POST CINEMATOGRAFICI

indice completo dei  1300 film 2016 - 2018

lista film (pdf)  2015   2014   2012-13

2016

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51 - 100

101 - 150

151 - 200

201 - 250

251 - 300

301 - 350

351 - 403

 

2017

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51 - 100

101 - 150

151 - 200

201 - 259

260 - 299

300 - 349

350 - 399

400 - 443

2018

1 - 50

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201 - 250

251 - 300

301 - 350

351 - 400

401 - 454

2019

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101 - 150

151 - 200

     

micro-recensioni dei film guardati nel 2016   (dal 351°al 403°)


leggi tutte le 50 micro-recensioni (in basso, dopo i poster)

Billy Wilder, USA, 1963

J. Z. Kababie, Mex, 2014

J. L. Mankiewicz, USA, 1950

David Yates, USA, 2016

J. L. Mankiewicz, USA, 1954

Frank Capra, USA, 1937

David Lean, UK, 1962

John Huston, USA, 1951

Jules Dassin, Fra, 1955

Luchino Visconti, Ita, 1963

Maysaloun Hamoud, Isr, 2013

John Ford, USA, 1962

W. A. Wellman, USA, 1948

Denis Villeneuve, USA, 2016

A. Zvyaginstev, Rus, 2014

Fernando Meirelles, Bra, 2002

Marlon Brando, USA, 1961

Jaime de Armiñán, Spa, 1972

Jean Renoir, USA, 1943

Frank Capra, USA,1946

Leo C. Popkin, USA, 1938

Ken Annakin, USA, 1962

R. Clements-D. Hall, USA, 2016

Victor Sjöström, Sve, 1921

Mel Gibson, Aus, 2016

Stanley Kubrick, USA, 1960

Nicholas Ray, USA, 1955

P. e V. Taviani, ITA, 1987

J. H. Hermosillo, Mex, 1978

Ingmar Bergman, Sve, 1957

Fernando Pérez, Cuba,2003

J. L. Mankiewicz, USA, 1947

Salvador Calvo, Spa, 2016

Garteth Edwards, USA, 2016

Kevin Smith, USA, 1994

Benito Zambrano, Spa, 1999

Martin Provost, Fra, 2008

Andrei Tarkovsky, Sve, 1986

Richard Kelly, USA, 2001

Stanley Donen, USA, 1963

Mario Camus, Spa, 1987

Billy Wilder, USA, 1954

Woody Allen, USA, 1971

Justin Kurzel, USA, 2016

Lars von Trier, Dan, 2003

Eran Riklis, Isr, 2005

Wachowski Bros, USA, 1999

Bruce Beresford, USA, 1989

Clint Eastwood, USA, 1995

François Truffaut, Fra, 1962

David Mackenzie, USA, 2016

Servando González, Mex, 1961

Fritz Lang, USA, 1937

  

351 * “Irma la Douce” (di Billy Wilder, USA, 1963) tit. it. “Irma la dolce” * con Jack Lemmon, Shirley MacLaine, Lou Jacobi
Classica commedia americana degli anni '60, seppur ambientata a Parigi. A Jack Lemmon e Shirley MacLaine si affianca un ottimo Lou Jacobi nei panni di Moustache, il barista dal passato dei mille mestieri, nei 5 continenti.
Come purtroppo spesso accade in questo tipo di commedie, a trovate originali e geniali sono intercalate scene abbastanza insulse, banali e inutilmente tirate per le lunghe.
Nel complesso un buon prodotto, diretto da un gran regista capace di passare con apparente facilità da un genere all'altro, dai noir al genere bellico, dai drammi alle commedie (per le quali i più lo ricordano). Questo non è certo uno dei suoi migliori film.
Curiosità: in questo film esordì (uncredited) James Caan, che interpreta un soldato americano che entra nell’Hotel Casanova ascoltando una radio a transistor
IMDb 7,4 RT 86% 1 Oscar e 2 Nomination

 

352  “En el ulltimo trago” (di Jack Zagha Kababie, Mex, 2014) aka “Cinque tequila” * con José Carlos Ruiz, Luis Bayardo, E. Manzano
Post necessariamente più lungo del solito, vi invito a leggerlo egualmente senza farvi scoraggiare dal pessimo, fuorviante poster.
Per apprezzare “En el ultimo trago”, o quanto meno comprenderne il senso, è importante conoscere un po’ l’ambiente messicano ed in particolare la musica tradizionale del secolo scorso. I protagonisti sono degli ottuagenari (si definiscono un’anomalia in quanto hanno superato l’aspettativa media di vita) che per rispettare l’ultimo desiderio di un amico partono da Città del Messico alla volta di Dolores Hidalgo, Guanajuato, per consegnare la bozza originale di una canzone scritta di proprio pugno e autografata con dedica da José Alfredo Jimenez.
A questo punto urge spendere qualche parola non-cinematografica a proposito di questo indiscusso compositore messicano di musica ranchera, il migliore di tutti i tempi, senz’altro il più prolifico (con oltre 1.000 canzoni, principalmente rancheras, huapangos e corridos) ed ancora oggi il più interpretato. Nella sua cittadina natale (l’incredibile nome completo e ufficiale è: Dolores Hidalgo, Cuna de la Independencia Nacional) si trova non solo il suo monumento e la sua tomba, ma anche la sua casa-museo e nell’anniversario della sua morte si tiene un importante e seguitissimo festival che comprende concorsi musicali, cinematografici, pittorici, sfilate, mariachi in giro per le cantine e tanta gastronomia. Il punto d’incontro del festival è denominato “Sigo siendo el Rey” (da “El Rey”, trad. “sono sempre il Re”), ma i famosi versi tratti dalla stessa canzone “No hay que llegar primero, pero hay que saber llegar” (“non importa arrivare primi, ma si deve saper arrivare”) è ripetuto più volte nel film in quanto attinente alla loro volontà di giungere alla meta, in un modo o nell’altro, e assolvere al loro compito.
Per i gli amici del defunto il tovagliolo sul quale José Alfredo Jimenez (da loro chiamato amichevolmente José Alfredo o “El Maestro”) aveva abbozzato il testo di una canzone con tanto di dedica personale al loro amico era quindi una reliquia e il viaggio di poche centinaia di km, che pensavano di poter concludere in una giornata ma che si rivelerà più complicato e pieno di imprevisti di quanto immaginassero, quasi un pellegrinaggio.
Ci sono innumerevoli riferimenti alle canzoni e quasi in ogni discorso sono inserite citazioni di famosi versi, estrapolati soprattutto da rancheras, che in Messico sono diffusi modi di dire, quasi proverbi. Lo stesso titolo è ripreso dalla famosissima canzone omonima e oltre alle citazioni da “El Rey”, “Camino de Guanajuato” (“La vida no vale nada”) e da varie altre canzoni che conosco, chissà quante mi sono sfuggite. Non a caso in apertura del film è stato aggiunto “Omaggio a José Alfredo Jimenez” a mo’ di sottotitolo.
In conclusione, è una classica comedia negra tendente al road movie, con anziani incontinenti vicini alla fine dei loro giorni, ma svegli e combattivi, che affronteranno con decisione situazioni inaspettate, si troveranno di fronte personaggi bizzarri ma assolutamente plausibili (e che fanno pensare), dalla bruja (strega) al “catalan de Cataluña” che va in giro a manifestare contro le corride, e metteranno in evidenza situazioni tristemente note quali la distanza fra figli e genitori anziani, traffico, case di riposo, assistenza, ecc.
Tanta carne a cuocere, temi seri trattati con ironia, sorprese e un po’ di buona musica, fanno di “En el ulltimo trago” un film per tutti e non solo per “anziani”. Non è certo la migliore commedia di sempre, ma di sicuro di gran lunga migliore e più intelligente di quelle che normalmente invadono le sale.
Da IMDb apprendo che è giunto in Italia solo a giugno di quest’anno con il titolo “Cinque tequila”, ma dal trailer ho purtroppo notato che anche in questo caso il doppiaggio è indegno, pessimo, e la traduzione non aiuta. La versione originale in spagnolo messicano è disponibile su YouTube a 480p.
IMDb 6,7

 

353 * “All About Eve” (di Joseph L. Mankiewicz, USA, 1950) tit. it. “Eva contro Eva” * con Bette Davis, Anne Baxter, George Sanders, Celeste Holmes
Questo era uno dei numerosi classici che non avevo mai visto per intero, solo qualche spezzone in tv ... di passaggio. Per mia fortuna la biblioteca di Puerto de la Cruz è molto ben fornita e prevedo di colmare anche altre mie lacune come La contessa scalza (Mankiewicz, 1954), Orizzonte perduto (Capra, 1937, restaurato), Questa terra è mia (Renoir, 1943), Cielo giallo (Wellman, 1946), ....
Di “All About Eve” ho apprezzato particolarmente la sceneggiatura, con dialoghi pressoché perfetti, graffianti, e per l’ottima caratterizzazione dei personaggi che, per un motivo o per l’altro, sono quasi tutti da biasimare, quasi spregevoli. Viene mostrato allo spettatore uno spaccato del mondo del teatro di alto livello a New York, negli anni ’50, nel quale dominano falsità, ipocrisia, presunzione e arrivismo, ambiente superato in termini negativi forse solo da quello Hollywoodiano.
Ottime le prove degli attori nei ruoli principali. Fra quelli che appaiono solo brevemente c’è da notare la presenza di Marilyn Monroe, ancora all’inizio della sua travagliata e movimentata carriera cinematografica (era già apparsa in una decina di film ma in ruoli secondari o addirittura uncredited).
Un film che ogni appassionato di cinema dovrebbe vedere, in particolare quelli che apprezzano le sceneggiature solide, bilanciate e con un buon numero di protagonisti. Questa curata dallo stesso Mankiewicz (Oscar sia per la regia che per la sceneggiatura) dovrebbe far arrossire di vergogna molti degli sceneggiatori moderni che pur vanno per la maggiore e vincono Oscar ... ma è colpa di chi li osanna ingiustamente, della mancanza di concorrenza o della spettacolarizzazione delle storie a discapito di essenza e dialoghi?
6 Oscar (Miglior film, regia, sceneggiatura, attore non-protagonista (Sanders), costumi, sonoro) e altre 8 Nomination
al 112° posto nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
IMDb 8,3 RT 100%

 

354 * “Fantastic Beasts and Where to Find Them” (di David Yates, USA, 2016) * con Eddie Redmayne, Katherine Waterston, Colin Farrell, Alison Sudol
Molto al di sotto delle aspettative, che oltretutto non erano proprio entusiasmanti. Peggiore dei vari Harry Potter che ho visto, trama fiacca, attori poco incisivi (ma bisogna onestamente dire che i personaggi non erano un gran che). Infine gli animali (“bestie” nel titolo originale), tutt'altro che fantastici, molti già visti e altri troppo simili a "parenti" reali.
Lo stesso Redmayne si è dimostrato non all'altezza della sua fama. Personalmente lo avevo apprezzato moltissimo per la sua prova in "La teoria del tutto", nel quale interpretava lo scienziato Hawking, sopratutto per la gestione del corpo ... uno studio e un risultato eccellenti. Mi aveva poi deluso in "The Danish Girl" per la ripetitività delle poche espressioni facciali e la stessa critica vale per quest'ultimo film. Sembra schiavo del suo aspetto gentile, di bravo ragazzo, e non riesce a fare altro che sgranare gli occhi, abbassarli timidamente e sorridere in modo quasi ebete. Forse esagero, ma penso serva per dare l'idea di ciò che penso. Prima di andare a guardare uno dei prossimi 4 già annunciati ci penserò su due volte, oltretutto l’apparizione di Johnny Depp (altro attore secondo me assolutamente sopravvalutato) nel finale di questo primo capitolo non lascia ben sperare ...
Film solo per i fan, chi non è addentro alla “materia” lo troverà noioso e per chi vuole effetti speciali con un po’ di trama che abbia un minimo di senso c’é Doctor Strange.
IMDb 8,0 RT 71%

 

355 * “The Barefoot Contessa” (di Joseph L. Mankiewicz, Ita-USA, 1954) “La contessa scalza” * con Humphrey Bogart, Ava Gardner, Edmond O'Brien, Rossano Brazzi, Warren Stevens
Dopo aver visto l'ottimo “All about Eve”, diretto e sceneggiato da Mankiewicz alla pari di “The Barefoot Contessa” e di ambientazione vagamente simile (cinema invece che teatro), mi aspettavo un po' di più. Certamente si tratta di un buon film, ma la storia è abbastanza forzata e talvolta lenta, i dialoghi non tanto incisivi come l'altro e, oggettivamente, c’è troppa voce fuori campo.
“The Barefoot Contessa” fu interamente girato in Italia, con numerose scene in Riviera Ligure, con una produzione italo-americana e per questo motivo ci sono molti italiani. Oltre a Rossano Brazzi nelle vesti del conte Torlato-Favrini appaiono Valentina Cortese, Franco Interlenghi, Alberto Rabagliati e tanti altri in ruoli molto minori. Tuttavia, gli interpreti principali erano tutti americani a cominciare dalla coppia di protagonisti (Gardner più di Bogart) e dall’ottimo caratterista Edmond O'Brien che si guadagnò il suo Oscar quale attore non protagonista.co-protagonista.
Interessante, abbastanza scorrevole, ma non certo uno dei migliori dilm dell’epoca.
IMDb 7,1 RT 100% 1 Oscar (Edmond O'Brien) e 1 Nomination (Mankiewicz)

 

356 * “Lost horizon” (di Frank Capra, USA, 1937) tit. it. “Orizzonte perduto” * con Ronald Colman, Jane Wyatt, Edward Everett Horton
Attenzione a non confonderlo con il remake del 73, si tratta dell'originale del 1937 diretto da Capra. Pellicola originale brillantemente restaurata, quindi una ventina di minuti più lunga della versione che è stata in giro per tanti anni e che qualcuno di voi forse ha visto.
(leggi altro in merito al restauro in questo post
http://discettazionierranti.blogspot.com.es/2016/11/ottimo-fortunato-e-creativo-restauro-di.html
Storia molto singolare, con temi quasi filosofici, tratta dall'omonimo romanzo di James Hilton dal quale tuttavia si discosta in più punti. Grande sforzo produttivo della Columbia che contava sulla bravura (e fama) di Frank Capra e sulle spettacolari scenografie degne di un kolossal progettate da Stephen Goosson che si guadagnò così un Oscar.
Cinque persone che scappano dalla Cina sopravvivono ad un atterraggio di fortuna e si trovano in un mondo quasi irreale, praticamente “fuori dal mondo”. Dialoghi interessanti si alternano a suspense, azione, commedia e a qualche momento romantico.
Ottime anche le interpretazioni degli attori che ricoprono i ruoli principali, oltre al protagonista Ronald Colman, di particolare rilievo sono quelle dei due caratteristi Edward Everett Horton e Thomas Mitchell
Se comprate o noleggiate il dvd, accertatevi che si tratti della versione restaurata lunga oltre 2 ore, quella in mio possesso è di 128 minuti.
IMDb 7,8 RT 100% 2
Oscar e 5 Nomination

 

357 * “Lawrence of Arabia” (di David Lean, UK-USA, 1962) * con Peter O'Toole, Omar Sharif, Alec Guinness, Anthony Quinn
Dopo oltre 40 anni torno a guardare per intero questo film storico, sia per il soggetto sia per essere un kolossal spettacolare, pietra miliare della storia del cinema, secondo me migliore di Ben Hur e simili.
La pellicola ci porta a vagare nei deserti arabi per oltre tre ore, seguendo le gesta di T.E. Lawrence, spregiudicato, audace e intraprendente ufficiale inglese realmente protagonista della guerra contro le truppe turche.
Gli scenari naturali, già di per sé grandiosi, sono ripresi in modo eccellente e spesso arricchiti dalla presenza di innumerevoli cammelli e cavalli.
Il cast è assolutamente all’altezza del film con Peter O'Toole in una delle sue migliori interpretazioni, Omar Sharif già famoso in Egitto ma all’esordio in una produzione internazionale (ottenne la Nomination all’Oscar e il ruolo di protagonista nel successivo film di Lean: Doctor Zivago), Anthony Quinn, Alec Guiness, Arthur Kennedy, Anthony Quayle, Claude Rains, ...
Film certamente lungo con le sue oltre tre ore e mezza, ma certamente molto più “digeribile” di tanti altri mediocri di metà durata.
Chi se lo é perso, cerchi di guardarlo usufruendo di una sorgente di buona qualità e, possibilmente, su schermo grande (il formato originale è 70mm, ratio 2,20:1) ... non se ne pentirà di certo.
all’84° posto nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
IMDb 8,4 RT 97% 7 Oscar e 3 Nomination

 

358 * “The African Queen” (di John Huston, USA, 1951) tit. it. “La regina d’Africa” * con Humphrey Bogart, Katharine Hepburn, Robert Morley
L'ho preso in prestito dalla biblioteca per curiosità e per continuare a colmare alcune delle mie lacune anche se, nonostante i buoni rating e l'Oscar a Bogart (l'unico) non mi convinceva ... e non mi sbagliavo.
Si è rivelata una commedia abbastanza insulsa e piena di avvenimenti a dir poco non plausibili. Ciò vale sia per i rapporti fra i due protagonisti (praticamente gli unici due personaggi), sia per la natura (con animali che appaiono lungo la riva del fiume a mo' di zoosafari), sia per l'imbarcazione (gestione motore e caldaia e attraversamento delle rapide) e quel poco che resta non è certo migliore.
Questo sembra essere uno di quei misteri che portano film secondo me (ma anche secondo tanti altri) scadenti ad essere quasi osannati. Attribuisco il fatto alla vecchia piaga della "sudditanza psicologica" di un certo tipo di pubblico e di alcuni critici condizionati dai nomi del regista (John Huston) e degli interpreti, tali Humphrey Bogart e Katherine Hepburn.
Mi viene anche da pensare che l’Oscar a Bogart fu dato per la carriera e per non attribuire una ulteriore statuetta a “Un tram chiamato desiderio” (4 Oscar e 8 nomination fra le quali quella a Marlon Brando) o a “Un posto al sole” (6 Oscar e 3 nomination fra le quali quella a Montgomery Clift) in quanto sia Brando che Clift fornirono prove molto superiori alla sua.
Evitabile senza rimpianti ... a meno che non vogliate veramente rendervi conto di quanto ho appena affermato.
1 Oscar (Bogart) e 3 Nomination (Hepburn e 2 a Huston per regia e sceneggiatura)
IMDb 7,9 RT 100%

 

359 * “Du rififi chez les hommes” (di Jules Dassin, Fra, 1955) tit. it. “Rififi “ * con Jean Servais, Carl Möhner, Magali Noel, Robert Manuel
Dopo la delusione di “The Africa Queen” con due star come protagonisti (Bogart e Hepburn), ecco invece un ottimo FILM senza grandi nomi, un solido e classico noir francese, ma con regia dell’americano (di origini russe) Dassin, già autore di una pietra miliare del genere: “The naked City” (USA, 1948).
Tony torna a Parigi dopo aver scontato 5 anni di prigione e subito si rimette in contatto con gli amici e insieme pianificano un audace colpo. Si segue quindi la preparazione, la realizzazione e infine il dopo-colpo con le sue varie (in parte prevedibili) complicazioni, fra risentimenti personali, locali notturni, ballerine, gioco, droga, ricettatori e bande rivali.
Pur senza grande azione, il film si sviluppa senza un attimo di tregua, con tempi perfetti e inquadrature sempre precise e significative in un eccellente bianco e nero.
Ripeto, vero CINEMA senza bisogno di grandi nomi, effetti speciali, inutili inseguimenti e via discorrendo. Fra gli interpreti principali si deve sottolineare la più che buona prova dello stesso regista Dassin nei panni di "Cesar le Milanais" (Cesrae "il milanese") scassinatore provetto.
Suggerisco di guardarlo e con attenzione ... non ve ne pentirete
IMDb 8,2 RT 94%

 

360 * “Il Gattopardo” (di Luchino Visconti, Ita-Fra, 1963) * con Burt Lancaster, Alain Delon, Claudia Cardinale
Un altro kolossal che mi mancava, stavolta nostrano, era "Il gattopardo" e ho provveduto a colmare anche questalacuna. Film imponente, che molti di voi conoscono, ambientato nella Sicilia degli aristocratici latifondisti durante gli anni dell'unificazione d'Italia. Non sono proprio convinto che quelli proposti da Visconti fossero i sentimenti comuni dell'epoca né che il film rappresenti una verità storica precisa.
Al di là di ciò le scene delle campagna siciliana, dei paesini dominati da enormi palazzi nobiliari e gli interni degli stessi sono di per sé uno spettacolo. A ciò aggiungete lo sfarzo degli arredi e dei costumi (che fecero ottenere la nomination all'Oscar che però andò a “Cleopatra”, in un’altra edizione avrebbe probabilmente vinto) e una moltitudine di attori, bravi, meno bravi, alle prime armi.
Si vedono l’allora giovanissima esordiente Ottavia Piccolo e i giovanotti Giuliano Gemma e Mario Girotti (che poi si sarebbe affermato come Terence Hill) e i più maturi, e certamente molto più bravi, Paolo Stoppa, Romolo Valli, Rina Morelli, Serge Reggiani.
Nel complesso un buon film, ma più spettacolare che altro, la parte peggiore è quella degli scontri di Palermo fra garibaldini e soldati borbonici, che poteva essere tranquillamente saltata o certamente ridotta.
Confesso di non amare troppo Visconti il cui miglior film fra quelli che ho visto resta per me il suo secondo, “La terra trema”, anch'esso ambientato in Sicilia, ma in tutt'altro contesto sociale ... più cinema, meno spettacolo.
IMDb 8,1 RT 100% 1 Nomination per i costumi

 

361 * “Bar Bahar” (Maysaloun Hamoud, Israele, 2016) * con Mouna Hawa, Sana Jammelieh, Shaden Kanboura
Tre giovani donne palestino-israeliane evolute si scontrano con gli effimeri e spesso falsi venti di libertà e progresso. In “Bar Bahar” la giovane regista Maysaloun Hamoud offre agli spettatori uno spaccato della vita di alcune donne palestinesi dei nostri giorni, molto diverso da luoghi comuni e stereotipi. ...
Recensione completa su Discettazioni Erranti
 

362 * “The Man who shot Liberty Valance” (John Ford, USA, 1962) tit. it. “L'uomo che uccise Liberty Valance” * con James Stewart, John Wayne, Vera Miles, Lee Marvin, Lee Van Cleef, Edmond O'Brien, John Carradine
Un western anomalo questo di Ford, che pure in passato ne aveva diretto di classici come “Stagecoach” (Ombre rosse), e potrei dire che fa il paio con “The big Country” (Il grande paese) in quanto si comincia a descrivere un west diverso da quello popolato esclusivamente da pistoleri, cowboy e ubriaconi. I villaggi sono diventati piccole cittadine, sono quasi del tutto spariti i pellerossa, i primi pionieri sono diventati vecchi, la guerra civile è terminata e gli Stati Uniti si sono costituiti ed è iniziata la lenta transizione dalla legge del più forte e della pistola più veloce verso quella scritta, accompagnata da elezioni e dalla esistenza dei giornali che ne danno notizia.
In questo contesto si svolge “L'uomo che uccise Liberty Valance” che vede come protagonisti l'avvocato idealista (Stewart), il pistolero buono (Wayne) e il cattivo (un cattivissimo Lee Marvin in una delle sue migliori interpretazioni). Purtroppo, in varie fasi il film tende a scadere nella commedia con avvenimenti improbabili ma più che prevedibili.
Gran cast, tutti più che bravi, fra essi si distinguono Edmond O'Brien (il giornalista alcoolizzato), John Carradine con il suo pomposissimo discorso elettorare, e Woody Strode aiutante di colore di John Wayne. C’è anche il solitamente perfido Lee van Cleef nei panni di uno dei due scagnozzi di Liberty Valance (Lee Marvin) ma al suo lato sembra quasi “buono”.
Cercando foto da allegare ho trovato una simpatica foto del cast riunito attorno ad un tavolo per una pausa tè, con i costumi di scena. Ho aggiunto i nomi degli attori, Ford è di spalle. Questo è il primo film nel quale Stewart and Wayne compaiono insieme.
IMDb 8,13 RT 93% 1 Nomination Oscar

 

363 * “Yellow Sky” (William A. Wellman, USA, 1948) tit. it. “Cielo giallo” * con Gregory Peck 191, Anne Baxter 162, Richard Widmark
Altro western "anomalo", con attori famosi, poco conosciuto eppure con buon rating, ma non mi è piaciuto per niente ... rasenta l'idiozia. Personaggi e situazioni pressoché ridicoli, lento e ripetitivo, ognuno sembra comportarsi come nessuna persona con un minimo di buon senso si comporterebbe.
Veramente insulso e deludente, lo sconsiglio ... mi sembra una perdita di tempo.
IMDb 7,6 RT 100%

 

364 * “Arrival” (Denis Villeneuve, USA, 2016) * con Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker
Prima di scegliere i film da guardare, do una scorsa a rating e, sommariamente, a recensioni. Fra quelli attualmente in sala ho subito scelto “Arrival”, certamente il più promettente, ma devo dire che mi ha anche particolarmente invogliato una recensione quasi negativa (3 su 5) nella quale il "critico" di turno muoveva ad un appunto strano: "troppo filosofico".
Tralasciando i commenti su questa risibile affermazione, penso che i film di vera fantascienza e non semplicemente del genere fantastico DEBBANO far pensare, inculcare il seme del dubbio, a cominciare da quello più classico: siamo i soli esseri viventi nell’universo?
In “Arrival” non ci sono armi letali, né schiere di mutanti, né scontri fisici, né vengono mostrati interni avveniristici di navi spaziali e il lato spettacolare è quasi del tutto trascurato. Si (intra)vedono solo due “eptapodi” al di là di una parete trasparente e l’interno dell’oggetto misterioso (quello che si vede nel poster) è un semplice tunnel diritto, a sezione rettangolare ma con una sorprendente rotazione del campo gravitazionale.
L’essenza avvincente e affascinante del film risiede nel fatto che ci pone di fronte ad una sequela di interrogativi ai quali fornisce poche risposte certe lasciando allo spettatore (con cervello) il piacere di analizzare quanto proposto.
Non mi meraviglia che a qualcuno possa apparire piatto e con poca azione, infatti è tutto concentrato sul tentativo di instaurare una comunicazione con entità sconosciute per cercare di capire i motivi del loro arrivo. Non conoscendone il linguaggio, il background e il luogo di provenienza la cosa non è per niente semplice. Ufficialmente il lavoro è affidato agli scienziati che però devono combattere con i soliti ottusi militari, politici e strateghi (ma queste sono storie note e già viste). A ciò si aggiunge un modo di proporre la storia con numerosi salti temporali, spesso quasi flash, ma sono flashback, flashforward o ... sono contemporanei?
Penso che sia un film che necessita una seconda visione, ma non a breve distanza di tempo. Si deve prima metabolizzare la quantità di input forniti, esaminare i possibili sviluppi e le cause degli eventi e poi andare a ri-guardarlo per probabilmente scoprire che qualcosa non quadra e quindi potremo ricominciare tutto daccapo.
Non sono un appassionato di fantascienza, ma senz’altro apprezzo quella ben proposta e, nell’ambito delle mie limitate conoscenze, concettualmente metterei “Arrival” a pari livello con “2001: Odissea nello spazio” (Stanley Kubrick, 1968) e “Solaris” (Andrei Tarkovsky, 1972) in merito ai quali ancora si discute cercando di chiarire avvenimenti e significati. A sostegno di questa mia impressione, vi dico che ben oltre la metà degli spettatori non si è affrettata ad abbandonare la sala appena accese le luci, ma si sono formati vari capannelli mentre altri sono rimasti seduti, tutti a discutere con evidente partecipazione ed interesse ... non sterili critiche.
Credo che “Arrival” sia fra i più seri candidati all’Oscar per la migliore sceneggiatura adattata.
Il film arriverà nella sale italiane solo il 19 gennaio, ma ci sono già molte recensioni online essendo stato presentato in prima assoluta al Festival di Venezia un paio di mesi fa.
IMDb 8,4 RT 93%
#cinema #film
Resto in attesa di "Passengers" di Morten Tyldum (regista di “The Imitation Game”), con Jennifer Lawrence e Chris Pratt, che uscirà a fine anno anche se penso che difficilmente sarà del livello di "Arrival".

 

365 * “Leviathan” (Andrey Zvyagintsev, Russia, 2014) * con Aleksey Serebryakov, Elena Lyadova, R. Madyanov
Inno all’autodistruzione. Nikolay subisce, non combatte realmente per nessun fine o ideale, per nessuna persona e neanche per sé stesso, continua a sprofondare per sua libera scelta, assolutamente non frenato dagli “amici”. Sembra incredibile che sia arrivato fino a quel punto.
Sarà veramente un ritratto della “vita” in una sperduta cittadina di provincia russa? A me sembra una storia un po’ troppo estrema. Non fornisce alcuna idea dell’ambiente umano, non c’è interazione fra le persone se non fra i pochi protagonisti. Eppure ci sono uffici, auto di grossa cilindrata, polizia, tribunale, soldi (soprattutto per il sindaco) ... ma allo spettatore si propongono solo pochi personaggi biasimevoli che durante almeno la metà del film bevono vodka come se fosse acqua.
Riconosco che riesce a trasmettere un forte senso di depressione sia attraverso i fatti che attraverso le immagini e il sonoro (quasi assente in quelle lande), ma soprattutto per i personaggi. Se questo era il vero scopo di Zvyagintsev, devo dire che c’è riuscito. Eppure, quasi tutto ciò che “capita” ai protagonisti è solo frutto della loro stupidità e amore per l’alcool. Perché giustificarli o compatirli?
Non c’è un vero messaggio sociale, né politico, né etico, né religioso. Qual è la vera essenza di questo film?
IMDb 7,6 RT 100%

Nomination miglior film straniero, Cannes miglior sceneggiatura
Rating, Nomination e premi non mi trovano d’accordo.

 

366 * “Cidade de Deus” (Fernando Meirelles, Bra, 2002) tit. int. “City of God” * con Alexandre Rodrigues, Matheus Nachtergaele, Leandro Firmino
Per "festeggiare" il raggiungimento del mio obiettivo dei 366 film nel corso dell'anno (media di uno al giorno) ho scelto un film "di conseguenza" e fra quelli a mia disposizione il preferito è stato “Cidade de Deus” . Uno dei pochi film brasiliani ad essere conosciuto in tutto il mondo e riconosciuto come ottimo, un capolavoro, tant'è che si trova addirittura al 21° posto della classifica IMDb di tutti i film di sempre.
La trama è appassionante anche se a tratti violenta (ma Meirelles non indulge in queste inquadrature), il ritmo rapido e talvolta travolgente accompagnato da commento sonoro adeguato, la voce fuori campo che introduce i vari personaggi e le loro storie (il più delle volte ascesa e caduta), come se fossero capitoli, la fotografia raffinata spesso dai colori pastello (soprattutto i gialli sono affascinanti), le inquadrature che si alternano continuamente (dal basso, verticali dall’alto, primissimi piani quasi deformanti, carrellate e zoomate, rotazioni, ...) fanno si che lo sguardo resti inchiodato alla rapida sequenza di immagini montate ottimamente ed in modo efficace.
Attori? Non che siano scadenti, seppur non eccellenti, ma in film di questo genere oserei dire che sono secondari, come in quasi tutti i capolavori in cui inquadrature, tempi, angoli di ripresa, montaggio e ritmo sono ciò che rendono una pellicola CINEMA.
Film indispensabile nella vostra videoteca virtuale o materiale che sia.
E ancora una volta torno a chiedermi: perché tanti registi che iniziano con piccoli o grandi capolavori non riescono più a produrre niente dello stesso livello nei decenni successivi? Mistero ...
4 Nomination (regia, sceneggiatura, fotografia, montaggio)
IMDb 8,7 RT 90%

 

367 * “One-eyed Jacks” (Marlon Brando, USA, 1961) tit. it. "I due volti della vendetta" * con Marlon Brando, Karl Malden, Katy Jurado, Ben Johnson, Pina Pellicer, Tim Carey
UNICA REGIA di MARLON BRANDO (per fortuna). Al mercadillo ho trovato il dvd dell’unico film diretto da Marlon Brando (One-Eyed Jacks, 1961) nel quale era anche protagonista. Un western che ricevette critiche contrastanti, con un preambolo nel deserto di Sonora (Messico settentrionale) e un lungo seguito a Monterrey, California. Ottenne una Nomination Oscar per la miglior fotografia e comprendeva nel cast non solo attori di esperienza come Karl Malden e Ben Johnson, ma anche messicani famosi come Katy Jurado e Rodolfo Acosta e la quasi esordiente Pina Pellicer.
"One-Eyed Jacks" nacque sotto una cattiva stella. Kubrick al quale doveva essere affidata la regia rinunciò (o fu licenziato) non trovando un accordo sulla scelta gli interpreti (e andò a dirigere "Spartacus") e quindi gli subentrò Brando che di regia non aveva alcuna esperienza pratica. Le riprese durano oltre 2 anni (dal 1958 al 1960) e Brando girò chilometri di pellicola, il quintuplo della media dell’epoca e la sua idea era quella di ottenere un film di circa 5 ore, ma la produzione praticamente lo estromise dal montaggio ed il film uscì con una durata di 2h20’. Nonostante i tagli risulta lungo e noioso e i più sono grati a Brando per aver scelto di rinunciare alla carriera di regista e continuare a fare l’attore concedendo al pubblico grandi interpretazioni come quelle in “Apocalypse now” e “The Godfather”.
Curiosità varie:
* Karl Malden dichiarò che si costruì una villa grazie agli “straordinari” guadagnati per questo film.
* La sella intarsiata d’argento di Brando fu poi usata da Eli Wallach in “The Magnificent Seven” (1960)
* Il titolo originale (che può risultare incomprensibile anche a chi conosce l’inglese) si riferisce alle carte da gioco ed in particolare ai Jack (fanti o valet) di cuori e di picche che appaiono di profilo e quindi mostrano un solo occhio (one-eyed). L’appellativo si associa a persone false, che mostrano solo una parte della loro vera essenza e non l’altro verso della medaglia che occultano accuratamente.
* si dice che Pina Pellicer fu “sedotta e abbandonata” da Brando (come nel film) e ciò fu concausa del suo successivo suicidio.
* sul set Brando “pugnalò” con una penna il già citato Timothy Carey, reputato dai più quasi folle. Di lui parlerò diffusamente nel prossimo post su Discettazioni Erranti, collegandolo a Stanley Kubrick, a Frank Zappa e ai Beatles.
Film di scarso valore se non quello storico ... solo per cinefili collezionisti.
IMDb 7,2 RT 57% 1 Nomination (fotografia)

 

368 * “Mi querida señorita” (Jaime de Armiñán, Spa, 1972) * con José Luis López Vázquez, Julieta Serrano, Antonio Ferrandis
Nomination Oscar 1973 miglior film straniero
Soggetto degno di Rafael Azcona, ma creato ed adattato da de Armiñán in collaborazione con José Luis Borau (autore e regista dell’ottimo “Furtivos”).
Sarebbe stato certamente molto più graffiante, con tanto humor nero e certamente con più evidente anticlericalismo, invece Jaime de Armiñán ha trattato il tema della sessualità “dubbia” della/del protagonista Adela/Juan con molta più delicatezza, senza mai scadere nel volgare e senza prestarsi a facili situazioni ridanciane di basso rango.
Molto del successo del film si deve certamente alla superba interpretazione del grande e quasi onnipresente José Luis López Vázquez (oltre 220 film in una cinquantina di anni), ottimo in entrambe le parti, con la gestualità giusta, senza esagerazioni e senza mai essere caricaturale.
La señorita in questione è una stagionata "solterona" (zitella) che, passati da poco i 40 anni, scopre di essere in realtà un uomo e il cambio è ancor più complicato se si pensa alla vita di provincia in Spagna, in pieno regime franchista. Ed in questo ambiente il film fece scalpore per trattare un tema tanto sensibile che solo negli ultimi anni è stato “liberalizzato”.
Forse anche per questa “sfida alla censura” nella Spagna dei primi anni ’70 ottenne la Nomination Oscar miglior film straniero.
Ottimi anche i comprimari a cominciare dalla giovane Julieta Serrano fino a colonne del cinema spagnolo come Chus Lampreave e Antonio Ferrandis.
IMDb 7,3

 

369 * “This Land Is Mine” (Jean Renoir, USA, 1943) tit. it. “Questa terra è mia“ * con Charles Laughton, Maureen O'Hara, George Sanders
Film USA di pura propaganda, in piena guerra (1943), diretto dal francese Jean Renoir alla sua seconda prova oltreoceano, ambientato in un non meglio identificato paese europeo invaso dai nazisti.
Si ripropone l'annoso e probabilmente irrisolvibile quesito etico-filosofico della opportunità di attentati e sabotaggi pur sapendo di andare incontro a rappresaglie. É giusto far pagare altri (innocenti o comunque non coinvolti)? È l'unico modo di resistere e combattere gli invasori o ci sono altri metodi?
E in realtà i delatori salvano le vite dei civili o condannano gli attentatori che sono quelli che veramente combattono?
Nel film la risposta viene fornita in modo esplicito e nel lungo e pertinente discorso di Charles Laughton nell'aula di tribunale ma, ovviamente, ognuno ha il diritto di restare della propria idea.
Una delle migliori interpretazioni di Laughton che è il vero mattatore del film, pur essendo ben coadiuvato da George Sanders, Walter Slezak e Kent Smith (gli altri personaggi chiave) e da Una O'Connor nella parte di sua ossessiva e battagliera madre. Maureen O'Hara fa più o meno solo atto di presenza. Nel complesso un discreto film con alcuni buoni momenti, ma anche numerose banalità e insulsaggini.
IMDb 7,6 RT 71%

 

370 * “It's a wonderful life” (Frank Capra, USA, 1946) tit. it. “La vita è meravigliosa” * con James Stewart, Donna Reed, Lionel Barrymore
Che delusione! Penso che in passato ne avevo visto solo poche scene, ma ricordavo solo la più famosa, quella in cui James Stewart corre nella neve gridando “Merry Christmas!”. Visto per intero, con calma ed in versione originale, mi schiero nettamente con quelli che sostengono che il film è assolutamente sopravvalutato (addirittura al 24° posto nella classifica di IMDb!).
Pur essendo vero che la guerra si era appena conclusa e che il pubblico anelava per questo tipo di messaggi positivi, mi è sembrate una favoletta irreale a base di buonismo, con troppi eventi abbastanza scontati, e neanche i buoni attori presenti (che quasi non cambiano aspetto nell’arco dei quasi 20 anni di storia) riescono a risollevare una sceneggiatura scadente.
Frank Capra ha diretto commedie molto più sagaci, brillanti e divertenti ... voglio guardare tre volte di seguito “Arsenico e vecchi merletti” (1944) e non una seconda volta “La vita è meravigliosa”.
Per me, sotto la sufficienza
IMDb 8,6 RT 94% *  al 24° posto fra i film di tutti i tempi (classifica IMDb) 5 Nomination Oscar
 

371 * “Gang Smashers” (Leo C. Popkin, USA, 1938) * con Nina Mae McKinney, Laurence Criner, Monte Hawley
Breve film (57 minuti) di un genere quasi sconosciuto ai più: “Black Movie” (anche “Black Film” o “Race Movie” - leggi altro in questo post)
Raro black movie (o “race movie”) - vedi post su Discettazioni Erranti
Visto il contesto e la scarsezza di mezzi, mi sembra più che apprezzabile. Si avvale dell’interpretazione di una delle più famose attrici “nere” dell’epoca, vale a dire Nina Mae McKinney che, dopo aver esordito a 17 anni in “Hallelujah” (di King Vidor, 1929 - il primo musical sonoro con cast completamente afro-americano), lavorò più in Europa che in America. Ebbe grande successo specialmente in Francia e UK e per la sua avvenenza si guadagnò il soprannome di “Black Garbo”.
“Gang Smashers” ha una trama semplice e lineare ma con un paio di colpi di scena ben scelti. Molte scene si svolgono in un night e quindi fra bombe, minacce e qualche sparo ci sono anche varie esibizioni di canto e ballo.
Volendolo assimilare ai generi “ufficiali” lo si potrebbe porre fra il noir e il crime, ma è senz’altro abbastanza naif, quasi amatoriale, pur non essendo per niente malvagio.
Considerata anche la breve durata, vale la pena guardarlo, se non altro per la sua originalità.
IMDb 6,5

 

372 * “The longest Day” (Ken Annakin, Andrew Marton, USA, 1962) tit. it. “Il giorno più lungo” * con John Wayne, Robert Ryan, Richard Burton, Henry Fonda, Robert Mitchum, Robert Ryan, Rod Steiger, Sean Connery, Bourvil, Paul Anka, ...
Secondo me è un ottimo film di guerra, assolutamente non spettacolare come i moderni, ma ben bilanciato e “distribuito orizzontalmente”.
Come è chiaro dal titolo, tratta degli avvenimenti del 5 e 6 giugno 1944, le ore dell’attesa e poi quello dell’invasione effettiva della Normandia, dal mare e dal cielo. Non ci sono protagonisti, ma abilmente ben 4 registi diversi mostrano i retroscena dei comandi alleati, tedeschi e dei partigiani, nonché l’arrivo in Francia di soldati, paracadutisti, guastatori, genieri e via discorrendo e l’appoggio fornito dai partigiani. Si seguono quindi le vicende di vari gruppi giunti dietro le linee nemiche in aliante o paracadutati, nonchè gli sbarchi su diverse spiagge con problematiche ed esiti differenti.
Per questo film sono stati ingaggiati un numero incredibile di nomi noti di Hollywood e non solo, ognuno ha la sua piccola ma significativa parte.
“The longest Day” è ovviamente un po’ autocelebrativo, ma mi sembra anche normale a soli 17 anni dalla vittoriosa conclusione di una guerra che ha causato milioni di morti.
Già visto quando ero ragazzo, l’ho ri-guardato con diverso interesse e non mi sembra assolutamente datato.
Merita una visione.
2 Oscar (fotografia, effetti) e 3 Nomination (miglior film, scenografia, montaggio)
IMDb 7,8 RT 92%

 

373 * “Moana” (Ron Clements e Don Hall, USA, 2016) tit. it. “Oceania” * animazione * Auli'i Cravalho e Dwayne Johnson (voci)
L’ho visto come “Vaiana” (titolo europeo), ma in italiano il titolo è “Oceania”, pur lasciando il nome di Vaiana alla protagonista.
Leggi recensione e tanto altro in questo post
IMDb 8,2 RT 98%

 

374 * “Körkarlen” (Victor Sjöström, Sve, 1921) tit. it. “Il carretto fantasma” * con Victor Sjöström
In biblioteca ho trovato il dvd di “Körkarlen” in una versione restaurata e masterizzata in modo egregio ed anche il commento sonoro aggiunto era adeguato. Questo film è una pietra miliare del cinema scandinavo e Sjöström è l’antesignano dei registi di quell’area. Fu anche un ottimo attore (una quarantina di film quasi tutti da protagonista, compreso questo) e suggellò la sua carriera nel 1957 quando Ingmar Bergman lo volle per interpretare il prof. Isak Borg in “Il posto delle fragole”.
La sceneggiatura di “Il carretto fantasma” è adattata dal romanzo omonimo del 1912, a sua volta basato su una antica leggenda popolare rielaborata da Selma Lagerlöf (premio Nobel per la letteratura nel 1909).
Drammatico e tendente al tragico (oserei dire come quasi tutti i film scandinavi) tratta di morte, alcolizzati e tubercolotici moribondi... me ciò è giustificato dal fatto che il testo fu commissionato all’autrice proprio da un’associazione per la prevenzione della tubercolosi, in questo caso tramite l’informazione.
In quegli anni la cinematografia si evolveva rapidamente e, come altri registi all’avanguardia (per quei tempi), Sjöström perfezionò in “Körkarlen” varie tecniche raggiungendo in particolare ottimi risultati con le tante doppie esposizioni che distinguono in modo evidente i vivi dai morti.
La trama è esposta in modo preciso e bilanciato e la gestione è quasi tecnicamente perfetta, eppure soffre di un'eccessiva lentezza e troppo spesso i cartelli mi sono sembrati non congruenti con i lunghi discorsi che sembrano fare i protagonisti.
Senza dubbio è un prodotto notevole per l'epoca, così come lo è il regista che tuttavia non è all'altezza del suo quasi contemporaneo "dirimpettaio" (danese) C. T. Dreyer che resta il mio preferito, di tutta la Scandinavia, di tutti i tempi.
Molto interessante per i cinefili, da non perdere, ma non per il tutto il pubblico.
IMDb 8,1 RT 100%

 

375 * “Hacksaw Ridge” (Mel Gibson, USA, 2016) * con Andrew Garfield, Sam Worthington, Luke Bracey, Teresa Palmer, Hugo Weaving, Vince Vaughn
Non ho mai amato Mel Gibson, né come attore né come regista, ma sono andato a vedere questo suo nuovo film assolutamente non prevenuto anzi speranzoso di guardare qualcosa di interessante. Il soggetto è senz’altro buono, ma non mi ha entusiasmato il modo in cui viene presentata la storia di Desmond Doss. Ad alcune brevi scene delle sue infanzia, significative per le sue successive scelte, seguono quelle dell’incontro con Dorothy (Teresa Palmer) quasi da commedia, per poi passare al boot camp che somiglia troppo ad una brutta copia di “Full Metal Jacket” (Stanley Kubrick, 1987) con tanto di istruttore che urla in faccia alle reclute e affibbia loro soprannomi vari, con un “palla di lardo” finale che dovrebbe essere una semplice citazione.
Finalmente, per modo di dire, si va in guerra e qui fra sangue a fiumi, sventramenti e sbrandellamenti si va avanti per un bel po’. Non sono mai stato in guerra e potrei anche sbagliarmi ... ma tante cose sembrano troppo esagerate, poco credibili, alcune illogiche. A proposito di queste ultime, mi ha lasciato interdetto la questione della rete di corda utilizzata per superare la parete rocciosa a picco. Certo si dovrebbe domandare a chi è del mestiere, ma mi chiedo non solo come abbiano fatto a sistemare un'attrezzatura così pesante in quella posizione, ma come mai i giapponesi glielo abbiano consentito essendo in posizione di assoluto vantaggio e infine, dopo averli fatti ritornare alla base della parete, come mai a nessuno è venuta l’idea di tagliare, bruciare o tirare su la rete invece di aspettare che gli americani la usassero di nuovo per l’assalto finale?
Tutte le varie fasi del combattimento sono assolutamente spettacolari, ma per niente convincenti.
Inoltre ho letto che Gibson ha travisato abbastanza la storia reale di Desmond Doss, cambiando date, luoghi, momenti del ferimento ecc., in pratica ha preso un eroe (vero) e lo ha fatto diventare uno spettacolo quasi irreale, a suo uso e consumo.
Film visivamente impattante e duro, con tante scene oltremodo cruente giustificate dalla guerra, un po’ addolcite dalla parte sentimentale e vari momenti di commozione fra commilitoni.
Appena sufficiente, neanche lontanamente paragonabile ad altri film di guerra (uno per tutti “Apocalypse now”) pur realizzati con molta meno tecnologia a disposizione.
Non capisco i quasi 10 minuti di applausi a Venezia ... spero fossero all’indirizzo di Desmond Doss e non di Mel Gibson.
IMDb 8,6 RT 93%  (ora 8,1 con 2 Oscar e 4 Nomination)

 

376 * “Spartacus” (Stanley Kubrick, USA, 1960) * con Kirk Douglas, Laurence Olivier, Jean Simmons, Charles Laughton, Peter Ustinov, Tony Curtis
L'avevo visto nella notte dei tempi per intero e poi mi era capitato di vederne qualche breve spezzone di tanto in tanto. Ieri ho guardato con calma la versione originale restaurata nel 1990, nella quale sono stati aggiunti 5 minuti precedentemente eliminati in quelle proiettata per 30 anni.
Buon film, ma certamente non fra i migliori di Kubrick. Grava su questo mio giudizio la parte dell'incredibile viaggio che si svolge in ambienti strani, fondali poco realistici, in tempi poco congruenti con le distanze, in stagioni non coerenti.
La prima metà, invece, l'ho trovata eccezionale e, nell'arco dell'intero film, la parte "politica" è altrettanto incisiva e appassionante grazie anche e soprattutto alle superbe interpretazioni di Laurence Olivier (che riesce a far odiare veramente il viscido e malvagio Crasso), di Charles Laughton (il saggio, quasi filosofico Gracco) e di Peter Ustinov nei panni del "mercenario" Batiatus che, per danaro è disposto a fare qualunque cosa.
Come in quasi tutti i kolossal americani basati su eventi reali, la sceneggiatura travisa parecchi eventi a favore dello spettacolo.
Ripeto, “Spartacus” è più che buono ma secondo me non paragonabile, per esempio, a Paths of Glory in quanto ad intensità o a Barry Lindon per la spettacolarità.
Si deve sottolineare che con la sceneggiatura di questo film, grazie soprattutto all’impegno di Kirk Douglas, Dalton Trumbo ricominciò a lavorare ufficialmente senza più doversi nascondere dietro pseudonimi.
4 Oscar (Peter Ustinov non-protagonista, fotografia, scenografia, costumi) e 2 Nomination (montaggio, commento sonoro)
IMDb 7,9 RT 96%

 

377 * “Rebel Without a Cause” (Nicholas Ray, USA, 1955) tit. it. “Gioventù bruciata” * con James Dean, Natalie Wood, Sal Mineo
Secondo dei tre soli film interpretati da James Dean come protagonista, dopo “East of Eden” (Elia Kazan, 1955, it. “La valle dell'Eden”) e prima di “Giant” (George Stevens, 1956, it. “Il gigante”).
Prima di parlare del film, tuttavia, vorrei spendere qualche parola per Nicholas Ray che non capisco come mai non abbia avuto maggior successo, notorietà e riconoscimenti. Iniziò la sua carriera di regista nel 1948 con “They Live by Night” (La donna del bandito), continuò a girare vari noir ottenendo ottime critiche soprattutto con “In a Lonely Place” (1950, “Il diritto di uccidere”, con Bogart) e “On Dangerous Ground” (1951, “Neve rossa”, sic!), poi passò per il genere western - al femminile - con il famoso “Johnny Guitar” (1954) e nel 1958 aveva già girato 21 dei suoi 27 film.
Il suo declino iniziò quando gli affidarono il primo kolossal (“Il Re dei Re”, 1961), che a dire il vero non fu del tutto negativo, e subito dopo “55 giorni a Pechino” (1962) che invece fu un vero disastro commerciale e, di fatto, segnò la fine della sua carriera hollywoodiana.
Tranne che per pochi film (come questo) Ray è stato quasi dimenticato ed è rimasto oggetto di interesse quasi esclusivamente per cinefili. Fra questi ce ne sono di illustri come Truffaut e Godard (che ne fecero quasi un idolo) e fra i tedeschi Wim Wenders che con lui sviluppò alcuni progetti e lo volle come attore in "L'amico americano" (1977) nel quale si trovò a recitare con Dennis Hopper, che con lui aveva esordito proprio in “Gioventù bruciata” nei panni di Goon.
Venendo al film, è opportuno segnalare a chi non lo conosce o ha visto solo la famosa scena della “chickie run”, che non si tratta di uno dei tanti film di bullismo scolastico, scherzi di cattivo gusto e stupide gare, ma l’ottima sceneggiatura scritta dalla stesso Ray entra di prepotenza nei rapporti familiari e nel baratro che all’epoca si stava aprendo fra generazioni diverse. Altro elemento di rottura attribuito a questo film è il personaggio di Plato (Sal Mineo) considerato dai più il primo ruolo di ragazzo gay.
“Rebel without a cause” è un ottimo film per lo spaccato che ci offre di un certo tipo di società borghese e della nuova generazione con ideali diversi da quelli dei genitori e di conseguenza aveva spesso atteggiamenti di vera sfida ... l’incomprensione regna sovrana e luoghi comuni e cliché di certo non hanno mai aiutano a superarle.
A chi può - e vuole - leggerla segnalo questa ottima e interessantissima analisi pubblicata su Indiewire
Assolutamente da non perdere o da rivedere, assicurandosi che il formato sia quello giusto: Cinemascope 2,55:1
3 Nomination Oscar (Sal Mineo e Natalie Wood come attori non protagonisti e Nicholas Ray per la sceneggiatura)
IMDb 7,8 RT 100%

 

378 * “Good morning Babilonia” (Paolo e Vittorio Taviani, Ita, 1987) * con Vincent Spano, Joaquim de Almeida, Greta Scacchi
Ne avevo un ricordo migliore ... rivisto a quasi 30 anni di distanza (e con 30 anni in più) mi ha abbastanza deluso.
Mi appassionano sempre i film che includono storie di cinema visto dal di dentro, da “Sunset Boulevard” a “The Artist” da “Effetto notte” a “Le mépris”, da “Trumbo” a “Hugo” giusto per citarne qualcuno. Pertanto anche questo dei Taviani ha per me questo fascino, ma ho trovato la trama troppo debole con un finale oserei dire non degno dei Taviani e sul film grava anche una recitazione veramente scadente (con quale criteri misero insieme quel cast?).
In sostanza ci sono solo pochi spunti buoni e un paio di scene ottime ... quelle tratte da “Cabiria” (Giovanni Pastrone, 2014).
IMDb 7,2 RT xx%

 

379 * “Naufragio” (Jaime Humberto Hermosillo, Mex, 1978) * con José Alonso, María Rojo, Ana Ofelia Murguía
Film a due velocità ... con una prima parte lunga oltre la metà della pellicola, con una costante suspense conseguente all’attesa di una madre che da tre anni non ha notizie del figlio. Ha una foto poco chiara scattata a Venezia, combatte contro le voci che lo danno per morto e altre che dicono che ha cambiato nome ed è espatriato dopo essere fuggito con la cassa. Riapparirà o no, è morto o e vivo, e se torna sarà lo stesso?
Nell’ultimo quarto d’ora gli eventi precipitano, succede di tutto e il film si conclude in modo poco chiaro, con immagini quasi oniriche.
La prima parte l’ho trovata molto ben presentata, la conclusione quasi pessima.
La sceneggiatura è adattata dalla short story di Joseph Conrad "To-morrow" (1902).
Buona, come sempre, l’interpretazione di María Rojo. Al contrario, mi sembra che Hermosillo, dopo i tre precedenti film “El cumpleaños del perro” (1975), “La pasión según Berenice” (1976) e “Matinée” (1977), tutti e tre abbastanza singolari ma interessanti e senz’altro buoni, con “Naufragio” si sia un po’ perso.
IMDb 7,2

 

380 * “Smultronstället” (Ingmar Bergman, Sve, 1957) “Il posto delle fragole” * con Victor Sjöström, Bibi Andersson, Ingrid Thulin
Su questo film di Bergman è stato già detto di tutto e di più, da persone molto più qualificate di me, quindi sarò estremamente succinto.
Ogni volta che guardo un buon film come questo, mi convinco sempre di più che il bianco e nero non ha niente da invidiare al colore.
In “Smultronstället” ho trovato estremamente irritanti quasi tutti i personaggi (ma per fortuna gli svedesi non sono tutti così), specialmente i più giovani (relativamente) a cominciare dai tre autostoppisti per finire alla famiglia del professore in gioventù.
I più saggi, “normali” seppur un po’ scorbutici, sono proprio il professore e la sua governante.
Soprassedendo sulle esagitazioni e al continuo parlare dei più (la coppia dell’incidente era da buttare fuori dell’auto dopo il primo chilometro, ma neanche i ragazzi erano facili da sopportare) il film è costruito e diretto magistralmente con la scena del sogno (muta) che è veramente da manuale e dovrebbe servire da esempio agli amanti di inutili effetti speciali.
Fra gli attori, tutti bravi, spicca Victor Sjöström (del quale ho parlato pochi giorni fa a proposito del suo film "Il carretto fantasma", 1921) nei panni del protagonista e si nota anche un giovane Max von Sydow nelle vesti di benzinaio ...
Nomination Oscar a Ingmar Bergman per la sceneggiatura originale
al 149° posto della classifica di IMDb dei migliori film di sempre
IMDb 8,2 RT 95%

 

381 * “Suite Habana” (Fernando Pérez, Cuba, 2003) tit. int. “Havana Suite“ * con Francisquito Cardet, Francisco Cardet, Norma Pérez
Non vi fate ingannare da chi lo definsce un “documentario”, non lo è per niente e non basta il fatto che i protagonisti siano persone reali. In meno di “Suite Habana” segue le storie di una dozzina di cubani per un giorno, dal momento in cui si svegliano fin quando vanno di nuovo a dormire, quindi meno di 24 ore. Non c’è commento (che sarebbe necessario per un documentario) e i protagonisti non parlano, ci sono solo rumori di ambiente e qualche voce di “estranei” come la maestra e il presentatore di uno spettacolo. L’ora e venti scorre fra dettagli, sguardi, operazioni routinarie, movimenti che riescono a descrivere perfettamente i personaggi dal punto di vista umano, per il loro background si dovranno aspettare i titoli di coda. E allora si scoprirà che fra essi c’è un architetto, una maestra in pensione, un muratore che sogna di diventare ballerino ed un padre che ha lasciato la sua professione per assistere suo figlio Francisquito (10 anni) affetto dalla sindrome di Down. All’altro estremo ci sono vari ultrasettantenni ed una 95enne, a dir poco 5 generazioni di habaneros.
Ho trovato il film ben montato e con delle ottime riprese ed il ritmo è quello giusto per quei luoghi, lento e pacato ma senza pause.
Lo consiglio a osservatori sensibili e attenti e, ovviamente, ai viaggiatori (non turisti).
IMDb 7,5  RT 71%

 

382 * “The Ghost and Mrs. Muir” (Joseph L. Mankiewicz, USA, 1947) tit. it. “Il fantasma e la sig.ra Muir” * con Gene Tierney, Rex Harrison, George Sanders
Film molto conosciuto ed apprezzato nei paesi anglofoni, nei quali è un classico, ma poco conosciuto altrove ... io nn l’avevo mai sentito nominare, eppure in questo caso la il titolo italiano non lasciava spazio a equivoci. Il titolo mi aveva incuriosito (riportandomi alla mente anche l'ottima comedia negra messicana "El esqueleto de la señora Morales”), poi ho notato il cast notevole ed infine mi ha convito il regista: Mankiewicz.
Commedia romantica, leggera e sarcastica ambientata nell'Inghilterra di inizio '900, ovviamente fantastica vista la presenza del fantasma (Rex Harrison).
Cast anglo-americano di tutto rispetto con affermati attori (il trio sui poster) affiancati da ottimi caratteristi e dalla giovanissima e promettente Natalie Wood (9 anni all’epoca, già al suo sesto film), che ho citato pochi giorni fa in merito a “Gioventù bruciata”
Fra la vedova Muir ed il fantasma del capitano Gregg si instaura un rapporto molto particolare che passa più volte dalla sfida alla collaborazione
Ottima la fotografia diretta da Charles Lang che si guadagnò la sua ennesima Nomination, dopo l’Oscar ottenuto per “Addio alle armi” (1932).
Per mostrare quando sia piaciuto al pubblico, vale la pena sottolineare che delle 116 recensioni su IMDb solo 4 sono sotto il 7 (su 10) e comunque si tratta di due 5 e due 6, mentre di solito se ne trovano parecchie con 1 sola stella. Praticamente nessuno ne ha parlato male!
Tutti conoscerete i due inglesi Rex Harrison, George Sanders, ma forse qualcuno non ha presente Gene Tierney ... o la ricordate quale protagonista dell’ottimo noir “Laura” (tit. it. “Vertigine”, di Otto Preminger, 1944)?

IMDb 7,9 RT 100%


 

383 * “1898 Los ultimos de Filipinas” (Salvador Calvo, Spa, 2016) * con Luis Tosar, Javier Gutiérrez, Carlos Hipólito, Karra Elejalde, Álvaro Cervantes
Luis Tosar (il Malamadre di "Celda 211") è il tenente Martín Cerezo protagonista di “1898 Los ultimos de Filipinas” (storia assolutamente vera dalla quale deriva il nome dato agli ultimi a lasciare una festa o una riunione, gli ultimi a farsi convincere, quelli che in genere resistono ad oltranza ... (leggi altro qui
http://discettazionierranti.blogspot.com.es/2016/12/los-ultimos-de-filipinas-dalla-storia.html )
La storia, per quanto rasenti l’incredibile reale, è ben documentata e fornisce un ottimo soggetto all’esordiente regista Salvador Calvo. Gli attori, in particolare quelli che interpretano i 4 ufficiali, sono incisivi e trasmettono bene i caratteri e le sensazioni di questi militari di carriera inviati in mezzo ad una foresta, in un’isola all’altro capo del mondo, senza alcun contatto, senza un vero scopo, in una foresta quasi vergine.
Bella anche l’ambientazione, tutta nella chiesa-fortino, l’area circostante con poche capanne e nella foresta (film girato a Gran Canaria, Canarie).
Non mi aspettavo molto, ma devo dire che il film è andato oltre le mie aspettative, anche se presenta un paio di “falle” che potevano essere facilmente evitate e oltretutto avrebbe limitato il film alle 2 ore.
Non un capolavoro, non imperdibile, ma fra tutte le baggianate proposte per le feste non è una scelta peregrina.
IMDb 6,6

 

384 * “Rogue One: A Star Wars Story” (Gareth Edwards, USA, 2016) * con Felicity Jones, Diego Luna, Ben Mendelsohn, Forest Whitaker, Mads Mikkelsen
Più o meno è ciò che era lecito aspettarsi ... tanti combattimenti, a terra e in volo, buoni contro cattivi, trama abbastanza scontata, missione quasi compiuta.
Sarò nostalgico, ma non ho visto grandi novità nonostante i grandi avanzamenti degli effetti speciali (utilizzati a bizzeffe in questo film) e continuo a preferire il capostipite “Star Wars” del 1977 che, con meno effetti ma miglior cast, risultava senz’altro più avvincente anche grazie all’originalità della trama per quei tempi (sembra ieri ma parliamo di 40 anni fa!). Sia Felicity Jones che Diego Luna non sono assolutamente convincenti.
Non vi fate ingannare dal buon rating di IMDb poiché, come sempre accade in questi casi, i primi spettatori sono per la maggior parte fan e altri votano “a fiducia”. Più realistico e appropriato mi sembra il 76% di critiche sopra la sufficienza sottoscritte dai top critics.
Certamente i giudizi risentono e risentiranno della maggiore o minore conoscenza degli eventi rappresentati nei film precedenti in quanto a uscite, ma successivi per quanto riguarda la storia, e della pletora di personaggi che compaiono in Rogue One e che si sono già visti negli altri film.
Sufficiente dal mio punto di vista, ma il giudizio può variare di molto a seconda della competenza di ciascun nel campo dei film di fantascienza in generale e della “saga di Star Wars” in particolare.
A chi è all’oscuro di tutto potrà giovare “prepararsi” prima della visione per seguire meglio varie situazioni, al contrario gli altri si perdono qualche sorpresa in quanto già sanno chi sopravvivrà e chi no.
Resto in attesa di andare a vedere i prossimi film fantastici-fantascientifici: "Assasin's Creed" (23/12) e "Passengers" (30/12).
IMDb 8,3 RT 76%

 

385 * “Clerks” (Kevin Smith, USA, 1994) tit. it. “Clerks - Commessi” * con Brian O'Halloran, Jeff Anderson, Marilyn Ghigliotti
Un’accozzaglia di sketch disgiunti, labilmente legati da due temi principali: rapporti commesso-cliente e relazione di coppia-sesso.
Collocabile fra una sit-comedy di scarso livello (con camera fissa o che si muove rapidamente da un volto all’altro e tante parole sparate velocemente), spettacolo di cabaret con gag poco convincenti e la serie dei “tristemente famosi film di Pierino”
Un paio di situazioni argute non lo salvano dall’insufficienza, così come non regge la scusante del limitato budget (230.000 dollari che, nel 1994 valevano abbastanza).
Tanto per fare un esempio e senza tirare in ballo i soliti “El Mariachi” (7.000 $ nel 1992, ma spesi in Messico ...) o “Blair Witch Project” (60.000 $ nel 1999) vi ricordo che appena l’anno scorso Sean Baker ha scritto e diretto l’ottimo “Tangerine”, girato con 3 iPhone 5S e costato appena 100.000 dollari, che nel 2015 erano quasi una miseria. Cercate quest’ultimo film perché ne vale la pena e non sono il solo a dirlo ... 23 premi, 35 nomination e il 97% su RottenTomatoes (130 recensioni positive contro 4 negative) parlano da sé.
IMDb 7,8 RT 88%

 

386 * “Solas” (Benito Zambrano, Spa, 1999) * con María Galiana, Ana Fernández, Carlos Álvarez-Nóvoa
Scavando fra i dvd della biblioteca ho trovato un altro paio di titoli poco conosciuti, non distribuiti in Italia, ma molto interessanti: “Solas” e “Seraphine”.
Questo del quale tratto per primo è il film d’esordio di Benito Zambrano, regista di “La voz dormida” e , un autore (cura anche la sceneggiature) che ha fornito solo altri 2 film dopo questo: “Habana Blues” (2006) e “La voz dormida” (2011). Questo era quello che mi mancava e mi è sembrato il migliore, ma solo per essere molto buono, non per demerito dei successivi.
Zambrano ha iniziato con il teatro, ha continuato con la tv ed è approdato al cinema dopo un lungo soggiorno di studio a Cuba, presso la famosa EICTV (Escuela Internacional de Cine y TV). Tornato in Spagna gli ci vollero quasi 2 anni per trovare un produttore per questo progetto che poi si è rivelato vincente nel vero senso della parola in quanto ha collezionato ben 41 premi (fra i quali 3 a Berlino e 2 a Tokio) e altre 16 nomination.
“Solas” ha valicato i confini spagnoli (ma ovviamente non le Alpi) e anche l'oceano e vanta un lusinghiero 90% di recensioni positive su rottentomatoes. Ci presenta con estrema sensibilità vari personaggi dalla vita travagliata, da un'anziana (la bravissima María Galiana) che viene in città per assistere in ospedale il marito (machista, ubriacone e violento) , soggiornando a casa della figlia anche lei quasi alcolizzata, al momento incinta e in dubbio se abortire o proseguire con la gravidanza. Completano il quadro un anziano solo loro vicino di casa, più altri personaggi di contorno come il compagno della ragazza (che la scarica) e il gestore del bar che aiuta, seppur con malcelate speranze ...
Zambrano ha l'abilità di non cadere nel lacrimevole, né nell'esagerazione, né nella violenza, presentando situazioni plausibili, credibili e che sollevano quesiti seri e di non facile soluzione. Il cast al completo fornisce prove più che convincenti, oltre la già citata María Galiana (8 premi come migliore attrice per questo film) spiccano le prove di Ana Fernández (la figlia) e Carlos Álvarez-Nóvoa (l’anziano vicino).
Se ne avete l’occasione, non ve lo perdete.
IMDb 7,7 RT 90% 41 premi + 16 nom

 

387 * “Séraphine” (Martin Provost, Fra, 2008) NO. it. * con Yolande Moreau, Ulrich Tukur, Anne Bennent
Come accennato nella micro-recensione precedente anche questo film franco-belga sembra non essere mai giunto nelle sale italiane.
Si tratta della storia della “scoperta” della pittrice naif Seraphine Louis (meglio conosciuta come Seraphine de Senlis) da parte del famoso critico d’arte tedesco Wilhelm Uhde, colui che sostenne e fece conoscere artisti come Picasso, Braque, Rousseau e la stessa Seraphine e fu fra i principali promotori della prima esposizione di Arte naïf a Parigi nel 1928.
Il film comincia mostrando l’artista, già quasi 50enne, impegnata nel suo quotidiano lavoro di domestica e lavandaia. Per puro caso Uhde è ospite della casa in cui lavora Seraphine e ne riconosce subito le grandi doti espressive. Quindi si seguono i primi passi da artista di questa “primitiva moderna”, il sopraggiungere della fama (e danaro) e infine la follia.
Ottima Yolande Moreau nel difficile ruolo della pittrice, bella l’ambientazione con gran cura dei particolari, specialmente negli interni.
Film senz’altro interessante e ben realizzato, vale la pena guardarlo.
IMDb 7,4 RT 89%

 

388 * “Offret” (Andrei Tarkovsky, Sve, 1986) tit. it. “Sacrificio” * con Erland Josephson, Susan Fleetwood, Allan Edwall
“Offret” è l'ultimo film del famoso e tanto discusso regista russo Tarkovsky (1932-1986) nel quale, ancora una volta, dimostra la grande padronanza del linguaggio filmico ma a tratti resta troppo criptico o quantomeno difficile da decifrare.
Il film fu girato in Svezia con cast svedese, “capitanato” da Erland Josephson, attore di estrazione teatrale, grande amico di Bergman nei cui film ricoprì spesso il ruolo principale. Tuttavia la recitazione, non solo la sua ma anche degli altri, mi sembra a tratti troppo enfatizzata, soprattutto nella gestualità tipica da palcoscenico. Ciò diventa un po’ un peso per l’opera di Tarkovsky che invece, con tutta la sua lentezza, riesce a catturare l’attenzione e lo sguardo con le lunghe carrellate seguite da improvvisi quadri fissi per poi tornare indietro (la scena del pranzo in giardino con Josephson che appare e scompare dietro la casa è magistrale), l’uso di luci e dei colori, i riflessi e i tanti specchi che restituiscono di volta in volta immagini nitide o sfocate. Tutto ciò spesso fa parte di piani sequenza pregevoli, sempre con ogni particolare che si trova al posto giusto e la sua posizione non è casuale.
Volendo sottilizzare, trovo che non sempre la parte teatrale (spesso gravata anche da lunghe discussioni quasi filosofiche) si interlacci a dovere con la superba espressione filmica e che quindi a tratti non ci sia una giusta miscela, ma un’alterna predominanza di voci e immagini.
Tolto questo particolare, tutto il resto è perfetto.
Chiaramente non è di cassetta né un film per tutti, ma altrettanto certamente non era questo l'obiettivo di Tarkovsky che nell’arco di 24 anni (1962-1986) ha diretto solo 7 lungometraggi e questo è da molti considerato una summa del suo lavoro.
IMDb 8,2 RT 83%  *  4 premi a Cannes

 

389 * “Donnie Darko” (Richard Kelly, USA, 2001) * con Jake Gyllenhaal, Jena Malone, Mary McDonnell
Dopo tanto tempo, sono riuscito a guardare questo film per intero, senza interruzioni ed in versione originale ...
Godibile, mai banale, divertente, arguto e infine lascia tante porte aperte per l’interpretazione (come del resto quasi tutti i film con viaggi nel tempo e/o vita parallele).
Personaggi un po’ caricaturali ma ben scelti e ben assortiti che Richard Kelly (autore anche della sceneggiatura) riesce a tenere a distanza dai tipici cliché visti e rivisti in tanti film ambientati in una high school americana.
Donnie Darko e Graham Greene (scrittore)
Vi sottopongo un riferimento che non ho trovato citato da nessuna parte, del quale sono tuttavia convinto ... giudicate voi. Nel corso della lezione di letteratura inglese si fa riferimento a Graham Greene ed in particolare alla short story “The Destructors” nella quale sono descritte azioni che poi vengono messe in pratica nel seguito del film. Fra le tante argute short story di Greene una che conosco quasi a memoria (si trova in rete, lettura caldamente raccomandata) è "A Shocking Accident" nella quale si narra di un uomo che muore perché mentre passeggia in un vicolo di Napoli (!) ... “gli cade in testa un maiale” ... un evento tanto assurdo e improbabile come quello del motore di aereo che precipita nella stanza di Donnie.

Visto che siamo in tema cinematografico, vi ricordo che molti dei romanzi di Greene (il mio scrittore di lingua inglese preferito, ho letto praticamente tutte le sue opere) sono stati trasformati in film come per esempio “Il terzo uomo” (di Carol Reed, con Orson Welles, al 121° posto fra i migliori film di sempre).
In tutto oltre 30 soggetti per il grande schermo e 40 per la TV fra i quali “The Quiet American”, “The Fallen Idol”, “Our Man in Havana”, “The Comedians”, “The Honorary Consul”, “The Heart of the Matter”, “Ministry of Fear”, “This Gun for Hire”, “Brighton Rock”, ...
“Donnie Darko” non fu un gran successo al botteghino né ebbe entusiastiche recensioni, ma ben presto diventò quasi un cult.
IMDb 8,1 RT 86%

 

390 * “Charade” (Stanley Donen, USA, 1963) tit. it. “Sciarada” * con Cary Grant, Audrey Hepburn, Walter Matthau
Onesta commedia americana del genere romantico-thriller, con un cast variopinto costituito da attori di provata esperienza, fra i beniamini del grande pubblico. La coppia protagonista (Grant - Hepburn) è affiancata infatti da Walter Matthau, James Coburn e il cattivissimo (in questo film) George Kennedy.
Fra mille dubbi di lei e cambi d’identità di lui, bugie a non finire, colpi di scena si arriva alla soluzione finale, lasciando vari morti sul campo (per lo più in pigiama) uccisi in modi diversi e abbastanza originali. Il tutto ambientato a Parigi, tranne la breve introduzione sulle piste alpine innevate.
Classico prodotto dell’epoca dal quale non ci si aspetta altro che un paio d’ore di piacevole svago e che non lascia assolutamente delusi gli spettatori.
IMDb 8,0 RT 92% Nomination Oscar per la musica

Ottimo teatro (Lorca) in un buon film

 
391 * “La casa de Bernarda Alba” (Mario Camus, Spa, 1987) * con Irene Gutiérrez Caba, Ana Belén, Florinda Chico
Tratto dall’omonimo dramma di Federico García Lorca, questo film è una ottima trasposizione cinematografica che ha il pregio/difetto di rimanere molto teatrale. Pregio in quanto rispetta i tempi del palcoscenico e si avvale di solide interpretazioni evidenziate dai tanti primi piani (che ovviamente si perdono al teatro). Difetto, molto relativo, è quello di restare chiuso fra le mura domestiche, seppur in una caratteristica enorme casa a due piani con patio centrale, con effetto quasi claustrofobico, ma d’altro canto è proprio quello l’ambiente scelto da Lorca per quest’opera.
Inizia con il funerale del secondo marito della dispotica Bernarda la quale, come conseguenza, stabilisce che le 5 figlie dovranno osservare i canonici 8 anni di lutto restando in casa tranne la maggiore, figlia di primo letto, prossima alle nozze. Il dramma si sviluppa quindi tutto nella “casa” del titolo dove, oltre alle sei suddette donne, vivono la quasi demente madre di Bernarda e due domestiche, la più anziana delle quali (Poncia, nome che allude a Ponzio Pilato) conta vari decenni di servizio in quella casa ed è di volta di volta consigliera, critica, spia, coscienza o alleata della “tiranna”. In poco meno di due ore si scoprono collaborazioni, invidie, gelosie e i caratteri delle donne alcune delle quali sono “bollate” dai significativi nomi attribuiti loro da Lorca (p.e. Martirio, Angustias, Magdalena, Prudencia, ...).
Camus svolge un buon lavoro alla pari delle attrici (non ci sono uomini nel cast), ma gran merito deve essere attribuito senza dubbio alla penna di Federico García Lorca ... e in quanto a questo non scopriamo niente di nuovo.
IMDb 6,8

 

392 * “Sabrina” (Billy Wilder, USA, 1954) * con Humphrey Bogart, Audrey Hepburn, William Holden
Dopo “Charade”, ecco un’altra commedia ancor più classica e di qualche anno precedente, affidata alla direzione del maestro del genere Billy Wilder.
Cast d’eccezione, tuttavia sprecato per questa trama veramente molto poco consistente.
Prodotto estremamente datato, ma non dobbiamo dimenticare che sono passati appena 9 anni dalla fine della guerra, siamo in pieno boom, all’inseguimento del sogno americano ... o della luna come dicono più volte i prtagonisti.
IMDb 7,7 RT 100%

Oscar costumi più 5 Nomination
 

393 * “Bananas” (Woody Allen, USA, 1971) tit. it. “Il dittatore dello stato libero di Bananas” * con Woody Allen, Louise Lasser, Carlos Montalbán
Terzo film di Allen dopo l'esordio con il quasi dimenticato “What's Up, Tiger Lily?” e “Prendi i soldi e scappa” che lo portò al successo.
Non è certo fra i suoi migliori film e, rivisto a distanza di decenni, mi è sembrato ancora più scadente di quanto ricordassi.
Si tratta di un guazzabuglio di battute non troppo divertenti, esibizione della sua logorrea e della sua ossessione per il sesso, ammiccamenti ai fratelli Marx (di tutt’altro livello), note battute da caserma (p.e. succhiare il sangue dalla ferita del morso di serpente), pessima scene nelle quali cose e persone cambiano di posto, gli immancabili riferimenti agli ebrei, praticamente non si è fatto mancare niente riuscendo a inserire anche la carrozzina della “Corazzata Potyomkin”.
Ovviamente non è tutto da buttare e ci sono varie idee meritevoli a cominciare dalla sequenza iniziale.
Curiosità: uno dei due delinquenti della metropolitana è Sylvester Stallone (uncredited), non dice una parola ma resta relativamente a lungo in scena.
IMDb 7,1 RT 88%

 

394 * “Assassin's Creed” (Justin Kurzel, UF/Fra, 2016) * con Michael Fassbender, Marion Cotillard, Ariane Labed Jeremy Irons
Certe volte non capisco proprio i giudizi dei “critici”. Dopo aver visto le “americanate” fantasy di quest’anno (niente di notevole) sono andato a guardare anche “Assassin's Creed” che ha un ridicolo 20% di recensioni positive raccolte da RottenTomatoes rispetto ai suoi “concorrenti” con oltre 80% e appena un 7,0 su IMDb contro i tanti 8 e oltre degli altri. Qual è il problema? Sono stati impiegati troppi umani? Non ci sono abbastanza CGI? Forse disturbano i set troppo realistici? O è solo gelosia nei confronti di una produzione a maggioranza europea e con un cast senza nessun americano? Si trovano spiazzati per non sapere dove e quando è ambientata la storia?
Preciso che non conosco il gioco (nessun videogioco ... sono rimasto ai giochi di strada e ai flipper elettromeccanici) e quindi non farò paragoni e riferimenti ad esso, eppure, con un minimo di cultura alle spalle il film è comprensibilissimo anche perché le posizioni e gli obiettivi dei due “schieramenti” (Templari e Assassins, sta a voi scegliere chi sono ii buoni e chi i cattivi ...) vengono chiariti all’inizio del film e sono filosoficamente interessanti. Come dicevo, aiuta sapere qualcosa della presenza dei Mori in Spagna, del Califfato di Granada, dell’Ordine dei Templari e del terribile Gran Inquisitore Tomás de Torquemada.
Ci sono i soliti, tanti, troppi scontri, combattimenti ed inseguimenti, ma almeno in questo film beneficiano di bei costumi e splendide scenografie solo parzialmente ricostruite. A questo proposito sappiate che per la maggior parte è stato girato a Malta e tutti gli altri esterni in Andalusia fra le province di Sevilla e Almeria. In quest’ultima si trova l’affascinante Desierto de Tabernas dove ha luogo l’inseguimento con carri e cavalli e dove qualche decina di anni fa si giravano quasi tutti i western europei (qualcuno parla di oltre 500) fra i quali anche “Il buono, il brutto, il cattivo” (Sergio Leone, 1966).
Fassbender si dimostra all’altezza della sua fama avendo un ruolo principale ed intenso, mentre gli altri pur bravi coprotagonisti (Irons, Cotillard, Labed, Rampling, Gleeson) si devono limitare a svolgere semplicemente bene il loro compito non avendo spazio né possibilità di fare di più.
Tornando agli interrogativi iniziali, penso sia interessante sapere che Fassbender e Ariane Labed sono stati sostituiti da controfigure in meno del 20% delle scene d'azione e dei combattimenti, che si è fatto uso intensivo di riprese da droni ma pochissimi CGI e che nel film è stato anche stabilito il record di caduta libera da parte di uno stuntman (35m), tutto ciò perché la volontà di tutti era quella di ottenere un prodotto quanto più reale possibile. Addirittura, per conferire ancora maggior credibilità, nella versione originale tutta la parte che si svolge nel 1492 è recitata in spagnolo e quella moderna in inglese,
Qualcuno si è chiesto come mai un attore del livello di Fassbender sia finito in un film come questo e vari hanno banalmente risposto “Per soldi”. Eppure non è così in quanto l’attore tedesco ha creduto fin dall’inizio in “Assassin's Creed”, è stato lui a volere Justin Kurzel come regista e Marion Cotillard come coprotagonista (aveva lavorato con entrambi in “Macbeth” l’anno scorso), è intervenuto sulla sceneggiatura ed è co-produttore ... quindi i soldi li ha spesi e non presi (almeno per ora ...).
In conclusione, nonostante le preoccupazioni sorte dai rating bassi, confermo che mi è piaciuto più o meno quanto “Doctor Strange”, probabilmente più di “Rogue One” e certamente di “Fantastic Beasts”... peccato per il finale, certo non all’altezza del resto.
Todo es una ilusión, nada es verdad, todo está permitido
IMDb 7,0 RT 20%

 

395 * “Dogville” (Lars von Trier, Dan, 2003) * con Nicole Kidman, Paul Bettany, Lauren Bacall, Ben Gazzara, James Caan
Interessante non-film, ottima messa in scena teatrale
Dopo aver letto pareri molto contrastanti in merito a questo film del quale sapevo molto poco, mi sono deciso a guardarlo ed il mio giudizio complessivo è sintetizzato nella riga di apertura.
L’idea di far svolgere tutta l’azione in un minuscolo villaggio con case praticamente senza pareti e la cima del campanile sospesa in aria, visioni d’insieme dall’alto e con ulteriori dettagli disegnati al suolo a mo’ di mappa è senz’altro geniale e ben realizzata. Il cast è ottimo è ognuno interpreta più che bene il suo ruolo. Quello che secondo me manca per farlo diventare un vero film è la descrizione degli ambienti che può (e dovrebbe) dire tanto, in particolare per ciò che riguarda gli interni; è come un libro composto quasi esclusivamente da dialoghi senza alcuna descrizione di stanze, pareti, oggetti, edifici.
Pur dovendo riconoscere che Lars von Trier realizza bene il suo solito lavoro con la cinepresa a spalla nello stile minimalista che è alla base del suo “dogma”, trovo che tutto ciò sia complessivamente limitante. Nel corso di oltre 30 anni di carriera le sue idee ed i suoi lavori sono stati analizzati, sezionati, esaltati e molto criticati e quindi rimando chi fosse interessato ad approfondire la conoscenza con il controverso regista danese alla lettura di pagine scritte (presumibilmente) da persone più preparate di me, che hanno visto la quasi totalità delle sue opere (io solo 3).
Curiosità: alla fine del film la protagonista del film Grace/Nicole Kidman viene accusata di essere “arrogante” per comportarsi in modo troppo accondiscendente, subendo qualunque angheria da parte di altri e perdonandoli. In una simile interpretazione dell’arroganza diversa da quella alla quale siamo abituati (“trattare gli altri con insolente asprezza e con presunzione”, Treccani), mi ero imbattuto proprio pochi giorni fa guardando l’ultimo film di Tarkovsky (“Offret”, 1986,
tit.it. “Sacrificio”). Ho pensato ad una citazione ma, effettuata una rapida ricerca, ho scoperto che è una visione filosofico-religiosa che vede il perdono come una dimostrazione di grande superiorità e quindi è pura arroganza.
Von Trier ha affermato di essere riuscito a scrivere la sceneggiatura di Dogville in soli 12 giorni, sotto l’effetto di alcool e droga, mentre in stato normale ha avuto bisogno di un anno e mezzo per “Nymphomaniac”.
IMDb 8,1 RT 70%

 

396 * “Lemon Tree” (Eran Riklis, Isr, 2008) tit. it. “Il giardino di limoni” * con Hiam Abbass, Rona Lipaz-Michael, Ali Suliman
Ci tengo a premettere che concomitanza della visione di questo film e della risoluzione ONU relativa ai nuovi insediamenti israeliani è un puro caso avendo preso in prestito il dvd giovedì scorso dopo una lunga permanenza nella mia lista d’attesa. In ogni caso non sarei entrato nell’argomento politico e quindi procedo a parlare direttamente della pellicola.
Come spesso accade, e l’ho già sottolineato varie volte, ci sono dei film che hanno una certa risonanza e talvolta ricevono anche premi importanti solo per aver toccato un tema scottante, ma di artistico o tecnicamente valido hanno poco o niente. Questo è uno di quei casi, con una storia molto edulcorata nella sua drammaticità, pochi dialoghi e tanti silenzi, e quando qualcuno parla la sceneggiatura non l’aiuta di certo.
Presenta spesso situazioni difficili di vario tipo, ma non mostra mai come si risolvono fornendo solo il risultato finale. Per evitare spoiler mi limito a citare i vari scavalcamenti (oggettivamente non semplicissimi) in un verso e nell’altro della recinzione del limoneto, da parte delle due donne, non certo atletiche ragazze, mentre il soldato di guardia sulla torretta (sempre lo stesso) studia con le cuffie sulle orecchie e guardie del corpo e dei servizi segreti dormono. Non si vede come si superano i posti di blocco e meraviglia un tribunale supremo praticamente deserto e senza sicurezza. Anche gli attori sono poco convincenti, forse si salva qualche figura di contorno. Completano il quadro personaggi poco realistici e abbastanza mal interpretati e rapporti personali molto poco credibili.
Eran Riklis è stato ben attento a trattarel’argomento evitando accuratamente di prendere apertamente posizioni che avrebbero poi probabilmente impedito la circolazione del film. Per non scontentare nessuno i palestinesi sono quasi tutti “perfettini” e gli israeliani che vogliono radere al suolo il limoneto non sono così cattivi e di conseguenza la conclusione non poteva essere che “salomonica” considerato dove si svolge l’azione.
Sono rimasto molto deluso ...
IMDb 7,4 RT 95%

 

397 * “The Matrix” (Wachowski Bros, USA, 1999) * con Keanu Reeves, Laurence Fishburne, Carrie-Anne Moss, Hugo Weaving
Dopo il disappunto di ieri per “Etz Lemon”, ho deciso di andare sul sicuro per i prossimi film per concludere bene l’anno e raggiungere i 400 film visti senza ulteriori delusioni.
Così ho cominciato con “The Matrix” che avevo visto solo una volta, poco dopo l’uscita. Certamente adesso gli effetti speciali colpiscono di meno visto che sono diventati quasi di norma e non solo nei filmi di fantascienza, ma nel 1999 lasciarono tutti a bocca aperta. Le “reincarnazioni” degli agenti sono tutt’oggi notevoli e la loro voce (quella originale) quasi meccanica, che scandisce le parole rimane impressa, in particolare quella dell’’implacabile e indistruttibile “agente Smith” (Hugo Weaving).
La storia non è di quelle proprio banali, i salti fra realtà virtuale e realtà effettiva (ma siamo sicuri che sia proprio così?) sono ben congegnati, gli immancabili inseguimenti (che non sopporto tanto) in questo caso almeno sono ben realizzati con ritmo incalzante e tante “apparizioni” degli agenti nei luoghi e momenti più impensati.
Con tutto che nel 2016 “The Matrix” a qualcuno può apparire datato, mi sento di affermare che regge benissimo il confronto con molti dei prodotti moderni realizzati con tecnologie estremamente più avanzate.
4 Oscar (montaggio, sonoro, effetti speciali, editing effetti sonori)
al 18° posto fra i migliori film di sempre (classifica IMDb)
IMDb 8,7 RT 87

 

398 * “Driving Miss Daisy” (Bruce Beresford, USA, 1989) tit. it. “A spasso con Daisy” * con Morgan Freeman, Jessica Tandy, Dan Aykroyd
Un altro dei film che mi ero perso durante il mio periodo di quasi stasi cinefila ... buono, ma con qualche riserva.
Niente da eccepire sui due protagonisti (probabilmente anche Morgan Freeman avrebbe ottenuto l’Oscar se non avesse trovato sulla sua strada Daniel Day-Lewis) e sulla sceneggiatura ma trovo che Dan Aykroyd è più o meno improponibile come attore e deve la sua notorietà solo al fatto di essere apparso in ottime commedie con grandi co-protagonisti.
Sarò noioso, ma anche questo è uno di quei film da guardare con l’audio originale. Considerato l’ambiente e l’accostamento di due classi sociali oltretutto di origini ben distinte, sono fondamentali non solo i dialoghi e quindi il vocabolario, ma anche il contrasto fra gli accenti completamente diversi (non ho idea di come li abbiano potuti rendere nei doppiaggi).
Forse le vicende dello spigoloso rapporto fra Miss Daisy ed il suo autista Hoke copre un lasso di tempo troppo esteso, creando qualche problema non solo ai truccatori anche alla storia stessa e agli spettatori che non colgono gli indizi dei cambi di epoca.
In conclusione, reputo “Driving Miss Daisy” un ben realizzato, ma un po’ sopravvalutato.
Per inciso, l’Oscar ottenuto come miglior film nel 1990 resta nell’opinione generale (critici e pubblico) come uno dei più immeritati della storia degli Awards.
4 Oscar (miglior film, attrice protagonista, sceneggiatura, trucco) più 5 Nomination (Freeman, Aykroyd, costumi, scenografia e montaggio)
IMDb 7,4 RT 100%

 

399 * “The Bridges of Madison County” (Clint Eastwood, USA, 1995) tit. it. “I ponti di Madison County” * con Meryl Streep, Clint Eastwood, Annie Corley
Un film a due ... in effetti ci sono varie apparizioni più o meno fugaci di altri personaggi ma non aggiungono molto alla qualità del film, in particolare Victor Slezak (nei panni del figlio di Francesca / Streep) è veramente indecente.
Per fortuna ci sono i nostri Meryl e Clint, che di mestiere ne hanno in abbondanza, i quali si caricano sulle spalle il non facile compito di tenere viva l’attenzione degli spettatori in un film apparentemente privo di eventi. Nella sceneggiatura questi sono infatti abilmente soppiantati da riflessioni, sguardi, racconti e talvolta scontri verbali.
Chi volesse guardare al di là della semplice e breve avventura romantica, potrà farlo molto facilmente prestando attenzione ai dialoghi nei quali ci sono tanti spunti per infinite e serie discussioni esistenziali-filosofiche (che in quanto tali non potranno mai giungere ad un punto fermo) sulle proprie radici, famiglia, volersi sentire indispensabile più che amato dal partner, viaggiare o fermarsi, realizzarsi tramite il proprio lavoro o occupandosi dei figli, e tanto altro.
Giusta Nomination Oscar per Meryl Streep, forse anche Eastwood avrebbe meritato qualcosa ...
IMDb 7,5 RT 95%

 

400 * “Jules et Jim” (François Truffaut, Fra, 1962) * con Jeanne Moreau, Oskar Werner, Henri Serre
Per celebrare degnamente la mia 400^ visione del 2016 ho scelto il terzo film di Truffaut, dopo il suo famoso esordio con “I 400 colpi” e il meno conosciuto “Tirate sul pianista”, ma fra i due non si deve dimenticare la sua collaborazione alla sceneggiatura di “À bout de souffle” (Fino all’ultimo respiro, Godard, 1960), altra pietra miliare della Nouvelle Vague.
La storia si sviluppa nell’arco di una ventina d’anni e descrive l’evoluzione e i radicali cambiamenti dei rapporti sentimentali fra Jules, Jim e Catherine (Jeanne Moreau) che tuttavia non intaccano la radicata amicizia.
Con un ritmo incalzante, con continui cambiamenti dei punti di ripresa, con il solito minimalismo classico del genere, si passa da Parigi alla campagna e di nuovo in città per poi finire in un vecchio mulino. Oltre la piccola Sabine, il cast include anche altri tre personaggi (Thérèse, Gilberte e Albert) che appaiono relativamente poco ma sono fondamentali nelle relazioni all’interno del triangolo.
Pregevole la fotografia in bianco e nero.
Volendo muovere una critica (del tutto personale) trovo che Truffaut abbia esagerato nell’utilizzo della voce fuori campo, a volte necessaria ma in molti altri casi i contenuti potevano essere mostrati con poche scene (in particolare da uno come lui) lasciando il film di una lunghezza assolutamente nella norma (così com’è dura 1h44’).
Visione indispensabile per chi voglia avere un quadro dell’evoluzione dell’arte cinematografica.
IMDb 7,9 RT 100%

 

401 * “Hell or High Water” (David Mackenzie, USA, 2016) * con Ben Foster, Chris Pine, Jeff Bridges, Gil Birmingham
Dello scozzese Mackenzie un paio di anni fa avevo visto “Perfect Sense”, originale film con un buon soggetto purtroppo molto mal-trattato ma la regia non era male. Attratto dalle recensioni e dalla presenza di Jeff Bridges (attore ampiamente sottovalutato) sono andato a guardare “Hell or High Water” e non me ne sono assolutamente pentito, al contrario l’ho trovato uno dei più soddisfacenti film visti in sala di recente. Non per niente ha tre Nomination pei i Golden Globes, oltre ad aver già vinto 28 premi ed avere oltre 100 nominations parte delle quali potrebbero trasformarsi in vittorie. Il sito Indiwire lo inserisce fra i film che probabilmente saranno in lizza per aggiudicarsi l’Oscar 2017. Riuscirà questo film quasi indipendente a far breccia fra le grandi produzioni e i superfavoriti?
C’è chi lo ha definito un western moderno, chi un crime-thriller e chi lo ha accostato a “Non è un paese per vecchi”, ma io penso che è un film a sé e che non lo può né deve inserire a forza in un genere specifico.
Entra subito nel vivo dell’azione, senza inutile preamboli, e termina al punto giusto al contrario di tanti film che si “autodistruggono” negli ultimi due o tre minuti con finali pressoché assurdi. A tratti a qualcuno potrà sembrare quasi una commedia, ma la quasi totalità di personaggi che interagiscono con i fratelli Howard e con i due Rangers sono assolutamente credibili. I dialoghi sono “taglienti”, a volte quasi cattivi, ma purtroppo abbastanza veritieri. Ottimo anche il dialogo-sfida-duello finale.
Qualche pecca fra inseguimenti e sparatorie senz’altro c’è ma non rovina certamente il film e quale pur grande western o poliziesco non ci mostrato tiratori infallibili e/o protagonisti che passano fra raffiche di mitraglia senza un graffio?
La fotografia non è memorabile, ma gli scenari e il fascino dei paesaggi sconfinati sopperiscono ampiamente.
Curiosità-precisazione: il nome originale della sceneggiatura (già pronta dal 2012) era Comancheria e questo titolo è stato usato durante la lavorazione e così è uscito sia in Spagna che in Francia. Ho letto qualche interpretazione fantasiosa del termine, ma forse può interessare sapere che quello era in nome del vasto territorio dei Comanches a cavallo fra il Texas settentrionale e la metà occidentale dell’ Oklahoma, con estensioni in Kansas, Colorado e New Mexico (vedi mappa fra le foto). Proprio in quest’area è ambientato tutto il film, con tutte le rapine in Texas e il “riciclaggio” del danaro in Oklahoma, proprio nei casinò gestiti dai “pellerossa” (ma questa è un’altra lunghissima storia). “Hell or High Water” è invece un modo di dire che significa “accada quel che accada” “ad ogni costo” o, quasi letteralmente, “che si scateni l’inferno o con un’inondazione ... farò ..., devi venire ..., andremo ...”.
Inoltre, i riferimenti ai Comanche sono numerosi e di solito “politicamente scorretti” visto che il Ranger Jeff Bridges ne dice di cotte e di crude al suo secondo nelle cui vene scorre sangue Comanche misto a messicano (e quest’altra discendenza non lo aiuta di certo, se non a ricevere ulteriori insulti, seppur in tono parzialmente bonario).
Infine nel casinò Tanner, giocando a poker, ha un diverbio-quasi-scontro con tale Bear che gli dice: “Sono un Comanche. Sai che significa? Significa 'Nemico di tutti'.” e Tanner risponde “Sai cosa? questo fa di me un Comanche.”
Presentato a Roma, da novembre è anche disponibile in Internet ma sembra che non sia uscito nelle sale italiane.
Direi che “Hell or High Water” dovrebbe essere ai primi posti nelle vostre liste di film da andare a vedere in sala (se uscisse) o da guardare dalla rete in mancanza di meglio, ma sono sicuro che se otterrà la Nomination come migliore film - o Jeff Bridges come non protagonista o Taylor Sheridan (già apprezzato per “Sicario”) per la sceneggiatura - lo troverete ben presto al cinema.
Suggerirei di non perderlo!
IMDb 7,8 RT 98%

 

402 * “Yanco” (Servando González, Mex, 1961) * con Ricardo Ancona, Jesús Medina, María Bustamante
Esperimento estremamente interessante ... da studiare
Il giovane protagonista Juanito è molto sensibile ai suoni, ma quasi allergico ai rumori. Così si potrebbe riassumere il tema centrale del primo lungometraggio del regista Servando González del quale parlai un paio di mesi fa per "The Fool Killer" (con Anthony Perkins, 1965)
https://plus.google.com/+GiovanniVisetti1/posts/HSyVPgq9Mxu
Semisconosciuto all’estero, ma ben noto in patria in quanto fu incaricato di riprendere gli scontri fra studenti e polizia a Città del Messico poco prima delle Olimpiadi del 1968 e già direttore dei laboratori degli Estudios Churubusco (quasi un monopolio all’epoca), scrisse la sceneggiatura e diresse il quasi sperimentale "Yanco". Con un budget di soli 35.000 Pesos e montando anche negativi inutilizzati di altri film, girò il film nel piccolo pueblo di San Andrés Mixquic alla periferia di Cd de Mexico, nei pressi di Xochimilco, oggi attrazione turistica essendo l’unica area dove ancora sopravvivono sorgenti e canali navigabili che una volta circondavano Tenochtitlán, capitale dell'impero azteco.
Tornando al film, questo colpisce sia per il contenuto ingenuo, toccante e poetico, quasi una favola di grande sensibilità, sia per essere sonoro e tuttavia quasi muto ... le parole sono pochissime, per lo più in nahuatl (il principale idioma degli indigeni messicani) e quindi incomprensibili e oltretutto non dirette al protagonista Juanito il quale, nel corso dell’intero film, proferisce la sua unica battuta (una sola parola) dopo quasi un'ora.
Film costruito con mano sapiente, lascia intendere volutamente cose non reali sviando ad arte lo spettatore, comunica attraverso dettagli e soprattutto con la fondamentale colonna sonora composta da musica, rumori, versi di animali e suoni della natura.
Film delicato, girato con attori non professionisti, un vero esercizio di stile che un paio di mesi fa è stato riproposto dalla Cineteca Nacional in occasione dell’ottavo anniversario della morte di Servando González con la presenza di Ricardo Ancona, il ragazzino che 55 anni fa fu protagonista di "Yanco”.
Nell'occasione è stato ricordato che all’uscita restò 22 settimane di fila in sala, rappresentò con successo il Messico in molti festival internazionali ottenendo 27 premi, segnò il debutto cinematografico del direttore di fotografia Alex Philips Jr. (che poi si trasferì in USA e lavorò con registi del calibro di Sam Peckinpah - Voglio la testa di Garcia, 1974) ed infine è stato acquisito nella collezione del Museo Guggenheim di New York.
Il film è disponibile in rete a bassa definizione e in versione originale, ma in questo caso, come già sottolineato, le parole non contano ...
Suggerisco di leggere anche le uniche 5 recensioni presenti su IMDb, tutte concordemente ottime come è facile intendere, visti i titoli:
* An artistic marvel from Mexico
* A Film to be Remembered
* Gorgeous magical film!
* Yanco! How great thou art IMDb!
* Hard to believe it's a children's film!
IMDb 7,4

 

403 * “You Only Live Once” (Fritz Lang, USA, 1937) tit. it. “Sono innocente” * con Henry Fonda, Sylvia Sidney, Barton MacLane
Non è certo fra i migliori film di Lang, ma al regista austriaco si devono concedere varie scusanti.
“Sono innocente” ( letteralmente doveva essere “Si vive solo una volta”, nel 1967 parafrasato in un titolo della serie di James Bond) fu il suo secondo film hollywoodiano e lui non si era ancora adattato allo stile americano, né ai metodi, né ai tempi di lavorazione il che non è poca cosa. Ma c'è di più, Lang non aveva tenuto conto della "censura" della PCA (Production Code Administration) che aveva regole molto limitanti per uno come lui che si trovava a suo agio in storie ambientate fra criminali di vario tipo e livello, poliziotti e fuggiaschi sia nel periodo europeo (Mabuse, Metropolis, M) nel quale si espresse al meglio in particolare nei muti, sia nel periodo americano con i tanti noir (Scarlet Street, The Big Heat, The Blue Gardenia, Hangmen Also Die, Beyond a Reasonable Doubt, giusto per citarne alcuni).
“You Only Live Once” presentato da Lang alla PCA aveva durata di 100 minuti, però dopo i pesanti tagli agli spettatori fu propinata una versione di soli 82 minuti in quanto il film non poteva includere:
- primi piani di persone agonizzanti
- donne giacenti su un marciapiede
- poliziotti in evidente pena giacenti per strada
- veicoli che investono poliziotti
- terribili grida di dolore
- cadaveri sparsi in giro
Capirete bene che se in un film poliziesco drammatico (seppur con risvolti sentimentali) si impedisce al regista di descrivere rapine, uccisioni, sparatorie e inseguimenti come lui le aveva ideate il risultato non può che essere scadente.
Penso che a questo punto sia chiaro che questo film è un po' insipido, senza vigore, privo di suspense e di pathos, nonostante la presenza, e la buona interpretazione, di due ottimi attori come Henry Fonda e Sylvia Sidney.
IMDb 7,4 RT 100%

Per informazioni generiche, tecniche e recensioni  dei film consiglio di consultare i seguenti siti:

IMDb (Internet Movie Database) : il più completo, la Bibbia del Cinema, con archivio di 3.5mln di titoli e quasi 7mln di nomi (in inglese)

Rotten Tomatoes : meno dati di IMDb, raccoglie soprattutto recensioni in rete, quindi carente su film datati (in inglese, con numerose recensioni in spagnolo)

Film Affinity/es : trovo che sia il più completo per quanto riguarda film spagnoli e dell'AmericaLatina (in spagnolo)

Allo Ciné : sopratutto cinema francese, ma non solo (in francese)

 Upperstall.com  : specializzato in cinema indiano. uno dei più frequentati al mondo fra i siti che si occupano di cinema  (in inglese)

per ricevere o fornire informazioni cinematograiche potete scrivermi a giovis@giovis.com

     

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