * “Nocturnal Animals” (Tom Ford, USA, 2016) * con Amy Adams, Jake Gyllenhaal, Michael Shannon
Nei mesi scorsi ho letto commenti molto contrastanti su questo film che, a dire il vero, non mi attirava tanto ma avendolo avuto a tiro sono andato a guardarlo. Non mi è affatto dispiaciuto il modo in cui Tom Ford porta avanti le due storie, parallele ma non troppo, in parte simili ma molto diverse. Tuttavia non mi hanno convinto i finali (plurale in quanto sono due le storie che si concludono). Poco convincente la prima (almeno cìper come è presentata), inaspettata (fatto positivo) la seconda ma non troppo coerente con i personaggi descritti fino a quel momento. Se da un lato si potrebbe anche accettare l’idea di un spietata rivincita, dall’altro è poco plausibile la passiva accettazione del fatto.
Il pur bravo Shannon (ho ancora in mente la sua interpretazione in “99 Homes”) ha un ruolo troppo marginale e relativamente breve per ambire all’Oscar ... ma credo che comunque sia più che soddisfatto per la Nomination.
IMDb 7,6 RT 73%

 

74 * “Neruda” (Pablo Larrain, Cile, 2016) * con Gael García Bernal, Luis Gnecco, Mercedes Morán
Certamente non ne posso essere sicuro e tantomeno lo posso dimostrare, ma ho il vago sospetto che Pablo Neruda si stia rivoltando nella tomba. Il tentativo di esercizio cinematografico di Larrain mi sembra mal riuscito. Efficace solo a tratti, si trascina per quasi tutto il film con tanto parlare fuori campo e con discorsi che proseguono senza soluzione di continuità, pur cambiando di scena e ambiente.
Devo dire che il tanto acclamato (da una parte della critica) regista cileno mi sembra sopravvalutato e degli altri due suoi lavori che ho visto, “Post mortem” e “El club”, solo il secondo mi è piaciuto. Sospendo un giudizio complessivo in attesa di guardare anche Jackie fra un paio di settimane.
Anche gli attori protagonisti secondo me lasciano a desiderare, specialmente Gael García Bernal, e solo Mercedes Morán mi è sembrata più calata nella parte.
Non brutto, con buoni spunti nella parte centrale, ma in generale deludente rispetto a quanto mi aspettassi.
IMDb 7,3 RT 97%

 

73 * “John Wick: Chapter 2” (Chad Stahelski, USA, 2017) * con Keanu Reeves, Riccardo Scamarcio, Ian McShane,
Si tratta chiaramente del sequel di “John Wick” (Stahelski, 2014), con lo stesso protagonista, interpretato da Keanu Reeves. Non ho visto il primo (né sapevo nulla di questo) ma sembra che anche nel precedente, similmente a questo, un Keanu Reeves indistruttibile fa fuori decine e decine di sicari in ognuno dei quattro scontri principali, con killer che continuano a spuntare da tutte le parti come in un videogioco, uscendone sempre vivo e non troppo malconcio. Tutto ciò tuttavia non infastidisce più di tanto in quanto non ha nessuna pretesa di essere credibile così come tanti altri film di 007, “Mission impossible”, “Die Hard” e chi più ne ha più ne metta.
Fra i non troppi film del genere che ho visto, devo dire che escluse le parti di combattimenti e sparatorie (qualcuno tirato un po’ troppo per le lunghe) la trama è abbastanza interessante e intricata, con personaggi non del tutto banali o visti e rivisti, e c’è anche spazio per unpo’ di ironia qui e lì.
Fra i tanti attori più o meno noti che ricoprono ruoli di contorno ci sono anche Laurence Fishburne e un nutrito gruppo di italiani con Claudia Gerini, Franco Nero e qualche altro nome meno conosciuto, capitanati da Riccardo Scamarcio (fra i protagonisti principali).
La parte centrale del film (come molti forse sapranno) è stata girata a Roma e oltre ai vari panorami generici e non strettamente relazionati alla storia, buona parte delle scene si svolgono Terme di Caracalla, in corridoi appartenenti a chissà quali catacombe, nel 5 stelle Grand Hotel Plaza fatto passare per un fantomatico Hotel Continentale e anche nella Galleria d'Arte Moderna presentata come sale di un museo newyorkese.
Insomma, quelli che amano il genere non se lo possono perdere, ma non credo che valga i rating attuali di IMDb e RottenTomatoes, chiaramente “pompati” per il lancio.
Un’ultima nota. Mi sembra strano che fra quel pochissimo che ho letto, non ho trovato alcun riferimento ad una citazione per me estremamente evidente, quella dello scontro in una “casa degli specchi”, come nel finale di “The Lady From Shanghai” (di e con Orson Welles, 1948).
Leggo che dovrebbe arrivare nelle sale italiane fra un mesetto, il 23 marzo ... a voi la scelta.
IMDb 8,3 RT 90%

 

72 * “Captain Fantastic” (Matt Ross, USA, 2016) * con Viggo Mortensen, George MacKay, Samantha Isler
Avendo letto del soggetto (poco convincente) rinunciai alla visione un paio di mesi fa; leggendo poi varie buone recensioni sono andato a guardarlo comunque e, pur non deludendomi del tutto, non mi ha certo entusiasmato.
A scene e battute sagaci sulle cattive abitudini americane, in parte anche europee, alterna quelle della vita della famiglia, troppo esageratamente "fuori".
Ross avrebbe potuto muovere le stesse critiche, insieme con tante altre, e anche prendere in giro il sistema senza esasperazioni sul versante opposto e avrebbe così evitato di imbarcarsi in situazioni al limite dell'assurdo o quantomeno insensato. Il buddismo e il presunto amore per la natura mal si sposano con la violenza iniziale e anche con gli inutili addestramenti al combattimento (da chi si sarebbero dovuti difendere?) e la presenza di tante armi, anche in mano a bambini più o meno irresponsabili.
Precisando che non sono vegano, né vegetariano, né buddista, né pacifista e pur condividendo molto di quanto dicono padre e figli (questi ultimi molto poco credibili) tutto quanto proposto avrebbe avuto maggior valore e destato maggior attenzione se questi oppositori del consumismo fossero stati, per esempio, semplicemente una famiglia che viveva in armonia e autosufficienza in campagna (tipo Amish).
Buttandola troppo sulla commedia, con qualche inserto drammatico, Ross ha perso un'occasione e resta solo un divertimento (?) per hippies nostalgici e fanatici del survival. L'interpretazione di Viggo Mortensen non è male, ma ben lontana dall'essere tanto memorabile da meritare un Oscar (misteri delle Nomination ...).
Peccato, a partire dallo stesso soggetto avrebbe potuto rinunciare a poche crasse risate e proporre qualcosa di meglio, sarà per la prossima volta.
IMDb 7,9 RT 83%

 

71 * “The Eagle Huntress” (Otto Bell, UK-Mongolia, 2015) * con Aisholpan Nurgaiv, Daisy Ridley, Rys Nurgaiv
Ultimo film della serie Women in Film al museo d'arte di Honolulu. Dopo l'IRAN di Sonita ci spostiamo ancora più a est (e un poco a nord) per deliziarci con gli immensi panorami mongoli, steppe e deserti, per lo più pietrosi, frequentati solo da pochi nomadi. Questo "The Eagle Huntress" (“La falconièra”? Esiste il femminile di falconière? lett. sarebbe “La cacciatrice con l’aquila” ma i PESSIMI ideatori di titoli italiani l’hanno trasformato in “La principessa e l’aquila”!?!?) è un po’ più documentario rispetto a “Sonita” ma i due hanno in comune il fatto che la protagonista è di nuovo una giovane ragazza che si distingue in un campo molto inconsueto, anche in questo caso tradizionalmente riservato agli uomini, per di più adulti. Ma stavolta i contrasti si limitano allo scetticismo degli anziani cacciatori che nutrono dubbi in merito alle sue vere capacità e possibilità, e non vanno oltre i commenti “maschilisti” tipo “le donne devono restare a cucinare, accudire i figli e mungere le capre”. Le carrellate dei loro volti mentre sono intervistati prima e dopo il Festival sono uno spettacolo e c’è non poca ironia nel modo nel quale sono presentati da Otto Bell.
Oltre a godere della bellezza dei panorami è interessante seguire l’addestramento dell’aquilotto (preso dal nido dalla stessa Aisholpan) e della ragazza, nonché la crescita del loro rapporto. Guardate le foto per rendervi conto delle dimensioni di quell’Aquila Reale, quasi 7 kg di peso e oltre 2 metri di apertura alare) e l’assoluta tranquillità della “cacciatrice” che la regge..
Il film è stato girato interamente in Mongolia con il supporto finanziario e tecnico di produttori inglesi e, al di là di quanto possa essere o meno rigorosamente fedele alla vera storia, le riprese sono pressoché impeccabili con ovvio generoso uso di droni e “gopro” (sull’aquila) e le immagini sono oltremodo affascinanti. L’ambientazione, i volti degli anziani ammantati in enormi pellicce e con copricapo decorati, le tipiche guance rosse delle paffute ragazzine, le scene di vita quotidiana, i costumi tradizionali sono tutti ben miscelati e certamente il film non “pesa” quanto potrebbe un documentario di un’ora e mezza.
In attesa che arrivi nelle sale a quelli a cui interessano film di ambientazione simile suggerisco: Dersu Uzala (Akira Kurosawa, 1975, Oscar), Urga (Nikita Mikhalkov, 1991, Nomination Oscar), Mongol (Sergei Bodrov, 2007, Nomination Oscar), Il matrimonio di Tuya (Quan'an Wang, 2007) e, infine, La storia del cammello che piange (Byambasuren Davaa e Luigi Falorni, 2003, Nomination Oscar).
IMDb 7,6 RT 93% Nomination BAFTA

 

70 * “Sonita” (Rokhsareh Ghaem Maghami, Ger, 2015) * con Sonita Alizadeh, Latifah Alizadeh, Fadia Alizadeh

La recensione del film e altro in merito alla “tratta delle spose” si trova in questo post di Discettazioni Erranti
IMDb 7,9 RT 100%

 

69 * “The Fits” (Anna Rose Holmer, USA, 2015) * con Royalty Hightower, Alexis Neblett, Antonio A.B. Grant Jr
Oggi doppio spettacolo al Doris Duke, nell'ambito del "Women in film" festival. Questo primo si è rivelato un film dalla costruzione a dir poco stravagante. L'undicenne Toni aiuta il fratello nella pulizia di un centro sportivo e frequenta soprattutto la palestra di boxe dove è l’unica ragazza ed è praticamente la mascotte de giovani pugili. Ad un certo punto comincia ad interessarsi ad un gruppo di danza moderna, tipo cheerleader e quindi passa in un ambiente totalmente diverso, un mondo di sole ragazze di età e taglia molto diverse, ma con due punti in comune: la passione per la danza e l’essere afroamericane.
Storia di solitudine e di amicizia, quasi assente il commento sonoro, pochissime le parole e anche poco ballo. La regista si concentra sulle ragazze, le segue e le osserva, ne descrive paure e aspirazioni con semplici immagini mute.
Alla pur brava protagonista Royalty Hightower ruba spesso la scena la coetanea Alexis Neblett, entrambe effettivamente di Cincinnati (dove è ambientato il film) e selezionate in loco per il film.
Una stranezza: nel film vengono attribuiti all’acqua contaminata vari svenimenti fra le ragazze. Qualcuno ha voluto vedere in ciò un riferimento alla vicenda di Flint (Michigan, USA) che però fu, seppur di pochi mesi, successiva.
“The Fits” è selezionato per la fase finale di Biennale College - Cinema (Venezia, 2014-2015).
IMDb 6,8 RT 100%

 

68 * “Tokyo Tower: Mom and Me, and Sometimes Dad” (Joji Matsuoka, Jap, 2007) tit. or. “Tôkyô tawâ: Okan to boku to, tokidoki, oton” * con Joe Odagiri, Kirin Kiki, Yayako Uchida
Film tratto dal bestseller autobiografico del poliedrico artista Masaya Nakagawa's (in arte Lily Franky, attore, scrittore, disegnatore, musicista, saggista, ...). Con un’abile mistura di brevi flashback e voce narrante, racconta per sommi capi gli eventi salienti della infanzia e adolescenzadi Nakagawa, focalizzando la maggior parte dell’attenzione sui suoi anni da studente (svogliato) e infine sul rapporto con la madre e il (ritrovato) padre. Attenta descrizione di vita “normale” e familiare, con tante scene in interni, dove il cibo è quasi sempre presente. Crude e quasi strazianti (ma senza alcuna forzatura) le scene della fase terminale della malattia della madre (una ottima Kirin Kiki). Toccante la "redenzione" del padre (che si presenta molto male all'inizio del film) sia nel rapporto con il figlio che con la moglie, fino al commovente rito funebre.
Con il suo passo lento e lieve, a tratti ricorda Rohmer ma certamente è molto più vicino al “maestro” Ozu. Forse, dico “forse”, Matsuoka ha un po’ esagerato nella durata ... 2h22’.
Film di 10 anni fa, ma in classico stile giapponese di metà secolo scorso ... consigliato a chi apprezza il genere.
IMDb 7,5

 

67 * “Bekas” (Karzan Kader, Swe-Fin-Iraq, 2012) * con Zamand Taha, Sarwar Fazil, Diya Mariwan
Produzione finnico-svedese, ma film interamente girato in Kurdistan e interpretato da soli curdi. Comparato con i vari visti l’anno scorso ambientati nella stessa area, ma in territorio iraniano e prodotti in IRAN, devo dire che questo è di livello inferiore sotto quasi tutti i punti di vista, pur non essendo un cattivo film. Due fratelli orfani si danno da fare per sopravvivere e sognano di andare in America per conoscere Superman. La guerra non viene quasi mostrata né percepita, viene solo nominato (e maledetto) Saddam Hussein. Si sviluppa sui toni da commedia con qualche svolta drammatica e qualcuna quasi surreale, un paio di scene sono anche molto divertenti. Tuttavia infastidisce il continuo gridare (quasi di tutti, in particolare del minore dei fratelli) e la violenza sotto forma di schiaffi e scapaccioni all’indirizzo del piccolo da parte di adulti e del fratello maggiore, ma in questo secondo caso in modo più paterno/educativo.
Sia come sia, e come ripeto spesso per film che in un modo o nell’altro ci calano in ambienti tanto distanti da quello in cui viviamo, anche questo film ha il merito di fornire allo spettatore una seppur parziale visione della vita di tutti i giorni in quelle aree.
IMDb 7,5

 

66 * Oscar Nominated Short - Animation
I 5 candidati per il miglior cortometraggio d’animazione
A differenza dei Live Action, gli Short d’animazione sono veramente “corti” con durata fra i 6 e gli 8 minuti, ma con una eccezione ... il quinto è di ben 35 minuti, quasi un mediometraggio, e per di più anche il soggetto non è comune per l'animazione, tanto da essere vietato (è stato proiettato per ultimo dopo una breve pausa per consentire ai minorenni di abbandonare la sala.
Ecco i 5 Candidati, in ordine di proiezione.
* Borrowed Time * di Andrew Coats e Lou Hamou-Lhadj, USA, 2016 (7 min, IMDb 7,8)
Un anziano sceriffo è ossessionato dai ricordi di un incidente che da anni tenta disperatamente di dimenticare.
Corto di ambientazione western, abbastanza statico, alterna ricordi e sofferenza dello sceriffo. Belli i panorami sul canyon e buone le scene di azione, i personaggi tuttavia sono poco convincenti.
* Pearl * di Patrick Osborne, USA, 2016 (6 min, IMDb 7,1)
Un musicista girovago viaggia in auto con chitarra e la figlia. I pochi minuti coprono oltre 10 anni con la bambina che cresce e si svolge quasi completamente in macchina e on the road. Colori e stile dei disegni non mi sono piaciuti ... e neanche la musica.
* Piper * di Alan Barillaro, USA, 2016 (6 min, IMDb 8,5)
E' l'originale storia di un sandpiper (avete presente quegli uccelli che corrono sul bagnasciuga sempre al limite delle onde?) che, ancora pulcino, viene invitato dalla madre a lasciare il nido e imparare a procurarsi il cibo da solo. L'inizio è traumatico, ma con osservazione e acume il picolo piper troverà un modo molto originale per cacciare. Divertente la storia, accompagnata da musica appropriata che si combina bene con cinguettii e sciabordìo. Eccezionalmente realistici i disegni.
Forse qualcuno lo ha già visto, proiettato prima di Finding Dory.
Alan Barillaro è un italo-canadese che da anni lavora per la Pixar ed ha collaborato alle produzioni di Finding Nemo, The Incredibles, WALL-E, Monsters.
Blind Vaysha * di Theodore Ushev, Canada, 2016 (8 min, IMDb 7,7)
Questo è un soggetto affascinante che potrebbe essere preso come spunto tanto per uno sci-fi di alto livello che per riflessioni filosofiche. Gli occhi della giovane protagonista Vaysha non solo hanno diverso colore, ma anche diverse caratteristiche: uno vede solo il passato e l'altro solo il futuro. La logica terribile conseguenza è l'impossibilità di percepire il presente.
Disegni tratteggiati, spesso con colori cupi e molte volte sullo schermo appare la doppia visione passato/futuro, come una soggettiva. Bella la musica, interessante il soggetto, accattivanti le immagini stilizzate.
* Pear Cider and Cigarettes * di Robert Valley, Canada/UK, 2016 (35 min, IMDb 7,2)
E per ultimo questo lungo dramma di un uomo molto mal ridotto, da incidenti, malattie e tropo alcool, assistito da un amico che dovrebbe riportarlo in patria dopo un trapianto di fegato. Troppo parlato ... e non dai protagonisti. La voce fuori campo dell'amico di gioventù parla ininterrottamente, con la cadenza classica dei noir, alternando la descrizione degli avvenimenti a ricordi di avventure in comune. Non mi ha convinto per la lunghezza e per la ripetitività di molte scene, alla fine anche la voce fuori campo stanca. Certamente è originale, assolutamente fuori dagli standard.

 

65 * Oscar Nominated Short Films (Live Action)
i 5 candidati all'Oscar per miglior cortometraggio
Prima di iniziare questo conciso commento dei corti, mi urge ribadire che se i corti vengono reputati un sottordine di scarso valore è anche perché nessuno pensa a fare operazioni così semplici come questa. E’ vero che questi sono i candidati agli Oscar, ma se qualche distributore mettesse insieme 4 o 5 buoni corti, anche di varie nazionalità e non obbligatoriamente recentissimi, con una durata complessiva standard 100-120 minuti, pensate che nessuno andrebbe a vederli? Per quanto ne so, attualmente i corti sono per lo più relegati in sezioni di festival e in pochi festival dedicati. Quelli che ho visto oggi costituivano un programma di 2h10’, il tempo è passato in un baleno ed il pubblico è uscito soddisfatto. Ecco ciò che ho visto, nell’ordine di proiezione.
* "Mindenki" (Sing) * di Kristof Deak, Ungheria, 2016 (25 min, IMDb 8,4)
Breve ma significativa storia che si sviluppa in ambito scolastico nei primi anni ’90, all’inizio del periodo post comunista, con particolare attenzione al coro giovanile. Regia e sceneggiatura sono canoniche e con i tempi giusti, mostrando tutto il necessario e lasciando intendere il resto, senza lasciare nulla di vago. Vengono sottoposti allo spettatore anche un paio di dilemmi non da poco. Tratto da una storia vera.
Si tratta di un breve film ben realizzato, intelligente e serio, probabilmente il favorito.
* "Silent Nights" * di Aske Bang, Danimarca, 2016 (30 min, IMDb 6,2)
Amore a prima vista, ma non troppo duraturo, fra una volontaria del Salvation Army ed un immigrato gahanese. Viene messa troppa carne a cuocere, mischiando stereotipi pro e contro immigranti e aggiungendo problemi prettamente danesi. Un guazzabuglio spesso troppo buonista, senza né capo né coda.
* "Timecode" * di Juanjo Giménez Peña, Spagna, 2016 (15 min, IMDb 7,2)
Originale storia quasi surreale di due guardiani di un garage multipiano (nel film quasi sempre deserto). Sono “costretti” (ma consenzienti) a turni di 12 ore e quindi si incontrano ad ogni cambio, alle 6 precise di mattina e di pomeriggio. Qualche buono spunto, ma abbastanza monotono e noioso pur durando solo un quarto d’ora.
* "Ennemis Intérieurs" * di Sélim Aazzazi, Francia, 2016 (28 min, IMDb 7,5)
Film assolutamente non compresso, al contrario si svolge quasi in tempo reale. Eccellente sceneggiatura, quasi teatrale, visto che si svolge quasi esclusivamente in una stanza di un commissariato francese all’inizio dei turbolenti anni ’90. Pochi e brevi flash mostrano i pensieri di un algerino francese il quale dopo aver presentato la documentazione per essere naturalizzato, viene sottoposto ad un interrogatorio violento ed aggressivo, non fisicamente ma psicologicamente. Ottimo il testo, più che buone le interpretazioni dei due protagonisti.
* "La Femme et la TGV" * di Timo von Gunten, Svizzera, 2016 (30 min, IMDb 7,1)
Questo corto è l’unico del lotto ad avvalersi di un nome famoso: Jane Birkin. L’ormai 70enne attrice/cantante divenuta improvvisamente famosa in tutto il mondo nel 1969 per la “scandalosa” canzone "Je T'Aime ... Moi Non Plus" (interpretata con Serge Gainsbourg), è qui una dinamica sognatrice che corre, va in bicicletta e non si fa mettere i piedi in testa da nessuno. Anche questo corto è ispirato alla storia vera, seppur abbastanza modificata, di un amore a distanza fra un conduttore di TGV e la protagonsta.

 

64 * “Toni Erdmann” (Maren Ade, Ger, 2016) tit. it. "Vi presento Toni Erdmann" * con Sandra Hüller, Peter Simonischek, Michael Wittenborn
Fin qui “peggior film dell’anno”, delusione totale, ancora maggiore del normale in quanto sarebbe lecito aspettarsi molto di più da un candidato all’Oscar come miglior film non di lingua inglese. Leggo che ha pretese di essere una commedia drammatica, a me sono sembrate estenuanti 2h40’ (una follia visti i contenuti) di strazio fra tristezza, stupidità, squallore, banalità e qualche (a mio parere inutile) volgarità. Forse non sono all’altezza di comprendere l'umorismo teutonico ... spero che quelli più esperti di me che lo guarderanno mi potranno illuminare.
Dovrebbe arrivare in Italia il 23 ... vi suggerisco di sentire almeno qualche altra campana prima di spendere i vostri soldi e impegnare almeno 3 ore della vostra vita, io vi ho avvertiti.
IMDb 7,8 RT 93%
  *  Nomination come miglior film straniero.
 

63 * “The Salesman” (Asghar Farhadi, Iran, 2016) tit. it. “Il cliente” * con Taraneh Alidoosti, Shahab Hosseini, Babak Karimi
Nomination Oscar miglior film straniero. Già tutti avrete letto che probabilmente Farhadi non potrà essere presente a causa del “bando” imposto da Trump . Conterà nella scelta della Giuria?
Il regista iraniano porta sullo schermo un altro drammone familiare, costruito alla perfezione, con ottime interpretazioni ed eccellenti movimenti di macchina, specialmente negli spazi ristretti degli appartamenti. Tuttavia, seppur con tecnica sopraffina, resta su temi già trattati e sembra che quasi non riesca a distaccarsi da questo ambito di coppie borghesi relativamente giovani, riproponendo i forti contrasti fra partner, la crisi del rapporto, con una tensione che monta fino al punto di tagliarla col coltello. Questa volta, più che in precedenti lavori, ho trovato i protagonisti veramente irritanti.
Farhadi potrebbe ottenere il suo secondo Oscar, stavolta da regista, dopo quello di 5 anni fa per la sceneggiatura di “Una separazione”.
NOTA - Nel film si parla più volte di una vacca (o mucca, non so come sia stato tradotto in italiano) e della possibilità che una persona possa trasformarsi in tale animale. Ci si riferisce al famoso film iraniano “Gaav” (trad. lett. “La vacca”, 1969, regia di Dariush Mehrjui) che è quello che viene proiettato per gli studenti. Visto in Messico e micro-recensito circa un anno fa (rec. 16/84)

IMDb 8,3 RT 98%

 

62 * “A man called Ove” (Hannes Holm, Swe, 2015) * con Rolf Lassgård, Bahar Pars, Filip Berg
Film come raramente se ne vedono, una giusta combinazione fra dramma e black comedy (humor scandinavo), assolutamente bilanciato e abbastanza ben interpretato. Il protagonista Ove, 59enne burbero scontroso e ultrapreciso, vive in un lotto di casette indipendenti divise da una vialetto di accesso “esclusivamente pedonale”, del quale è anche responsabile-factotum. Ai residenti, già ben “assortiti”, si aggiunge ben presto una coppia (lei iraniana) con due bambine piccole e per il povero Ove, aspirante suicida, cominciano i tempi duri.
Con brevi flash vengono messi in risalto difetti, manie, cattive abitudini, ostacoli quotidiani e si toccano un numero incredibile di argomenti, sempre con molto garbo e senza approfondire ... sta allo spettatore meditare, forse anche sui propri difetti.
Visto il film, pensavo fosse stato sceneggiato da qualcuno almeno dell’età di Ove e invece Fredrik Backman, autore del romanzo omonimo e cosceneggiatore, ha solo 36 anni. Mi ha colpito questa bellissima frase: “il Fato è uguale alla somma delle stupidaggini che si commettono”.
Leggero ma profondo, ironico ma toccante ... consigliato.
IMDb 7,6 RT 91%
  *  Nomination miglior film straniero
 

61 * “Lion” (Gart Davis, Aus, 2016) * con Sunny Pawar, Dev Patel, Nicole Kidman, Rooney Mara
Un altro dei tanti buoni film che ci giungono sempre più spesso dall'emisfero australe. Con un cast solido ed una buona storia di base (vera) Lion si è assicurato 6 Nomination, ora il problema sarà quello di portare a casa qualche statuetta, ma non sarà facile.
Concordo con varie recensioni e commenti che mi sono passati sotto agli occhi in queste ultime settimane: c’è una enorme discrepanza fra la prima e la seconda parte. Per quanto è coinvolgente e ben realizzato il “viaggio” di Saroo (interpretato da Sunny Pawar, eccezionale per la sua età), tanto è lenta e disordinata la descrizione della sua permanenza in Tasmania. Si cita ma si non sviluppa e approfondisce il rapporto con il fratellastro, Rooney Mara sembra spaesata in un ruolo poco determinante, la pur brava Nicole Kidman sembra essere stata ingaggiata solo per aver un nome di peso nel cast, il viaggio finale è presentato in modo affrettato e viene trascurata la sicura ansia dell’ormai 25enne Saroo sulla via di casa. Infine, anche il modo in cui ci viene proposta la ricerca di Ganesh Talai puzza molto di manipolazione.
6 Nomination (miglior film, attore e attrice non protagonisti - Dev Patel, Nicole Kidman -, sceneggiatura non originale, fotografia e musica)
Resta un buon film ma, come dicevano i professori una volta, Gart Davis poteva fare di più.
IMDb 8,0 RT 83%

 

60 * “Daughters of the dust” (Julie Dash, USA, 1991) * con Cora Lee Day, Alva Rogers, Barbarao
Soggetto interessante, ottima fotografia con insoliti scenari, musica coinvolgente, ma purtroppo si ferma qui. Al film manca una sceneggiatura degna di tal nome e la recitazione è, in linea di massima, scadente. Si va avanti in modo slegato con sermoni dei più anziani, recriminazioni dei giovani, serie di inquadrature belle ma irrilevanti, non connesse fra loro.
Alla sua uscita ricevette buona accoglienza della critica anche, e forse soprattutto, per essere il primo lungometraggio diretto da una afroamericana ad avere una normale distribuzione. Inoltre ebbe il pregio di fa conoscere la realtà particolare dei Gullah, ex-schiavi fra i primi ad essere affrancati, che grazie ad una serie di situazioni sono rimasti più o meno isolati e compatti e quindi hanno mantenuto quasi intatte almeno parte di usanze, linguaggio, cucina, cultura.
Per saperne di più suggerisco di consultare la pagina Wikipedia che è abbastanza esauriente e molto interessante.
IMDb 6,3 RT 100%

 

59 * “L'assassin habite... au 21” (Henri-Georges Clouzot, Fra, 1942) tit. it. “L'assassino abita al 21” * con Pierre Fresnay, Suzy Delair, Jean Tissier
Il programma francese al Movie Museum proseguiva con questa commedia thriller diretta da uno dei migliori registi francesi degli anni ’50 (, quasi all’esordio. Mi permetto di ricordare ai più giovani e agli smemorati che Clouzot ha diretto “filmoni” come “Le salaire de la peur” (1953, aka Vite vendute) e “Les diaboliques” (1955, aka Le diaboliche), rispettivamente al 190° e 224° posto nella classifica IMDb di tutti i tempi (per quello che conta, ma certo non da disprezzare).
Per un crime l’asserzione del titolo (assolutamente vera) può apparire come un controsenso, ma non è così in quanto l’indirizzo è quello di una pensione nella quale alloggiano molti tipi strani e sospetti. Sotto falsa identità l’ispettore si introduce nella comunità e con tocchi da thriller alternati a quelli da commedia si seguono gli sviluppi delle sue indagini, piene di colpi di scena e sorprese. Molti lo paragonano a Hitchcock per il suo far vedere senza mostrare e per il senso dell’umorismo. A metà strada fra commedia e poliziesco può essere paragonato a uno dei tanti film simili (come alcuni di Agatha Christie, p. e. tutta la serie “Miss Marple”) nei quali si sa per certo che l’assassino è presente ma non è facile identificarlo.
Piacevole e ben diretto, ma ho preferito “Une si jolie petite plage”
IMDb 7,5

 

58 * “Une si jolie petite plage” (Yves Allégret, Fra, 1949) “La via del rimorso” (sic!) * con Gérard Philipe, Jean Servais, Madeleine Robinson
Grazie al Movie Museum, oggi ho sospeso (momentaneamente) le visioni di film candidati agli Oscar o comunque recenti, e con un bel salto di una settantina di anni sono tornato agli anni '40 con due buoni film francesi. Il primo è questo di Allegret, un noir della migliore tradizione transalpina dell'epoca.
Piccola cittadina sul mare con aspirazioni turistiche, una sera un uomo misterioso giunge in bus sotto una pioggia sferzante - quasi ininterrotta durante tutto il film - e va ad alloggiare nell'unica pensione aperta fuori stagione. La mattina dopo arriva in auto un enigmatico secondo uomo e inizia il gioco del gatto con il topo al quale partecipano anche vari personaggi che alloggiano o frequentano la pensione. Numerosi sono gli intrecci e i misteri fra chi spia, chi diviene informatore, chia avanza soapetti, chi apparentemente sa ma non è in grado di parlare, chi fa troppe domande e chi non fornisce risposte.
Con il suo passo lento questo film cupo conta su una notevole fotografia bianco e nero e più che buone interpretazioni di tutto il cast nel quale spiccano Jean Servais (volto classico dei noir francesi, allo stesso livello di Jean Gabin) e un giovane Gérard Philippe.
Interessante, merita una visione.
IMDb 7,4

 

57 * “Fences” (Denzel Washington, USA, 2016) tit. it. “Barriere” * con Denzel Washington, Viola Davis, Stephen Henderson
Per non perdermi Fences mi sono sobbarcato oltre un'ora di bus all'andata e altrettanto al ritorno, ma ne è valsa assolutamente la pena.
Il primo quarto d'ora è un po' atterrente con un continuo dialogo serrato fra il protagonista Troy ed il suo compagno di lavoro Bono nel quale si palesa senza lasciar spazio a dubbio alcuno la sua origine teatrale.
La quasi totalità del film si svolge fra backyard e casa e tuttavia questa ambientazione, quasi claustrofobica per un film di oltre due ore, assolutamente non si sente grazie alla bravura dell'intero cast dominato da Washington e ancor di più dalla eccezionale interpretazione di Viola Davis (sarebbe uno scandalo se non le dessero l'Oscar).
Molto merito deve essere riconosciuto all'autore dell'omonimo dramma August Wilson che ha ottenuto la Nomination (postuma, è deceduto nel 2005) per la sceneggiatura, adattata da lui stesso. Pur nella sua essenzialità la scenografia è ben realizzata e la regia, considerati i limiti imposti dagli spazi ristretti, non è niente male.
Questo pregevole film conta su soli 7 personaggi, volendo contare anche la giovanissima (ma già brava) Saniyya Sidney che appare solo nei minuti finali, già apprezzata anche in “Hidden Figures”.
A meno che non siate di quelli che vogliono per forza azione ed effetti speciali, non ve lo perdete per niente al mondo.
IMDb 7,5 RT 98%
 *  Nomination (miglior film, Denzel Washington attore e Viola Davis non protagonista, sceneggiatura non originale)
PS - Ho appena guardato il trailer italiano per avere un'idea del doppiaggio e non mi esprimo per non passare per ipercritico, ma se ne avete l'occasione guardatelo in versione originale, eventualmente sottotitolata ... come il giorno e la notte.

 

56 * “Loving” (Jeff Nichols, USA, 2016) * con Ruth Negga, Joel Edgerton, Will Dalton
Ennesimo film basato su eventi reali che, più o meno romanzati, sembrano costituire la maggior parte delle sceneggiature cinematografiche degli ultimi anni. Bei tempi quelli degli avvisi a inizio o fine titoli: "Ogni riferimento a ... è puramente casuale."
Tuttavia si deve ammettere che questo tipo di film portano all'attenzione di tanti storie più o meno sconosciute, spesso drammatiche, di persone eccezionali, imprese epiche, situazioni che i vari poteri tennero, o ancora oggi tentano di tenere, nascoste.
Concluso il cappello, veniamo a Loving, che nei mesi passati era stato indicato fra i papabili all’Oscar come miglior film, ma che alla fine ha racimolato solo la Nomination per la protagonista Ruth Negga. Ci racconta la storia della prima coppia interrazziale ufficiale nello stato della Virginia dove le leggi segregazioniste erano ancora in essere e quella che impediva il matrimonio fra razze diverse rimase in vigore fino al 1967, anno della sentenza della Corte Suprema.
Lui bianco, lei nera (si dovrebbe dire caucasico e afroamericana, ma il contrasto sembrerebbe minore) vivono pacificamente per lo più nella comunità di colore e quando decidono di sposarsi devono farlo nel vicino District of Columbia, ma appena tornati cominciano i problemi.
Storia significativa ma troppo spezzettata, che descrive più la loro vita famigliare che l’ambiente in cui vivono, tutti sembrano essere tranquilli, non viene mostrato alcun attrito razziale degno di tale definizione.
Regia passabile, interpretazioni non memorabili anche se entrambe sono stati candidai ai Golden Globe e solo lei, Ruth Negga, all’Oscar, brevissima parte per Michael Shannon (Nomination non protagonista in “Nocturnal Animals”). Joel Edgerton è l’ombra di quello che era stato apprezzato al lato di Tom Hardy nell’ottimo “Warriors” (di Gavin O'Connor, 2011).
Non male, ma al momento c’è tanto altro di più interessante da vedere
IMDb 7,2 RT 89%

 

55 * “The Light between the Oceans”” (Derek Cianfrance, NZ, 2016) tit. it. “La luce sugli oceani” * con Michael Fassbender, Alicia Vikander, Rachel Weisz
Melodramma di inizio secolo scorso, tratto dal romanzo omonimo della scrittrice australiana M.L. Stedman, forte di un ottimo cast (purtroppo sprecato), belle immagini di tramonti, coste, mare battuto dal vento e isola con faro (sempre suggestivo) che però alla lunga stancano essendo usate quasi come dissolvenza fra una scena e l’altra. La regia è più o meno inconsistente e al trio Fassbender, Vikander e Weisz non vengono date troppe opportunità di recitare restando sempre in situazioni standard e più che prevedibili.
Le riprese esterne, i costumi e la buona essenza della trama non bastano a salvare questo lavoro di Cianfrance, appena sufficiente
Presentato a Venezia a settembre scorso, candidato al Leone d’Oro
IMDb 7,2 RT 61%

 

54 * “The Handmaiden” (Chan-wook Park, S.Kor, 2016) tit. or. Ah-ga-ssi * con Min-hee Kim, Jung-woo Ha, Jin-woong Jo
Chan-wook Park (Oldboy, Lady Vendetta, ...) ci regala un altro film straordinario in quanto a regia, fotografia e intreccio di trama. C’è meno violenza che nei suoi precedenti più famosi, in gran parte “sostituita” da una buona dose di scene e racconti erotici.
Affascinante fotografia con colori molto caldi e carichi che ci fa immergere in una enorme residenza in parte stile giapponese ed in parte inglese, circondata da un grande parco ... splendidi i dettagli degli interni, bellissime le riprese nel parco.
Accompagnata da una colonna sonora pertinente e non invasiva l’ottima narrazione utilizza innumerevoli flashback (che non amo particolarmente) ma in questo caso sempre giustificati, significativi e gestiti magistralmente con molte scene riproposte da un altro punto di vista, da una diversa angolazione.
La storia basata su bugie, tradimenti e tentati raggiri, tratta dal romanzo "Fingersmith" di Sarah Waters e co-sceneggiata dallo stesso Chan-wook Park, è un po' forzata ma le quasi 2 ore e mezza passano senza assolutamente pesare, rimanendo intrappolati fra fasi descrittive e colpi di scena.
Premio speciale e Nomination Palma d’Oro a Cannes, oltre ad altre 45 vittorie e 55 nomination
Da non perdere! (ma al momento non è annunciato in Italia)
IMDb 8,1 RT 94%

 

53 * “Miss Sharon Jones!” (Barbara Kopple, SKo, 2016) biodocum. * con Sharon Jones, Megan Holken, Austen Holman
Sharon Jones, grande soul singer, la “versione femminile di James Brown”, sopravvissuta a un tumore al pancreas, sul palcoscenico fino a 60 anni, incurante di aver perso capelli e sopracciglia, sempre combattiva e determinata, un carattere assolutamente esemplare. A partire dal momento della diagnosi Barbara Kopple ha iniziato a raccogliere immagini per questo documentario montando stralci di spettacolo, commenti dell’entourage e dei medici, chiacchierate con l’artista, il tutto accompagnato ovviamente da ottima musica.
Sharon Jones ha raggiunto il successo solo verso i 40, prima si esibiva solo in matrimoni, chiese, feste private e piccoli eventi perché, almeno così le aveva detto un impresario pochi anni prima, era: "troppo grassa, troppo nera, troppo bassa e troppo vecchia!”
Donna fenomenale , brava e simpaticissima che supera con decisione la sua malattia, senza un momento di avvilimento.
Documentario toccante e ben realizzato che consiglio a tutti quelli che parlano inglese. Invito comunque gli altri che non conoscessero questa incredibile cantante a guardare almeno qualcuno dei video in rete.
IMDb 7,3 RT 88%

 

52 * “Paterson” (Jim Jarmush, USA, 2016) * con Adam Driver, Golshifteh Farahani, Nellie
Non si sa mai cosa aspettarsi da Jarmush in quanto la sua carriera da regista è stata un po’ altalenante e molto varia.
“Paterson” mi è piaciuto, pur non essendo amante della poesia ho trovato il filo conduttore dei versi “recitati” dall’autista-poeta arguto e non invadente. Le ripetizioni di frasi, situazioni, apparizioni e citazioni sono ben congegnate e variano dal divertente allo stimolante. La progressione dei disegni in bianco e nero nei vestititi, biscotti e decorazioni della casa creati dalla compagna del protagonista (forse il personaggio meno incisivo), le varie scene nel bar, le visioni dei gemelli, le immagini della cascata che si riaggancia alla poesia della bambina, le routine quotidiane di Paterson e infine l’incontro con il poeta giapponese tengono lo spettatore continuamente e piacevolmente impegnato.
Tante le citazioni storiche e culturali che si intrecciano, per i poeti viene nominato addirittura Petrarca per il collegamento con Laura, ma anche i più moderni Emily Dickinson e William Carlos Williams che ha scritto “Paterson” che è il nome della città dove lavora l’autista Paterson interpretato da Adam Driver (driver in inglese significa autista), si parla di Abbot e Costello (in italiano Gianni e Pinotto) in quanto Costello nacque a Paterson e si ripete la loro più famosa gag “Who is on first” (ripresa in tanti film), si torna in Italia ascoltando il discorso di una ragazza - seduta proprio dietro a Paterson autista - che racconta ad un compagno di studi la storia di Gaetano Bresci, anarchico che visse a Paterson e tornò in patria dove assassinò Umberto I e poi morì in circostanze quanto meno misteriose nel carcere di Ventotene.
Tornando al giapponese, questi sottolinea l’inaccettabilità delle traduzioni delle poesie (concetto assolutamente condivisibile) e dice: 'Poetry in translation is like taking a shower with a raincoat on.' (la poesia tradotta è come fare la doccia con l’impermeabile). Nel film i testi delle poesie che Paterson “recita” (in effetti pensa, ma se ne ascolta la voce) appaiono in sincrono in sovrimpressione e quindi mi chiedo come sia stato risolto il dilemma nella versione italiana. Si è optato per i sottotitoli contravvenendo a quanto detto dal poeta giapponese, è stato sostituito l’italiano all’inglese (ancora peggio) o si è l’asciato solo l’originale? Per la cronaca le poesie sono di Ron Padgett.
Nel 2016 Adam Driver ha anche avuto un ruolo in Silence di Scorsese, nei panni dell’altro gesuita missionario. Golshifteh Farahani, attrice iraniana protagonista di "About Elly" (2009) di Asghar Farhadi, regista di “A separation” e di “The Salesman”, quest'ultimo candidato all’Oscar 2017 come miglior film straniero. Il cane Nellie ha vinto il premio “Palm Dog” a Cannes 2016.
Un film secondo me godibile e ben realizzato, con tanti intrecci e riferimenti forse non sempre comprensibili dai non americani (e di una certa cultura). Lo si può anche andare a guardare come semplice commedia, e in questo caso non è delle migliori o delle più divertenti, ma lo spettatore attento saprà cogliere almeno parte dei tanti dettagli che Jim Jarmush (sceneggiatore oltre che regista) ha saputo incastrare come pezzi di un puzzle.
IMDb 7,7 RT 97%

 

51 * “Queen of Katwe” (Mira Nair, USA, 2016) * con Madina Nalwanga, David Oyelowo, Lupita Nyong'o
Dopo il celebratissimo (per me deludente) La La Land, sono andato al Movie Museum a guardare “Queen of Katwe”, diretto da Mira Nair, la regista indina di Monsoon Wedding. Come forse avrete notato dalle foto, l'ambiente in cui si svolge e ben diverso da quello californiano e gli africani di colore sono quelli originali, per la maggior parte ugandesi. Mira Nair ormai risiede negli States e il film è prodotto dalla Disney; Katwe è un sobborgo (povero) di Kampala, capitale ugandese. Ciò premesso, veniamo al sodo.
Letto l'argomento ho temuto che potesse essere troppo didascalico, edulcorato o drammatizzato a seconda delle situazioni, invece, per fortuna, non è così pur essendo una storia pressoché unica ma vera. Leggendo fra le righe ci sono tanti spunti di riflessione relativi al modo in cui persone combattono per sopravvivere, alla corruzione sempre presente, il disprezzo e l'ostilità fra classi sociali, in qualunque paese del mondo e in questo caso il razzismo non c'entra in quanto sono tutti "neri".
La vera storia di Phiona Mutale (campionessa di scacchi) era già stata il soggetto di un libro e di un documentario ed infine è finita fra le mani della regista di “Salaam Bombay” e “Monsoon Wedding” e penso che solo una come lei, con il suo background, potesse essere capace di girare in modo almeno credibile nei bassifondi di una città africana.
I ruoli principali degli adulti sono stati affidati ad ottimi attori quali la keniana Lupita Nyong'o (esordì guadagnandosi l’Oscar come miglior attrice non protagonista in “12 Years Slave”) e l'inglese di origini nigeriane David Oyelowo (il Martin Luther King di “Selma”, apparso anche in “Lincoln”, “Interstellar”, “A most violent year” ed è protagonista di “A United Kingdom”, appena uscito), mentre la protagonista è la giovane esordiente ugandese Madina Nalwanga, effettivamente nata e cresciuta in un ghetto di Kampala. I bambini, ovviamente tutti non professionisti, sono stati diretti in modo egregio dalla Nair e hanno svolto un ottimo lavoro nei limiti delle loro possibilità.
Il film, pur non essendo realistico al 100% (ma quanti film lo sono?) mette lo spettatore a confronto con un mondo sconosciuto ai più, nei quali si soffre e spesso si combatte per la sopravvivenza, ma si riesce anche a sorridere, a vivere con dignità, ad accontentarsi di quel poco che si ha e a lottare per ottenere un po’ di più. Fra momenti divertenti e momenti drammatici, fra gioie e delusioni, con lo sfondo non solo delle baracche ma anche dei mille colori dei vestiti delle donne, con l’accompagnamento di musiche appropriate - con qualche accenno di danza - che rimandano a Bollywood, le due ore e pochi minuti del film passano in un battibaleno e si concludono con l’apparizione sullo schermo di tutte le coppie vero personaggio / interprete tranne, ovviamente, chi interpreta sé stessa che appare sola.
Tenendo presente che è una produzione Disney e che può essere assimilato ad uno dei tanti film di tema sportivo nei quali l’outsider vince o arriva a un passo dalla vittoria, “Queen of Katwe” merita senz’altro una visione e non solo per la sua originalità. Sottolineo anche che su RottenTomatoes vanta un ottimo 92% e non su poche recensioni, ma su ben 146.
Ho letto che fu annunciato in Italia l’anno scorso, ma poi sembra che se ne siano perse le tracce. Tenetelo d’occhio o cercatelo in rete.
IMDb 7,3 RT 92%

Per informazioni generiche, tecniche e recensioni  dei film consiglio di consultare i seguenti siti:

IMDb (Internet Movie Database) : il più completo, la Bibbia del Cinema, con archivio di 3.5mln di titoli e quasi 7mln di nomi (in inglese)

Rotten Tomatoes : meno dati di IMDb, raccoglie soprattutto recensioni in rete, quindi carente su film datati (in inglese, con numerose recensioni in spagnolo)

Film Affinity/es : trovo che sia il più completo per quanto riguarda film spagnoli e dell'AmericaLatina (in spagnolo)

Allo Ciné : sopratutto cinema francese, ma non solo (in francese)

 Upperstall.com  : specializzato in cinema indiano. uno dei più frequentati al mondo fra i siti che si occupano di cinema  (in inglese)

per ricevere o fornire informazioni cinematograiche potete scrivermi a giovis@giovis.com

     

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