POST CINEMATOGRAFICI

indice completo dei  1300 film 2016 - 2018

lista film (pdf)  2015   2014   2012-13

2016

1 - 50

51 - 100

101 - 150

151 - 200

201 - 250

251 - 300

301 - 350

351 - 403

 

2017

1 - 50

51 - 100

101 - 150

151 - 200

201 - 259

260 - 299

300 - 349

350 - 399

400 - 443

2018

1 - 50

51 - 100

101 - 150

151 - 200

201 - 250

251 - 300

301 - 350

351 - 400

401 - 454

2019

1 - 50

51 - 100

       

micro-recensioni dei film del 2017, dal 200° al 151°


leggi tutte le 50 micro-recensioni (in basso, dopo i poster)

Alfred Hitchcok, USA, 1946

Blake Edwards, USA, 1959

Larry Bishop, USA, 1996

Karl T. Dreyer, Dan, 1964

Richard Fleischer, USA, 1970

Henry Hathaway, USA, 1951

Roy Ward Baker, UK, 1961

Todd Haynes, USA, 2002

Stanley Kubrick, USA, 1980

Stanley Kubrick, USA, 1971

Stanley Kubrick, USA, 1964

Florestano Vancini, Ita, 1973

Florestano Vancini, Ita, 1972

Tito Davison, Mex, 1956

Tito Davison, Mex, 1949

Stanley Kramer, USA, 1957

Elio Petri, Ita, 1967

Federico Fellini, Ita, 1969

Federico Fellini, Ita, 1963

Federico Fellini, Ita, 1960

Vittorio De Sica, Ita, 1951

Federico Fellini, Ita, 1955

Aa.vv., USA, 1979-2015

Pier Paolo Pasolini, Ita, 1970

Pier Paolo Pasolini, Ita, 1969

Pier Paolo Pasolini, Ita, 1967

Pier Paolo Pasolini, Ita, 1964

Pier Paolo Pasolini, Ita, 1962

Pier Paolo Pasolini, Ita, 1961

Mani Rathnam, India, 1987

Sidney Lumet, USA, 1957

Alan J. Pakula, USA, 1982

Don Siegel, USA, 1976

Rob Marshall, USA, 2005

James Ivory, UK, 1992

Anthony Harvey, UK, 1968

Frank Borzage, USA, 1932

Howard Hawks, USA, 1952

registi vv., Spa-Fra-Ita, 1962

Pedro Almodóvar, Spa, 1993

Pedro Almodóvar, Spa, 1987

Bennet Miller, USA, 2014

Satyajit Ray, India, 1962

Emilio Fernández, Mex, 1963

Chadi Abdel Salam, Egy, 1969

Youssef Chahine, Egy, 1997

Youssef Chahine, Egy, 1958

Gillo Pontecorvo, Ita, 1958

Youssef Chahine, Egy, 1958

Clint Eastwood, USA, 1997

200 * “Notorious” (Alfred Hitchcock, USA, 1946) tit. it. “L'amante perduta” * con Cary Grant, Ingrid Bergman, Claude Rains
Come mio 200° film del 2017 non ho voluto rischiare delusioni e sono andato sul sicuro scegliendo questo gran bel film di Hitchcock, uno dei suoi più famosi e senz’altro fra i migliori. In particolare l’ultima mezz’ora è senza dubbio sensazionale con il ricevimento, la grande suspense delle bottiglie di champagne che diminuiscono rapidamente e poi le scene della chiave - cantina - bacio, le pericolose conseguenze e l’idea geniale del finale. Tuttavia, pur apprezzandola, quest’ultima mi sembra sia stata un po’ bistrattata da Hitchcock, che si dilunga nella parte in camera e si affretta per le scale e all’uscita (a buon intenditor, poche parole). Forse quello che mancava per la perfezione.
Ottimo trio di protagonisti al quale si affianca Leopoldine Konstantin (volto pressoché sconosciuto sullo schermo, ma già stimata attrice teatrale) nei panni della terribile Mme. Sebastian.
Un film che ho ri-guardato con piacere dopo vari anni, cosa che consiglio di fare a chiunque, dando per assodato che tutti lo abbiano visto almeno una volta.
IMDb 8,0 RT 97% * Nomination Oscar per Claude Rains (non protagonista) e per la sceneggiatura.

 

199 * “Operation petticoat” (Blake Edwards, USA, 1959) tit. it. “Operazione sottoveste” * con Cary Grant, Tony Curtis, Joan O'Brien
Prima del sottomarino giallo (Yellow Submarine) dei Beatles c’era il sottomarino rosa di Blake Edwards ...
Una delle tante famose classiche commedie americane per tutti degli anni ‘50-’60, con una coppia di protagonisti d’eccezione Cary Grant - Tony Curtis.
Nel suo genere più che buona, insolita e abbastanza divertente.
Una buona scelta per passare quasi un paio d’ore in modo spensierato.
IMDb 7,3 RT 84%

 

198 * “Mad Dog Time” (aka “Trigger Happy”) (Larry Bishop, USA, 1996) tit. it. “Il tempo dei cani pazzi” * con Ellen Barkin, Gabriel Byrne, Richard Dreyfuss
Questo è uno di quei film che mi sono ritrovato fra le mani acquistando in blocco e, pur non promettendo niente di buono, mi sono immolato egualmente e l’ho guardato. Se lo si vede come una “goliardata” realizzata fra amici, riesce anche a strappare qualche sorriso, altrimenti è veramente da dimenticare.
Sceneggiatura inconsistente e dialoghi di bassissimo livello, recitazione scarsa, scene ripetitive. Si salva la bella musica da night anni ’50 e qualche rara trovata originale. Solo Richard Dreyfuss riesce in parte a “galleggiare”, Ellen Barkin e Gabriel Byrne rimangono vittime dei loro personaggi, al loro lato vari ruderi semi-imbalsamati come Burt Reynolds, Henry Silva e Paul Anka (!), oltre ad attori più giovani di loro che hanno partecipato ad un paio di film noti per poi quasi scomparire dalla scena come Gregory Hines, Michael J. Pollard, Kyle MacLachlan e includerei anche Jeff Goldblum, incredibilmente pessimo in questo film.
Da evitare.
IMDb 5,5 RT 17%

 

197 * “Gertrud” (Carl Theodor Dreyer, Dan, 1964) * con Nina Pens Rode, Bendt Rothe, Ebbe Rode
Ultimo film di Dreyer, all’epoca 75enne, non certo fra i vari memorabili del grande regista danese.
Si parla soprattutto e tanto di amore, idealizzato da tutti i protagonisti, eppure i rapporti di Gertrud con i suoi uomini appaiono tutti fallimentari.
Troppe scene sono del tutto teatrali, statiche e con entrambe i soggetti di fronte alla macchina da presa, raramente si guardano negli occhi (vedi foto). Un film che si potrebbe quasi solo ascoltare e, come se ciò non bastasse, Dreyer ha aggiunto anche vari e relativamente lunghi cartelli esplicativi, con pensieri pressoché "filosofici".
Nel complesso un film fra il triste e il deprimente, con una donna insoddisfatta del suo passato e presente e che continua a illudersi di aver trovato il “grande amore”.
A mio modesto parere, niente a che vedere con i film precedenti, non che fossero brillanti o allegri, ma certo erano molto più Cinema che Teatro e gli attori di tutt'altro livello, così come la fotografia.
Comunque, questo “flop” di Dreyer non cambia di una virgola la mia opinione su lui. Continuo a giudicarlo il miglior regista scandinavo e certo “Gertrud” non mi fa dimenticare “Prästänkan” (1920), “La passion de Jeanne d'Arc” (1928), “Vampyr” (1932), “Dies Irae” (1943), “Ordet“ (1955).
Cominciate a guardare i suddetti film e poi, se proprio volete, guardate anche questo.
IMDb 7,6 RT 79%

 

196 * “Tora! Tora! Tora!” (Richard Fleischer, USA, 1970) * con Martin Balsam, Sô Yamamura, Jason Robards
Dopo "Rommel" ho scelto un altro famoso film relativo alla stessa guerra, che però non è incentrato su un uomo, ma su un evento fondamentale per lo sviluppo del conflitto: l'attacco a Pearl Harbour. I primi tre quarti della storia mostrano tanti personaggi, politici, diplomatici, alti gradi militari e finanche la bassa forza, connessi con la vicenda, sia fra i giapponesi che fra gli americani. Questa parte è senz'altro interessante, coinvolgente e a tratti affascinante, con un crescendo di ipotesi, timori e preoccupazioni, fra le quali si inseriscono, con conseguenze vitali, interpretazioni di messaggi cifrati e marchiane sottovalutazioni.
Purtroppo, l'ultima mezz'ora (il bombardamento vero e proprio e immediate conseguenze) è reso abbastanza male, con tante scene inutili, ripetitive e, soprattutto, poco credibili.
IMDb 7,5 RT 57%

 

195 * “The Desert Fox: The Story of Rommel” (Henry Hathaway, USA, 1951) tit. it. “Rommel, la volpe del deserto” * con James Mason, Cedric Hardwicke, Jessica Tandy
Interessante, seppur sommaria, ricostruzione del ruolo di Rommel nella II Guerra Mondiale, ed è singolare la sua rivalutazione ad opera degli americani appena 6 anni dopo la fine del conflitto.
Un buon James Mason interpreta "la Volpe del deserto".
Avvincente per chi si interessa di storia moderna e ce sa di cosa si parli, evitabile per tutti gli altri avendo uno stile quasi documentaristico.
IMDb 7,0 RT 71%

 

194 * “The Singer Not the Song” (Roy Ward Baker, UK, 1961) tit. it. “Il coraggio e la sfida” * con Dirk Bogarde, John Mills, Mylène Demongeot
Questa produzione inglese viene spacciata per un western ambientato in Messico in un’epoca moderna molto vaga (fra i primi anni ’40 e fine anni ’50). Se l’americano è plausibile in quelli di oltreoceano, il forte accento inglese stride in questo film come non mai e gli conferisce un senso di irrealtà, “condito” dalla presenza della “bianchissima” e bionda giovincella protagonista (la francese Mylène Demongeot, all’epoca quasi un sex symbol) che veste come un’europea di degli anni ’50, gira in auto nel paesino nel quale le facce “messicane” non esistono quasi e, come ciliegina sulla torta, il cattivo di turno che veste sempre attillati pantaloni di pelle nera lucidissima (oggi si penserebbe al fetish) interpretato da un giovane Dirk Bogarde che, con il suo occhio un po’ sbilenco fa quasi il verso a Henry Fonda, al quale veramente somigliava molto.
Trama più da psicodramma che da western che, in effetti, si sarebbe potuta adattare in quasi qualunque paese contrapponendo un bandito ateo ad un religioso, con una giovane ragazza fra i piedi.
Molti dettagli restano vaghi e anche il finale (nella versione che ho guardato io, pare che ce ne sia un’altra) è “misterioso” e lascia spazio ad innumerevoli illazioni. Il triangolo prete - bandito - ragazza continua a presentarsi sotto diversa luce lungo tutto l’arco del film e non è chiaro chi è infatuato di chi ... e questo è il pregio del film. Per il resto è da dimenticare, fra “buchi” nella sceneggiatura, varie interpretazioni ridicole, ricostruzioni di ambienti molto approssimative e non congruenti con l’epoca.
Il dubbio che sembra attanagliare quasi tutti è la possibile omosessualità del bandito Anacleto (Dirk Bogarde, effettivamente gay) sia per il modo di vestire e di comportarsi, sia per l’interesse per la ragazza (dichiarato, ma quasi nullo all’atto pratico), sia per il suo strano rapporto con il sacerdote (anche lui non si sa che “panni vesta” ... sotto la tonaca).
Chi si è incuriosito, si potrà divertire a leggere le recensioni molto contrastanti, alcune feroci, altre di persone che confessano di aver capito ben poco, rare quelle veramente positive.
“The Singer Not the Song” vale certamente una visione proprio per questa confusione generata da un ottimo soggetto che ben combina sesso, legge e religione, purtroppo trasformato in una scadente sceneggiatura e una peggiore realizzazione.
IMDb 6,4
NB: il titolo è un modo di dire che evidenzia l’interesse per la persona e non per ciò che dice (o predica). Essendo difficile da tradurre, sono andati a nozze i titolisti fantasiosi e così in Italia è diventato “Il coraggio e la sfida” e in Spagna “El demonio, la carne y el perdón” (sic!)

 

193 * “Far from Heaven” (Todd Haynes, USA, 2002) tit. it. “Lontano dal paradiso” * con Julianne Moore, Dennis Quaid, Dennis Haysbert
Assolutamente sopravvalutato, sarà stata la concessione agli "indipendent" film fra le Nomination Oscar 2003. Sceneggiatura insulsa, personaggi ridicoli, rappresentazione di una cittadina di provincia del nordest (non del profondo sud) del tutto ridicola, cast apparentemente buono, ma non al livello dei nomi degli interpreti. Cosa resta? Una più che buona ambientazione, anche se troppo (e palesemente) edulcorata, con costumi troppo elaborati e perfezionismo esagerato, che ha lasiato perplessi la maggior parte di quelli che hanno effettivamente vissuto gli ultimi anni dei cinquanta.
L'altro grande handicap di questo film è quello di aver messo troppa carne a cuocere. Todd ha la presunzione di voler esporre i problemi degli omosessuali, quelli della gente di colore nel nordest (mollto meno serio che nel sud), parlare dell'integrazione nella scuola e, come se non bastasse, della eliminazione delle barriere sociali fra ricchi borghesi e lavoratori. Non pochi americani gli hanno rimproverato di non sapere niente della vita sociale di quell’epoca nel nordest degli USA (Todd è nato in California nel ’61) e che lo stile di vita rappresentato nel film non è per niente veritiero.
I tre protagonisti, la coppia Moore-Quaid e il giardiniere Dennis Haysbert , fanno a gara per comportarsi nel modo più insulso possibile, mostrandosi in atteggiamenti all'epoca (forse) "riprovevoli" ogni volta che ne hanno l'occasione per poi "meravigliarsi" delle reazioni delle persone. Buonsenso = 0.
Mi stupiscono le 4 Nomination, immotivate fatta salva quella per la fotografia.
Io mi sono fatto ingannare da rating e Nomination, a voi consiglio di prendere in considerazione altri titoli.
Todd Haynes è esponente di punta del New Queer Cinema e appare essere chiaramente di parte. L’unico altro film che ho visto della sua ridottissima produzione (7 in 16 anni) è stato “Carol” (2015) che aveva suscitato in me le medesime perplessità. Con ambientazione simile (ricca borghesia americana negli anni ’50) appariva curato, ricco di dettagli, con ottima fotografia, ma privo di mordente e assolutamente poco convincente ... un mondo quasi irreale. Anche in quel caso mi sembrarono immotivate le ben 6 Nomination Oscar che, giustamente, rimasero tali senza portare alcuna statuetta.
IMDb 7,4 RT 92%  *  4 Nomination Oscar (Julianne Moore protagonista, sceneggiatura, fotografia e musica originale)

 

192 * “The Shining” (Stanley Kubrick, USA, 1980) tit. it. “Shining” * con Jack Nicholson, Shelley Duvall, Danny Lloyd
Chiudo questa mia brevissima incursione nel mondo di Kubrick con “The Shining”, il suo “terror” tratto da una storia di Stephen King.
Ambientato in un albergo isolato fra le Montagne Rocciose, chiuso per la stagione invernale, la storia è un crescendo di tensione, apparizioni, follia e violenza. Jack Torrance (Nicholson) accetta l’incarico di fungere da guardiano della struttura nel periodo invernale, con l’obiettivo di riuscire ad isolarsi e portare a termine un romanzo e quindi si trasferisce lì con moglie (Shelley Duvall) e figlio. L’isolamento, i ricordi di un fatto di sangue avvenuto in quello stesso hotel molti anni prima, la tensione fra i coniugi si trasformano in una escalation di terrore, inseguimenti, allucinazioni.
Sono tante le scene memorabili che tutti quelli che hanno visto il film ricordano (e forse anche quelli che ne conoscono solo qualche spezzone) come, per esempio, le lunghe scorrazzate in triciclo del piccolo Danny (Danny Lloyd) lungo i labirintici corridoi dell’hotel, i fiumi di sangue che sgorgano dalle fessure delle porte, il bar della sala da ballo e le espressioni di Jack che si affaccia nel varco appena aperto nella porta a suon di colpi d’ascia. A proposito di quest’ultima scena, sappiate che è presa pari pari da “Körkarlen” (Il carretto fantasma, di Victor Sjöström, 1921, Swe, rec. 16/374)

E in merito alla famosa porta scrissi questo post (possibili spoiler) evidenziando varie incongruenze.
Le scene con la cinepresa che segue i protagonisti nel groviglio di corridoi e ambienti dell’albergo e all’esterno nel vero dedalo (non labirinto ... nei dedali si deve trovare l’uscita o una delle uscite, nei labirinti il percorso, per quanto contorto e ingrovigliato, è unico), nella neve e limitato da altissime siepi, sono indimenticabili.
Al contrario degli altri due appena visti, “The Shining” non ottenne alcuna Nomination Oscar e, al contrario, ne ricevette due per i Razzie Award (i peggiori) ed esattamente per la regia di Kubrick (opinabile) e per l’interpretazione di Shelley Duvall (forse meritato).
Che siate amanti degli horror - terror e di King o meno, il film merita comunque assolutamente una visione.
IMDb 8,4 RT 92% * 
al 60° posto nella classifica IMDb dei migliori film di sempre

 

191 * “Clockwork orange” (Stanley Kubrick, USA, 1971) tit. it. “Arancia meccanica” * con Malcolm McDowell, Patrick Magee, Michael Bates
Come quasi ogni altro film di Kubrick, anche questo fece molto parlare di sé ed è rimasto una pietra miliare nella storia del cinema. Chi ha vissuto quegli anni, e se li ricorda, sa perfettamente quale fosse il clima di allora fra proteste giovanili, trasgressione, sesso libero e diffusione della droga e quindi è in grado di apprezzare l’impatto dirompente che storia e immagini di “Arancia meccanica” ebbero sul pubblico, in particolare quello più adulto. Gli altri possono solo immaginare le reazioni, tenendo conto della data di uscita ... oltre 45 anni fa!
Immagini per lo più gestite in maniera eccelsa con un montaggio spesso incalzante, con le scene migliori ed effettivamente innovative che mostravano l’abiezione delle brutali violenze assolutamente gratuite, tendenti ad sadismo, in stridente contrasto con la sublimità delle musiche (Beethoven, Rossini e la molto più moderna “Singing in the rain”, interpretata da Gene Kelly).
Trama effettivamente dura, feroce, con dialoghi stracolmi di neologismi e slang giovanile, ambientata in luoghi molto diversi, dalle ricche case di artisti, ad aree degradate abitate da barboni, dalla “clinica riabilitativa” alla casa piccolo borghese del protagonista, dal teatro abbandonato al futuristico milk bar.
Se proprio si volesse trovare un punto debole, io lo vedo nella parte finale nella quale, dopo tante sorprese a ritmo serrato, il film rallenta ed in più parti diventa un po’ prevedibile.
Anche “Clockwork orange” ottenne 4 Nomination Oscar, delle quali 3 proprio per Kubrick (miglior film, regia e sceneggiatura, adattamento dall’omonimo libro di Anthony Burgess,). La quarta fu per il montaggio ... chissà perché non per la colonna sonora che, come appena scritto, ha il merito di essere parte più fondamentale che in tanti altri film, al di là della qualità dei brani scelti.
IMDb 8,3 RT 89% *  all’80° posto nella classifica IMDb dei migliori film di sempre

 

190 * “Dr. Strangelove” (Stanley Kubrick, USA, 1964) tit. it. “Il dottor Stranamore” * con Peter Sellers, George C. Scott, Sterling Hayden
Primo film del questo mio mini-ciclo Kubrick che proseguirà con "Clockwork orange" (Arancia meccanica) e Shining.
Generi completamente diversi e anche tecnica diversa, ma tutti e tre ottimi e fra i primi 100 nella classifica dei migliori film di sempre.
Kubrick (come Altman) è stato un regista che si è divertito a cimentarsi in nei generi più vari anche se K. ha forse avuto una predilezione per i film di guerra, mostrando sempre la sua avversione alla stessa. Strangelove, tuttavia, non è drammatico come gli altri (“Fear and Desire”, “Paths of Glory”, “Full Metal Jacket”) ma è una feroce parodia dell'ambiente militare, in particolare quello ai massimi gradi e dei loro rapporti con la politica nazionale e internazionale.
Più che il sempre bravo Peter Sellers (che interpreta 3 personaggi diversi), impressiona l'ottima prova di George C. Scott nei panni di un generale, ovviamente al limite della follia. Nel cast tanti altri bravi caratteristi che svolgono alla perfezione le direttive del regista. I dialoghi sono di una logica stringente ma, partendo da presupposti fasulli o errati, giungono a conclusioni folli, esilaranti e allo stesso tempo tragiche.
Il film segue tre storie parallele e interconnesse che si sviluppano contemporaneamente nell’arco di poche ore in una base militare americana, su un B-52 che si dirige in Russia con le bombe atomiche e al Pentagono nella sala del Consiglio di guerra
Dr. Strangelove fu il primo film a trattare ampiamente il tema delle armi nucleari e fu aspramente criticato per il modo caricaturale in cui lo fece, con una esaltazione dell'illogicità della guerra in generale e delle minacce, delle rappresaglie e degli ordini irrevocabili in particolare.
Se ci fosse qualcuno che ancora non lo ha visto, che rimedi al più presto.
IMDb 8,5 RT 100% *  al 53° posto nella classifica IMDb dei migliori film di sempre * 4 Nomination Oscar: miglior film, regia, Sellers protagonista e sceneggiatura (alla quale Kubrick diede un sostanziale contributo)

 

189 * “Il delitto Matteotti” (Florestano Vancini, Ita, 1973) * con Franco Nero, Mario Adorf, Vittorio De Sica, Umberto Ursini, Riccardo Cucciolla, Gastone Moschin
E subito dopo “Bronte”, ecco “Il delitto Matteotti”, film ancor più “politico” ma di storia più recente. Anche in questo caso Vancini ci propone gli avvenimenti in modo quanto più fedele alla realtà storica, tendendo molto al documentario. Infatti, per ogni avvenimento sostanziale cita date, orari, nomi veri dei protagonisti e mostra i titoli dei giornali dell’epoca, sia di regime che dell’opposizione.
Cast quasi eccezionale, con tanti dei migliori attori dell’epoca anche se non tutti “di cassetta”. Fra scelta dei volti e trucco, veramente sembra di essere di fronte ai veri Gramsci, Amendola e Mussolini (un ottimo Mario Adorf).
In questo caso, più che in “Bronte”, la regia è notevole, precisa, incalzante.
Le nuove generazioni di cinefili farebbero bene a guardare con attenzione anche questo film.
IMDb 7,1

 

188 * “Bronte, cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato” (Florestano Vancini, Ita, 1972) * con Ivo Garrani, Mariano Rigillo, Ilija Dzuvalekovski
Questo fu uno dei primi film che propose avvenimenti dell’Unita d’Italia sotto una nuova luce. Le ricerche furono molto accurate, consultando gli atti ufficiali dei due processi e tanti altri documenti, relazioni e testi dell’epoca. Gli attori italiani sono relativamente pochi in quanto si scelse di girare in Yugoslavia e quindi ci si avvalse di comprimari e comparse locali. All’uscita “Bronte” suscitò grande scalpore, soprattutto per come veniva presentato Nino Bixio, e fu ben presto politicizzato con critiche feroci e elogi spropositati dalla destra e dalla sinistra. Proprio per questo ebbe in effetti scarsa circolazione e (secondo Wikipedia) è passato in televisione meno di una decina di volte in 45 anni, per lo più su canali minori e a orari scomodi.
Questa interessantissima pagina
raccoglie vari articoli relativi al film e agli avvenimenti trattati da Vancini, fra i quali anche uno a firma di Leonardo Sciascia, il quale collaborò alla sceneggiatura.
Notevole dal punto di vista storico, un po’ meno da quello strettamente cinematografico.
IMDb 7,2

 

187 * “Bodas de oro” (Tito Davison, Mex, 1956) * con Arturo de Córdova, Libertad Lamarque, Martha Mijares
Questo film in cui si ritrovano Tito Davison e Arturo de Córdova non prometteva bene come il precedente “Medianoche” ed in effetti è così, trattandosi di una farsa con frequenti esibizioni canore/teatrali della protagonista Libertad Lamarque.
Nel suo genere non è male anche perché si avvale di tanti ottimi caratteristi che affiancano e supportano de Córdova e Lamarque.
In occasione delle loro nozze d’oro in una ricchissima residenza nella capitale messicana, affollata da figli, nipoti, pronipoti e amici, i due ricordano (più che altro si rinfacciano) vari episodi dei 50 anni trascorsi più o meno insieme. Lui libertino, giocatore, avventuriero e perfino contrabbandiere di armi e lei stella del varietà che sa esattamente come incastrare e tenere a bada anche tipi come suo marito.
Non malvagio, ma lo definirei interessante solo per chi si interessa della “Epoca de Oro del cine mexicano”.
IMDb 6,5

 

186 * “Medianoche” (Tito Davison, Mex, 1949) tit. it. “Mezzanotte” * con Arturo de Córdova, Elsa Aguirre, Marga López, Carlos López Moctezuma e José Elías Moreno
Curioso mix fra un buon noir con trama più che discreta e una commedia abbastanza stupida. Al film ci sono arrivato “seguendo” Arturo de Córdova, versatile attore che stimo molto (è stato protagonista di “El” di Bunuel, all’estero di “Per chi suona la campana” e altri buoni film oltre che di tanti noir e commedie del periodo d’oro del cinema messicano) e mi ha ulteriormente interessato la presenza di due dive dello schermo dell’epoca: Marga López ed Elsa Aguirre (vedi foto). Infine, anche i due comprimari Carlos López Moctezuma e José Elías Moreno garantivano buona qualità complessiva.
Si spazia dalla vita in un ricco e famoso night di Ciudad de Mexico, al contrabbando internazionale (diamanti e droga), ad una remota scuola rurale con bambini indios che non parlano spagnolo, amore, redenzione, vendetta, e una donna contesa fra il gangster Arturo de Córdova e il suo vecchio compagno di scuola, oggi poliziotto, José Elías Moreno che lo persegue dovunque. Ovviamente Carlos López Moctezuma ricopre il ruolo di cattivo e vile (non ricordo di averlo visto in ruoli differenti da questo cliché).
Peccato, Davison (anche co-sceneggiatore) con quel soggetto e quel cast avrebbe potuto fare molto di più.
IMDb 7,3

 

185 * “Guess who is coming to dinner” (Stanley Kramer, USA, 1967) tit. it. “Indovina chi viene a cena” * con Spencer Tracy, Katharine Hepburn, Sidney Poitier
Famosissima commedia pseudo-drammatica sul tema del razzismo e sulle coppie interrazziali, che affronta l’argomento con molta leggerezza (e pressappochismo) lasciando molto, troppo, spazio a luoghi comuni e stereotipi. Tuttavia come pièce teatrale è più che gradevole e, nonostante per la maggior arte del tempo si svolga in ambiente domestico, i tempi sono eccellenti e di certo non ci si annoia.
Oltre che agli attori principali (un Oscar e una Nomination), gran merito va anche ai coprotagonisti e non solo i due che ottennero la Nomination. Fra i personaggi di contorno spiccano il saggio anziano monsignore, la criticona governante di colore e l’intrigante gallerista.
Chi non lo conosce non si aspettasse un gran film di impegno sociale, si accontenti di godersi una buona commedia americana con un’ottima sceneggiatura.
IMDb 7,8 RT 68% * 2 Oscar (Katharine Hepburn, protagonista, e William Rose, sceneggiatura) e altre 8 Nomination (miglior film, regia, Spencer Tracy protagonista, Cecil Kellaway e Beah Richards non protagonisti, scenografia, montaggio e colonna sonora)

 

184 * “A ciascuno il suo” (Elio Petri, Ita, 1967) * con Gian Maria Volontè, Irene Papas, Gabriele Ferzetti
A cavallo fra gli anni ’60 e ’70 in Italia furono realizzati numerosi buoni film storici e/o politici (seri) e i registi di punta del genere furono Francesco Rosi, Elio Petri e Florestano Vancini e più volte soggetto e sceneggiatura, oltre che in questo caso, furono opera del grande scrittore siciliano che fu Leonardo Sciascia, come per esempio “Il giorno della civetta” (1968), “Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato” (1970), “Cadaveri eccellenti” (1972), “Todo modo” (1976). Di due film di Vancini mi occuperò a breve.
L’intricata trama è parte portante dell’intero film, piena com’è di tanti sospetti, illazioni, bugie e sorprese, ma anche le ottime interpretazioni del solito Volontè, insieme con Ferzetti e la Papas hanno il loro peso. E attorno a loro tanti altri bravi attori italiani come Salvo Randone, Mario Scaccia, Leopoldo Trieste, Luigi Pistilli. L’azione si svolge fra la provincia siciliana e Palermo, fra l’ambiente del piccolo paese e i giochi di potere del capoluogo, fra politici e prelati.
Lo spettatore dovrà attendere fino alla fine per chiarirsi le idee ed in merito al finale è assolutamente appropriato il commento di uno degli attori che afferma: “Hanno fatto un capolavoro! Un vero capolavoro!”
Anche se secondo me non è allo stesso livello
(politico) di vari film di Rosi, merita senz’altro una attenta visione.
IMDb 7,1

 

183 * “Satyricon” (Federico Fellini, Ita, 1969) * con Martin Potter, Hiram Keller, Max Born
Davvero non ho capito perché Fellini si sia imbarcato in questa impresa di tradurre in immagini il Satyricon, saltellante com’è e con parti mancanti. L’ho trovato noioso e senza alcuna interpretazione degna di essere ricordata, solo qualche scenografia particolare e i costumi e i trucchi estremamente vari e fantasiosi non salvano certo il film.
Mi è pesato guardarlo per tutte le sue oltre due ore di durata e ho portato a termine “l’impresa” solo perché non è mia abitudine giudicare un film dal solo primo tempo e per rispetto nei confronti del regista ... e poi c’è sempre la speranza di una sorpresa finale.
Certamente uno dei meno memorabili di Fellini.
IMDb 7,0 RT 75%

 

182 * “8½” (Federico Fellini, Ita, 1963) * con Marcello Mastroianni, Anouk Aimée, Claudia Cardinale
Per chi non lo sapesse, 8 e 1/2 si riferisce al numero di film diretti da Fellini fino a quel momento, 6 lungometraggi e 2 corti più il "mezzo" rappresentato da "Luci del varietà", co-diretto con Lattuada nel 1951.
Ciò detto, aggiungo che nel complesso è il mio preferito fra quelli del “maestro” riminese, sia per la geniale sceneggiatura sospesa fra realtà, sogni e ricordi, sia per l'eccezionale cura di ogni singola inquadratura, tutte realizzate con grande creatività e mai banali. Vanta inoltre una magnifica fotografia (bianco e nero), diretta da Gianni Di Venanzo.
Per la cronaca, su IMDb l'ho valutato 10 stelle!
Ancora una volta più che convincente Marcello Mastroianni, anche in questo film attorniato da tante belle donne, brave attrici, e vari caratteristi come Guido Alberti, Mario Pisu, Mario Conocchia e altri voti noti dell’entourage di Fellini.
C’è poco altro da aggiungere se non il consiglio di guardarlo e/o ri-guardarlo con attenzione; godetevelo e meditate.
IMDb 8,1 RT 98% * al 230° posto nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi * 2 Oscar (miglior film non in lingua inglese e costumi) e 3 Nomination per regia, sceneggiatura e scenografia (bianco e nero)

 

181 * “La dolce vita” (Federico Fellini, Ita, 1960) * con Marcello Mastroianni, Anita Ekberg, Anouk Aimée
Nonostante la fama e le tante recensioni e valutazioni superlative, devo dire che questo film non è certo fra quelli di Fellini che mi sono piaciuti di più. Estremamente lungo (quasi 3 ore) per ciò che ha da raccontare e oltretutto con relativa poca continuità. Potrebbe essere quasi visto come un film ad episodi, intercalati dalle snervanti telefonate e discussioni fra Marcello ed Emma (Yvonne Furneaux).
Si passa con estrema disinvoltura dalla famosa “quasi avventura” con Anita Ekberg (di presenza, ma pessima attrice), alla serata con la prostituta e a quella con il padre, dalla notte al castello alla serata “colta” a casa di Steiner (Alain Cuny), dall’innocente tentativo di “evasione” nella trattoria sul litorale alla “quasi orgia” conclusiva.
In tutte le differenti storie il giornalista interpretato da Marcello Mastroianni è spettatore o attivo protagonista.
Ovviamente, la sceneggiatura dell’affiatatissimo trio Fellini - Flaiano - Pinelli (pare ci sia stato anche un contributo non ufficiale di Pasolini) si presta ad innumerevoli analisi e approfondimenti con i suoi tanti simbolismi e la presenza di personaggi degli ambienti più disparati e di tutto il mondo.
In film da guardare con attenzione ma, ripeto, penso che Fellini abbia prodotto di meglio, sia come solo sceneggiatore già da una quindicina di anni (fra gli altri collaborò a “Roma città aperta”, 1945, “Paisà”, 1946) che come sceneggiatore - regista.
IMDb 8,1 RT 97% Oscar per i costumi (bianco e nero), Nomination per regia, sceneggiatura e scenografia (bianco e nero)

 

180 * “Miracolo a Milano” (Vittorio De Sica, Ita, 1951) * con Emma Gramatica, Francesco Golisano, Paolo Stoppa
Prima di continuare con Fellini, mi sono concesso quest’altra “divagazione”, nel cinema italiano degli ’50. Anche questo lavoro di De Sica non l’avevo mai visto prima al cinema, quando uscì non ero ancora nato e, per quanto relativamente famoso, “Miracolo a Milano” non è film che viene riproposto di frequente.
Per i miei gusti l’ho trovato troppo “favoletta buonista” (e irreale), con pochi buoni spunti e situazioni più o meno ripetitive e scontate.
Ambientato nei difficili anni del dopoguerra in una desolata baraccopoli della periferia milanese, non è riuscito a coinvolgermi o interessarmi in alcun modo, né per la trama, né per la regia, né per le interpretazioni ... ma, ovviamente, sono valutazioni strettamente personali, mie impressioni.
IMDb 7,8 RT 100%

 

179 * “Il bidone” (Federico Fellini, Ita, 1955) * con Broderick Crawford, Richard Basehart, Giulietta Masina, Franco Fabrizi
Dopo la “divagazione” Erich von Stroheim, ho rimesso mano con il cinema italiano di mezzo secolo fa e fra i 4 scelti della filmografia di Fellini ho cominciato con “Il bidone”, che non avevo mai visto. Pur essendo uno dei meno conosciuti, mi è piaciuto e non poco e concordo con quelli che lo indicano come una “perla dimenticata” o, quanto meno, trascurata.
Come anticipato dal titolo, è una storia di truffatori, ma a differenza di tanti altri di genere simile è molto più film drammatico che commedia, nello stile del neorealismo, con accenni di noir.
Ottimo il cast internazionale, con Broderick Crawford (Oscar come protagonista di “Tutti gli uomini de re", 1949) il quale sostituì Bogart che, già malato, dovette rinunciare alla parte, e Richard Basehart che l’anno precedente aveva già lavorato con Fellini in “La strada” interpretando “il Matto”, co-protagonista con Anthony Quinn e Giulietta Masina.
Penso che meriti senz’altro una visione ...
IMDb 7,6 RT 100%

 

178 * “Genius, a tribute to Erich von Stroheim” (Robert Hicks, documentario su YouTube, 2015)
Il misconosciuto Robert Hicks ha realizzato questo interessantissimo filmato di circa 2 ore, che in effetti è un montaggio su base cronologica del documentario “The Man You Loved to Hate” (Patrick Montgomery, 1979) e di parte di "The Autocrats" (7° dei 13 episodi della serie televisiva “Hollywood” - 1980 - diretta da Kevin Brownlow) dedicata esclusivamente a von Stroheim e Cecil B. DeMille.
Si (ri)vedono tante scene tratte dai suoi film e varie di quelle improvvidamente tagliate, si scoprono tanti retroscena relativi ai rapporti di von Stroheim con attori e registi e, infine, si scopre che nella vita privata era assolutamente l’opposto del “regista despota” e del “villain” (cattivo, infame) per antonomasia degli ani ’20..
Ricordo a chi non lo sapesse che raramente i suoi film arrivarono in sala rispettando le sue idee, alcuni furono pesantemente tagliati e varie volte fu licenziato prima di portare a compimento le riprese. A tal proposito, in merito alla versione del suo capolavoro “Greed” (1924) ridotto a circa 2 ore dalle originali quasi 8, disse: “E’ come guardare un cadavere nel cimitero!” e affermò anche “Chi ha tagliato il mio film non ha niente in testa se non il cappello!”. Con un po’ di presunzione, ma i più concordano al 100%, a proposito di The Merry Widow (1925) disse: “Tutto ciò che c’è di buono l’ho fatto io. Il resto è opera di altri.” Sul letto di morte (in Francia) disse: “Questo non è il peggio. Il peggio è che mi hanno rubato 25 anni di vita”.
Come recita il titolo del filmato YouTube, Erich von Stroheim fu un vero genio, effettivamente esagerato nelle sue manie, ma certamente un GENIO. Purtroppo per alcuni, il video non è sottotitolato e non penso che esistano sottotitoli da scaricare dalla rete. In ogni caso, qualunque cinefilo in grado di comprendere decentemente l’inglese dovrebbe assolutamente guardarlo.

 

177 * “Il Decameron” (Pier Paolo Pasolini, Ita, 1970) * con Franco Citti, Ninetto Davoli, Jovan Jovanovic, Pier Paolo Pasolini,
Mi sembra superfluo spendere parole per il testo originale di Boccaccio dal quale furono estrapolate ed adattate una decina scarsa di novelle.
“Il Decameron” di Paasolini è il primo della trilogia che continuerà con i suoi omologhi “I racconti di Canterbury” e “Il fiore di Mille e una Notte”. Il film è recitato quasi completamente in vernacolo, con predominanza del napoletano popolare, ma si notano molte alte inflessioni locali e anche molto più meridionali (siciliano). Si nota chiaramente il doppiaggio (dialetto-dialetto) soluzione che comunque Pasolini scelse volutamente, spesso avvalendosi di non professionisti, e pare che abbia affermato: “Il doppiaggio, deformando la voce, alterando le corrispondenze che legano il timbro, le intonazioni, le inflessioni di una voce, a un viso, a un tipo di comportamento, conferisce un sovrappiù di mistero al film.” Similmente a quanto scrissi pochi giorni fa in merito ad “Accattone”, una discreta conoscenza dei dialetti meridionali migliora senz’altro la comprensione del film e quindi il godimento della pellicola.
Per quanto riguarda il cast, Pasolini utilizzò pochi attori noti (in parti molto brevi, p.e. Silvana Mangano, Guido Alberti) e ancora una volta si è “sbizzarrito” nel coinvolgere un numero spropositato di volti più che reali e allo stesso tempo incredibili, facendo quasi concorrenza, e probabilmente superando, Federico Fellini.
Non ne sono certo, ma penso che questi lavori di Pasolini abbiano dato la stura definitiva al filone delle commedie all’italiana di serie B (e anche peggiori) di genere boccaccesco anche se più o meno dotte rivisitazioni erano già apparse sugli schermi (p. e. “La mandragola” di Macchiavelli - Lattuada).
IMDb 7,1 RT 83%

 

176 * “Medea” (Pier Paolo Pasolini, Ita, 1969) * con Maria Callas, Massimo Girotti, Laurent Terzieff, Giuseppe Gentile
Film difficile, con lunghi pause prive di dialoghi, si avvale di avvincenti musiche orientali e di interessantissime inquadrature da angoli di ripresa inusuali.
A creare un’atmosfera magica, ancorché drammatica, contribuiscono anche i luoghi scelti come location, a cominciare delle aree desertiche della Cappadocia (Turchia) con le loro originalissime costruzioni, fino alle molto più nostrane immagini di Pisa e Grado.
“Medea” di Euripide fa il paio con “Edipo Re” Sofocle e costituisce l’incursione di Pasolini nel mondo della tragedia greca. A mio modesto parere, da illetterato attento più che altro alla costruzione cinematografica, penso che in questo lavoro Pasolini si sia effettivamente concentrato più del solito sulle immagini ed inquadrature, forse a discapito della recitazione e teatralità, ma ha ottenuto ottimi risultati.
Curiosità: fra i protagonisti ci sono due attori non-professionisti, tuttavia all’epoca ben famosi in altri campi, alla loro unica apparizione sul grande schermo:
* Maria Callas, soprano eccezionale, famosissima negli anni ’50, poi sposa dell’armatore Onassis (che poi sposò Jacqueline Kennedy)
* Giuseppe Gentile, nipote del celebre filosofo Giovanni Gentile, due volte recordman mondiale per il salto triplo, ma alla fine solo terzo sul podio delle Olimpiadi di Città del Messico (1968).
IMDb 7,1 RT 70%

 

175 * “Edipo Re” (Pier Paolo Pasolini, Ita, 1967) * con Silvana Mangano, Franco Citti, Alida Valli, Carmelo Bene
Basato sulla tragedia scritta quasi 2.500 anni fa Sofocle, il film di Pasolini mi è sembrato un'eccellente sintesi esposta per "quadri", intercalati da pochi cartelli, come nel cinema muto. Significativa la scelta di proporre la maggior parte della storia in ambiente quasi desertico (nella fattispecie Marocco) e solo inizio e fine nell'Italia del ‘900, fra le due guerre. Ovviamente, pur apprezzando l'ottimo adattamento di Pasolini (oltre alla regia è sua anche la sceneggiatura), gran parte del merito deve essere riconosciuto al lavoro originale di Sofocle.
In quanto alle interpretazioni, spicca su tutte quella ottima di Franco Citti (sempre più maturo), con un Carmelo Bene un po’ sottotono e relegato in ruolo secondario e le due prime donne che non riescono ad incidere più di tanto.
Film da non perdere.
IMDb 7,5 RT 86%

 

174 * “Il Vangelo secondo Matteo” (Pier Paolo Pasolini, Ita, 1964) * con Enrique Irazoqui, Margherita Caruso, Susanna Pasolini
La stranezza di questo film, nel senso che molti non se lo aspettavano, consiste nell’assoluta fedeltà del testo ad un Vangelo approvato dalla Chiesa.
Molti fra gli “ufficialmente cattolici” si meraviglieranno di varie affermazioni, alcune delle quali molto “violente”, e sarebbero ancor più stupiti se leggessero l’Antico Testamento; da questo punto di vista “Il Vangelo secondo Matteo” mi ricorda tanto “La via Lattea” (Luis Buñuel, 1969).
Impressionano le scelte delle location e delle inquadrature che ancora una volta sono esaltate da Tonino Delli Colli. Bellissime ed interessanti la riprese nei Sassi di Matera, una decina di anni dopo essere stati ufficialmente abbandonati (gli abitanti furono “sfollati” a partire dal 1952).
Fantastica anche la colonna sonora che per lo più si basa su musica classica di Bach, Mozart e Prokofiev con intrusioni di cori della Missa Luba (titoli di testa e finale) e un paio di gospel. Fra questi ultimi, non menzionati nei titoli, ho riconosciuto l’inconfodibile voce di Odetta e mi è stato facile recuperare lo spezzone di filmato, che quindi vi propongo. Si tratta di “Sometimes I Feel Like a Motherless Child” che funge da commento musicale ad una molto inusuale Adorazione dei Magi, godetevelo!
 
Enrique Irazoqui, l’italo-spagnolo che interpreta Gesù, fu doppiato da Enrico Maria Salerno
Film da non perdere, di qualunque credo voi siate.
IMDb 7,9 RT 94%

 

173 * “Mamma Roma” (Pier Paolo Pasolini, Ita, 1962) * con Anna Magnani, Ettore Garofolo, Franco Citti

Pur essendo in assoluto un buon film, comparato con il precedente “Accattone” colpisce e coinvolge di meno. La presenza di una attrice affermata come la Magnani a mio parere non giova al “realismo” della pellicola mentre tutti gli altri (non professionisti, lo stesso Citti aveva iniziato solo l’anno prima con Accattone) nonostante la recitazione a tratti carente appaiono molto più “veri”.

Il soggetto appare essere composto di più spezzoni con qualche punto in comune.

Gli esterni al limite della periferia, fra nuovi insediamenti, campagna e ruderi di epoca romana non riesce a dare una connotazione specifica al tutto, a differenza dell’aria di vita di borgata che traspariva da Accattone.

Concludo con un mio punto di vista di carattere generale per il quale qualcuno forse mi vedrà come “sacrilego”: al contrario di ciò che sostengono in tanti, non penso che Anna Magnani sia una grande attrice ed in particolare in questo film appare troppo teatrale. il che contrasta con il realismo degli altri interpreti.

Comunque, “Mamma Roma” merita senz’altro una visione

IMDb 7,9 RT 100%

 

172 * “Accattone” (Pier Paolo Pasolini, Ita, 1961) * con Franco Citti, Franca Pasut, Silvana Corsini
Ritorno al cinema italiano di mezzo secolo fa, già trattato con vari film di Rosi e qualche Fellini, Pontecorvo, ... e ho scelto 6 titoli di Pasolini visti solo una quarantina di anni fa e dei quali ho, per lo più, buoni ricordi. Di questi film non mi azzardo neanche a fare analisi approfondite (non essendo all’altezza) ma mi limiterò ad esporre le mie impressioni ed a citare qualche dato secondo me interessante.
Procedendo in ordine cronologico, ho iniziato ovviamente con il lungometraggio di esordio che fu uno di quelli che mi colpì di più all’epoca e ieri mi ha entusiasmato di nuovo. Oltre alla regia, ho trovato eccezionali vari aspetti quali la scelta del cast (quasi esclusivamente non professionisti), la sceneggiatura nel complesso, ma soprattutto dialoghi caratterizzati da quella filosofia spicciola che oggi sembra sopravvive solo nei piccoli centri. Tutti si conoscono e ognuno ha la battuta adatta per qualsiasi evenienza e la risposta ancor più pronta e quando si vuol dire qualcosa lo si fa per lo più attraverso proverbi arguti e calzanti, modi di dire, parafrasi e similitudini o iperboli talvolta create al momento.
Pur essendo alla sua prima esperienza di regia, Pasolini già bazzicava in ambiente cinematografico avendo collaborato con Fellini , Bolognini, Vancini e altri. Bernardo Bertolucci fu suo assistente alla regia e l’anno successivo esordì come regista con “La comare secca” su soggetto e sceneggiatura di Pasolini e la collaborazione di Sergio Citti (fratello dell’attore Franco che interpreta il personaggio di Accattone).
Non da ultimo, si avvalse anche di uno dei migliori direttori della fotografia italiani, Tonino Delli Colli, che collaborò con lui anche nei successivi Mamma Roma (1962), Il vangelo secondo Matteo (1964) e altri per poi giungere all’affermazione internazionale con “Il buono, il brutto, il cattivo” (1966) e continuare fino a ”La vita è bella” (1997) il suo ultimo lavoro.
Se non avete mai visto "Accattone", provvedete a sanare la lacuna al più presto.
Per apprezzarlo al meglio vi sarà utile una decente conoscenza del romanesco ...
IMDb 7,9 RT 100%

 

171 * “Nayakan” (Mani Rathnam, India, 1987) aka “Nayagan”, tit. int. “The Hero” * con Kamal Hassan, Janagaraj, Karthika
Questo film indiano di 30 anni fa è spesso posizionato nella parte alta delle varie classifiche (al 4° posto fra i migliori film indiani di sempre per IMDb) e fu anche campione d’incassi pur non essendo un prodotto di Bollywood e non essendo in hindi o bengali, bensì in lingua tamil. Dato il gran successo fu poi doppiato in telugu (Madras) e appena un anno dopo fu prodotto un remake in hindi con titolo “Dayavan” (1988).
Si segue la “carriera” di Velu Naicker che da bambino uccide un poliziotto e fugge in città per poi diventare un “don” temuto e rispettato, quasi venerato dai più deboli. Infatti si rende sempre disponibile a sanare torti e anche a portare a termine efferate vendette, ma non è mai il primo a colpire. Per vari versi si rifà a “The Godfather” e addirittura replica il trucco di gettare in mare la merce con i sacchi di sale.
Questo personaggio ha tanto di buono e generoso e quindi attira le simpatie del pubblico in quanto si ribella ai soprusi di altri malviventi, così come quelli ancora peggiori della polizia.
Pare che la sceneggiatura sia anche vagamente ispirata alla storia vera di un famoso “padrino” di Bombay: Varadarajan Mudaliar.
Certo non ha niente a che vedere con i prodotti hollywoodiani della stessa epoca e con simile soggetto, tuttavia chi si interessa di “World Cinema” dovrebbe senz’altro guardarlo con attenzione.
IMDb 8,8 RT 100%
  * candidato indiano alla selezione Oscar per i film non in lingua inglese, ma non rientrò nella cinquina finalista.

Può risultare interessante lettura di questo articolo sul più importante sito di cinema indiano.
 

 

170 * “12 Angry Men” (Sidney Lumet, USA, 1957) tit. it. “La parola ai giurati” * con Henry Fonda, Lee J. Cobb, Martin Balsam
Non considerando le brevissime scene iniziali e finali all'esterno del tribunale e in aula con le raccomandazioni del giudice alla giuria, tutto si svolge nella sala nella quale 12 uomini devono decidere in merito alla eventuale colpevolezza di un diciottenne accusato i parricidio e quindi, senza avere altre possibilità, proscioglierlo o mandarlo alla sedia elettrica.
Durante l'ora e mezza del film, grazie ad una sapiente regia, una eccellente sceneggiatura e superbe interpretazioni, vengono evidenziati i caratteri dei 12 giurati che quasi come belve in gabbia diventano a turno aggressivi e minacciosi rasentando più volte lo scontro fisico.
Lo spettatore percepisce l’ambiente surriscaldato come se fosse in quella stanza, con i protagonisti condizionati non solo dal gravoso compito morale ma anche dal clima vero e proprio che, parallelamente ai fatti, inizia come giornata torrida e afosa successivamente mitigata da un acquazzone e dal sospirato funzionamento dell’unico ventilatore.
Tutti bravissimi gli interpreti con Lee J. Cobb che domina tutti, sia per bravura che per il suo particolare personaggio, sovrastando anche Henry Fonda.
IMDb 8,9 RT 100% 3 Nomination nelle categorie oggettivamente più importanti, vale a dire miglior film, regia e sceneggiatura.
 

169 * “Sophie’s Choice” (Alan J. Pakula, USA, 1982) tit. it. “La scelta di Sophie” * con Meryl Streep, Kevin Kline, Peter MacNicol
Buon film ma non del tutto convincente, con un trio di interpreti troppo "sbilanciato", con il quasi inespressivo Peter MacNicol (al suo secondo film, ma anche nel resto della sua carriera non è mai riuscito a lasciare il segno), il bravo Kevin Kline che svolge dignitosamente il suo compito e la sempre ottima Meryl Streep, costretta a recitare con un marcatissimo accento polacco. A lei fu assegnato l'unico Oscar di questo film, ma oserei dire che delle sue "solo" 3 statuette forse è la meno meritata, mentre avrebbe dovuto riceverne di più dalle sue altre 17 Nomination.
Le spropositate lodi che raccolse all’uscita probabilmente furono influenzate (come spesso accade) dal politically correct e quindi dal tema: l’olocausto. Nel corso del tempo è stato rivalutato al ribasso, per quello che è: un buon film meritevole di una visione, ma certamente non un memorabile capolavoro.
Oscar a Meryl Streep quale protagonista, Nomination per sceneggiatura, fotografia, costumi e musica originale.
IMDb 7,7 RT 79%

 

168 * “The Shootist” (Don Siegel, USA, 1976) tit. it. “Il pistolero” * con John Wayne, Lauren Bacall, Ron Howard, James Stewart
“Quasi western” veramente particolare, ultimo film interpretato da John Wayne.
Don Siegel lo omaggia aprendo con una serie delle sue sparatorie più famose tratte da Red River (1948), Hondo (1953), Rio Bravo (1959), El Dorado (1967) e attribuendole al personaggio che interpreta: J.B. Books. Questi è un “pistolero” a fine carriera (e vita) che va a trovare il suo medico di fiducia dr. Hostetler, interpretato da James Stewart. La coppia di mostri sacri di Hollywood si erano già “esibiti” insieme in un altro famoso western: “L’uomo che uccise Liberty Valance”.
Ci sono anche altri nomi conosciuti e volti ben noti, da Lauren Bacall a John Carradine, e anche Ron Howard prima che diventasse famoso con “Happy Days” per poi passare alla regia e vincere anche l’Oscar con “A Beautiful Mind”.
Come western non è un gran che, sia per struttura che per epoca (primi anni del ‘900), ma ci sono tutti gli elementi classici, dall’avvenente vedova che fa colpo sul protagonista, lo sceriffo poco di buono, il ragazzo troppo intraprendente, qualche tocco di commedia e via discorrendo fino alla sparatoria finale nel saloon con il giocatore professionista e un paio di ceffi che avevano conti in sospeso con Books e con l’ovvia presenza del barista armato di doppietta.
Qualcuno vede nel finale di “Gran Torino” di Eastwood una citazione di “The Shootist” ... e forse non si sbaglia.
Nomination Oscar per la scenografia
IMDb 7,7 RT 93%

 

167 * “Memoirs of a geisha” (Rob Marshall, USA, 2005) tit. it. “Memorie di una geisha” * con Ziyi Zhang, Ken Watanabe, Michelle Yeoh, Gong Li
All’uscita divise la critica e scatenò infinite polemiche, tuttora resta singolare l’assoluta diversità di rating fra il buon 7,4 di IMDb e il misero 35% di RottenTomatoes. I giapponesi criticarono pesantemente sia il libro da cui è tratto (di Arthur Golden) che il film per la scarsa veridicità e per aver utilizzato troppi interpreti cinesi, anche nei ruoli principali. Da parte loro, i cinesi percepirono come offensiva la descrizione delle loro donne costrette non solo a diventare geishe contro la loro volontà ma anche a prostituirsi e addirittura a divenire schiave sessuali per i soldati nipponici (guerra sino-giapponese 1937-45), tanto che il film fu censurato e quindi bandito in Cina. Altri hanno criticato la storia molto poco probabile e realistica, tuttavia quasi tutto concordano sulla bellezza visuale e sulla riproduzione di un ambiente esotico e pieno di misteri seppur, a detta degli esperti, fasullo.
IMDb 7,4 RT 35%  *  3 Oscar (fotografia, scenografia, costumi) e 3 Nomination (sonoro,montaggio sonoro e colonna sonora)

 

166 * “Howards end” (James Ivory, UK, 1992) tit. it. “Casa Howard” * con Anthony Hopkins, Emma Thompson, Vanessa Redgrave, Helena Bonham Carter
Contando su due interpreti come Emma Thompson ed Anthony Hopkins già si preannunciava come un buon film, dopo averlo visto direi che è un ottimo film. Si distingue anche Vanessa Redgrave (Nomination Oscar) seppur nel suo ruolo molto limitato, l’elemento di “disturbo” è Helena Bonham Carter, secondo me generalmente sopravvalutata.
L’intricata e interessante sceneggiatura (tratta dall’omonimo romanzo di E.M. Forster) è sostenuta da un’ottima ricostruzione di ambienti, costumi e, non da ultima, la fotografia.
Si potrebbe definire un “dramma sociale” nel quale i membri di tre famiglie di livello sociale diverso si incontrano, si uniscono, si scontrano.
Merita senz’altro una visione, possibilmente in edizione originale per godere al meglio delle interpretazioni della Thompson e di Hopkins.
IMDb 7,5 RT 93% 3 Oscar (Emma Thompson protagonista, sceneggiatura, scenografia) e 6 Nomination (miglior film, regia, Vanessa Redgrave non protagonista, fotografia, costumi, musica originale)

 

165 * “The Lion in Winter” (Anthony Harvey, UK, 1968) tit. it. “Il leone d’inverno” * con Peter O'Toole, Katharine Hepburn, Anthony Hopkins
Questo film vale soprattutto per le ottime interpretazioni dei protagonisti e del resto, scorrendo i nomi del cast, non ci si poteva aspettare altro. Tuttavia nel complesso soffre troppo della sceneggiatura teatrale (tratta dal dramma storico di James Goldman, del 1966, e adattata dallo stesso autore) ed inoltre penso che per apprezzarlo si dovrebbe conoscere (o ricordare) un po’ di storia medioevale e forse quella insegnata a scuola in Italia non è sufficiente.
Vinse 3 Oscar (Katharine Hepburn quale protagonista, sceneggiatura e colonna sonora) e ottenne altre Nomination (miglior film, regia, Peter O’Toole protagonista e costumi)
Se non si gradisce la recitazione teatrale e non si riescono a seguire i giochi di potere esposti o prospettati dal re Henry II, sua moglie e i suoi tre figli, (con brevi interventi del re di Francia Filippo) e a cogliere i riferimenti a Thomas Becket e all’Aquitania, “Il leone d’inverno” può risultare estremamente noioso ... e dura oltre 2 ore.
IMDb 8,1 RT 91%

 

164 * “A Farewell to Arms” (Frank Borzage, USA, 1932) tit. it. “Addio alle armi” * con Gary Cooper, Helen Hayes, Adolphe Menjou
“Drammone romantico” tratto dall’omonimo romanzo di Hemingway, dal quale furono tratte successivamente altre versioni cinematografiche la più conosciuta delle quali è quella del 1957, diretta da Charles Vidor e interpretata da Rock Hudson e Jennifer Jones, ma pare che non sia per niente migliore.
A chi non conoscesse la trama posso dire che si tratta della appassionata storia d’amore fra un ufficiale americano arruolato nell’esercito italiano ed una infermiera inglese durante gli ultimi mesi della Grande Guerra. Inizia nel nord-est italiano e termina (ovviamente in modo tragico) in Svizzera.
Bravi i tre attori principali e ottima la regia con una eccezionale sequenza descrittiva della guerra in generale, lunga vari minuti duranti i quali non appare alcuno dei protagonisti e con un montaggio rapidissimo di grande effetto.
Vinse 2 Oscar: per la fotografia a Charles Lang (il suo unico, nonostante le 17 Nomination fra le quali quelle per “i maglifici 7”, “Sabrina”, “A qualcuno piace caldo”, “La conquista del west”, ...) e per il sonoro.
IMDb 6,6 RT 92%

 

163 * “The Big Sky” (Howard Hawks, USA, 1952) tit. it. “Il grande cielo” * con Kirk Douglas, Dewey Martin, Elizabeth Threatt
Altro classico western di Hawks, anche se non lo si potrebbe definire così. Infatti, si tratta di pionieri commercianti di pelli della prima metà dell’800 e tutto si svolge lungo il Mississippi e poi il Missouri durante un viaggio in barca di avventurieri indipendenti che dovranno vedersela con i grandi commercianti. Ci sono anche i pellerossa, ma in un ruolo marginale se non per i due che viaggiano sull’imbarcazione con equipaggio quasi tutto francese. Penso che questa succintissima descrizione basti a dimostrare che “Il grande cielo” si distingue dai tanti altri western dell’epoca.
Piacevole, interessante, buona storia, bella scenografia naturale.
Seppur datato e non un capolavoro, merita una visione
IMDb 7,1 RT 100%  *   Nomination Oscar: Arthur Hunnicutt non protagonista e Russell Harlan per la fotografia in b/n (all’epoca erano presti due Oscar separati, uno per il colore e uno per il b/n)

 

162 * “Le quattro verità” (Berlanga, Clair, Blasetti, Fra-Ita-Spa, 1964) * con Sylva Koscina, Monica Vitti, Rossano Brazzi, Leslie Caron, Charles Aznavour, Raymond Bussières
Film di quelli cosiddetti “ad episodi”, ma che in effetti consiste di quattro corti diretti da quattro registi diversi: Luis Garcia, Berlanga René Clair, Hervé Bromberger, Alessandro Blasetti (in ordine di montaggio).
Le storie sono ambientate in Spagna, Francia e Italia e sono assolutamente indipendenti e slegate fra loro, con il solo punto in comune di essere liberamente ispirati ad altrettante favole di La Fontaine: La morte e il carnefice, I due piccioni, Il corvo e la volpe, La lepre e la tartaruga. Il primo è quasi una “comedia negra” (da Berlanga non ci si poteva aspettare niente di diverso) e il terzo è quasi boccaccesco, ma entrambi mancano di vitalità, tranne che per un paio di spunti nel primo.
Molto più interessanti invece gli altri due, commedie sofisticate, che contano anche su interpretazioni migliori: Leslie Caron e Charles Aznavour nel “duetto” fra sconosciuti bloccati in un appartamento per un paio di giorni, e Monica Vitti, Sylva Koscina e Rossano Brazzi in un inusuale triangolo.
Film visto per pura curiosità in quanto il corto di Blasetti è in gran parte ambientato a Sorrento, a pochi km da casa mia.
Se aveste l’occasione di trovarli staccati uno dall’altro, consiglio di limitarvi a guardare solo il lavoro di Clair e Blasetti.
IMDb 6,5

 

161 * “Kika” (Pedro Almodóvar , Spa, 1993) tit. it. “Un corpo in prestito” * con Peter Coyote, Verónica Forqué, Victoria Abril
Questo mi ha convinto di meno di “La ley del deseo”, la storia è un po’ troppa contorta e nel confronto fra il quasi noir al quasi thriller, il secondo è evidentemente inferiore. La pur brava Victoria Abril con il suo onnipresente archetipo di “Go Pro” montata su un casco non è molto convincente (anche se l'idea in sé è geniale).
Sono anche certo che Verónica Forqué abbia ben messo in pratica tutte le idee di Almodóvar, ma il personaggio di Kika appare quasi surreale.
Alcuni passaggi sono troppo prevedibili e altri “stiracchiati” rendendo il ritmo generale molto più lento rispetto all’esuberanza e alla vera “passione” di “La legge del desiderio” che, oltretutto si avvaleva di un cast di gran lunga superiore.
A meno che non siate “allergici” ad Almodóvar, è da vedere comunque.
IMDb 6,5 RT 62%

 

160 * “La ley del deseo” (Pedro Almodóvar , Spa, 1987) tit. it. “La legge del desiderio” * con Eusebio Poncela, Carmen Maura, Antonio Banderas
Almodóvar double bill. Ho finalmente colmato un paio di lacune nelle prima parte della filmografia del regista manchego. Questo film di 30 anni fa (ma non li dimostra proprio) mi è piaciuto veramente molto. Storia intricata, a tratti con toni da commedia ma più che altro tendente al noir e, ovviamente, con protagonisti di ogni genere di “preferenza sessuale”, omosessuali, lesbiche, transessuali senza dimenticare gli omofobi.
Al di là di tutto ciò, penso che in questo film Almodóvar abbia inserito una serie impressionante di inquadrature memorabili, dettagli quasi macro, colori sgargianti con il solito rosso che spicca su tutti. Giusto per citarne un paio, il brevissimo primo piano ripreso dall’interno della macchia per scrivere, attraverso i tasti, e il famoso arco di acqua.
Tutti bravissimi gli attori, molti dei quali in ruoli per niente facili ... e ricordate che stiamo parlando della fine degli anni ’80 e di alcune scene esplicite che ancora oggi sono reputate “osé”. Inoltre, all’epoca Almodóvar non era ancora diventato tanto famoso da poter proporre qualunque cosa e quindi questo film era veramente provocatorio.
Uno dei migliori film di Pedro Almodóvar, da non perdere.
IMDb 7,2 RT 94%

 

159 * “Foxcatcher” (Bennet Miller, USA, 2014) * con Steve Carell, Channing Tatum, Mark Ruffalo
Non è male, ma mi aspettavo di meglio, perfino Ruffalo (che di solito apprezzo) mi è sembrato sottotono. Anche se l’essenza racconta di una storia purtroppo vera, in più punti questa viene presentata in modo poco credibile.
In sostanza non riesce a coinvolgere, visione non indispensabile, nonostante le 5 Nomination Oscar (Steve Carell, protagonista, Mark Ruffalo, non protagonista, regia, sceneggiatura, make-up).
IMDb 7,0 RT 88%

 

158 * “Abhijaan” (Satyajit Ray, India, 1962) tit. int. “The Expedition” * con Waheeda Rehman, Soumitra Chatterjee, Ruma Guha Thakurta
Per sua stessa ammissione, Martin Scorsese fu molto influenzato dal tassista indiano “di campagna” protagonista di questo film per costruire il personaggio il Travis Bickle (Robert De Niro) di “Taxi Driver”. La trama in effetti si sviluppa in modo abbastanza diverso non solo per epoca e luoghi, ma anche per la situazione. Tuttavia in entrambe i casi il tassista subisce il fascino di una giovane prostituta e ciò gli cambia la vita.
Anche in questo caso affascinano i vari modi in cui Ray compone persone e volti nel fotogramma, in particolare è apprezzabile l’apertura con inquadratura fissa per quasi 3 minuti nella quale, utilizzando l’immagine riflessa in un vetro rotto, appaiono i volti (non i profili) di due persone che in effetti dialogano faccia a faccia (vedi prima foto dopo la locandina, nella seconda altro esempio simile).
Ancora una volta, oltre che di buone interpretazioni (con il solito Soumitra Chatterjee in testa) il film si avvantaggia anche del supporto di un ottimo commento sonoro che più volte, nei momenti chiave, improvvisamente si interrompe creando ancor più tensione.
Pur essendo meno conosciuto di tanti altri titoli del regista bengalese, e più che altro noto per la sua relazione con “Taxi Driver”, non mi è sembrato che “Abhijaan” sia di qualità tanto inferiore ai migliori e merita senza dubbio una attenta visione.
IMDb 8,0  * 
Inserito nel 2001 nella “The Masters of Cinema Series” dell’Academy Film Archive.

 

157 * “Paloma herida” (Emilio Fernández, Mex-Gua, 1963) trad. lett. “Colomba ferita” * con Patricia Conde, Emilio Fernández, Andrés Soler, Columba Domínguez
Ennesimo buon film di Emilio Fernández “El Indio”, prolifico e ottimo regista messicano, anche attore (come in questo caso) nonché modello per la statuetta degli Oscar!.

Ancora una volta la storia si svolge in nell’ambito di una piccolissima comunità di indigeni. In questo caso gli indios vivono in riva ad un lago sopravvivendo con piccola pesca e agricoltura. Dal lago (in effetti l’Atitlán, Guatemala) giunge il malvagio Danilo (Fernández) con il suo carico di banditi e prostitute e si “impossessa” del pueblo. Il film inizia con la sua uccisione e continua con il lungo flashback degli eventi che spiegano l’assassinio a sangue freddo.
Come in tanti casi, la fotografia in bianco e nero è straordinaria pur non avvalendosi del maestro Gabriel Figueroa (Nomination Oscar e direttore della fotografia di quasi tutti i film messicani di Buñuel), ma del meno noto Raúl Martínez Solares (quasi 300 film, utilizzato da Buñuel in alternativa a Figueroa). Date uno sguardo all’allegata raccolta di foto.
“Paloma herida” merita senz’altro una visione, non solo per come è diretto e per le immagini, ma anche per l’ottima interpretazione dell’attore-regista Emilio Fernández.
IMDb 7,2

 

156 * “Al-mummia” (Chadi Abdel Salam, Egitto, 1969) tit. it. “La mummia”, tit. int. “The Night of Counting the Years” * con Ahmed Marei, Ahmad Hegazi, Zouzou Hamdy El-Hakim
Questo “La mummia” (niente a che vedere con tutti i suoi omonimi horror, avventura, sci-fi e compagnia cantante) è un altro dei pochi film egiziani conosciuti a livello internazionale e reputato di ottima qualità. Abdel Salam lavorò come scenografo e costumista per Roberto Rossellini (in Egitto per girare una puntata di “La lotta dell'uomo per la sua sopravvivenza”) e gli sottopose la sceneggiatura ottenendo la sua approvazione, consigli ed incoraggiamento.
Prende spunto da un fatto di cronaca del 1881, quando furono recuperati 40 sarcofagi (pieni) nell’area archeologica di Tebe a seguito della presa di coscienza del figlio di uno dei capi della tribù che per anni, ma con molta attenzione e parsimonia, avevano venduto un pezzo alla volta a ricettatori. Il film si svolge quasi interamente in un paesaggio desertico fra rovine, muri ricoperti da geroglifici, stretti passaggi e camere sotterranee, a poca distanza dal Nilo. I dialoghi sono pochissimi e l’espressività dei volti è volutamente limitata, mentre le riprese calano lo spettatore in un clima quasi surreale di sabbia e pietre che trasudano storia e cultura.
Film fatto restaurare da Martin Scorsese una decina di anni fa presso i laboratori “L’immagine ritrovata” di Bologna.
Un altro importante granello di sabbia (paragone quanto mai calzante) nel panorama del Cinema internazionale.
IMDb 7,9

 

155 * “Al-massir” (Youssef Chahine, Egitto, 1997) tit. it. “Il destino” * con Nour El-Sherif, Hani Salama, Laila Eloui
“Le idee (il pensiero) hanno ali. Nessuno può impedire il loro volo.”
Con questa frase (attribuita ad Averroè) si conclude il film mentre si vede il grande rogo dei libri del filosofo arabo (1126-1198) che rappresenta il personaggio chiave nei contrasti fra fazioni di “mori” che all’epoca governavano a Granada (Al-Andalus, poi Andalusia). Pur seguendo una trama “materiale” (con amori, tradimenti, attentati, canti e danze) questo lavoro di Chahine potrebbe definirsi filosofico visto che si tirano in ballo molti dei suoi convincimenti che, ovviamente, davano molto fastidio a tanti, soprattutto agli integralisti. Si parla tanto di libri, filosofia, religioni, leggi e libera circolazione delle idee.
Per chiarire, ecco alcune delle citazioni attribuite ad Averroè, alcune delle quali estremamente attuali
“L’ignoranza conduce alla paura, la paura all’odio, e l’odio conduce alla violenza. Questa è l’equazione.”
“Le donne dovrebbero essere trattate come esseri umani, non come animali domestici.”
“Il mondo è diviso fra uomini che hanno saggezza e non religione e uomini che hanno religione e non saggezza.
“La religione cristiana è la religione delle cose impossibili; la giudaica, è religione da fanciulli; la maomettana, da porci.”
“Una è la verità in filosofia, altra in religione: la prima è per i filosofi soltanto; la seconda, invece, è per tutti.”
“Chi pensa è immortale, chi non pensa muore.”
Ancora una volta Chahine non si limita a raccontare pedantemente una storia per immagini ma, oltre a rappresentarla bene e con interessanti movimenti di macchina, fornisce lo spunto agli spettatori attenti e “avidi di sapere” per informarsi o approfondire le loro conoscenze in merito all’Epoca d’Oro islamica, durante la quale il mondo arabo fu indiscusso centro intellettuale mondiale di scienze, filosofia, matematica, medicina, astrologia, alchimia e non da ultimo le arti.
Ho trovato questo interessante articolo apparso sul Guardian in occasione della morte di Chahine (2008) nel quale viene ben descritta la “filosofia” del regista egiziano e può servire a chi non lo conosce come introduzione ai suoi film, spesso in difesa di diritti e libertà, contro ogni tipo di barriera.
 IMDb 7,3 Nomination Palma d’Oro a Cannes
Curiosità: Omar Sharif fu scoperto e lanciato da Youssef Chahine che nel 1954 lo diresse nelle sue due prime apparizioni sul grande schermo: “Shaytan al-Sahra” (Devil of the Sahara) e “Siraa Fil-Wadi” (Struggle in the Valley, in questo fu già protagonista)

 

154 * “Bab el hadid” (Youssef Chahine, Egitto, 1958) tit. int. “Cairo Station” * con Farid Shawqi, Hend Rostom, Youssef Chahine
Subito prima di Jamila, nello stesso anno, Youssef Chahine diresse e interpretò quello che a tutt’oggi è il suo film più famoso “Bab el hadid” (trad. lett. “Il cancello di ferro”). Drammatico, un po’ di commedia, abbastanza osé per l’epoca, noir e infine thriller (molti vedono nel finale un’anticipazione delle scene conclusive di Psycho (Hitchcock, 1960). Fra i tre protagonisti certamente quelli che colpiscono per ruolo e per interpretazione sono Hend Rostom (famosissima attrice, all’epoca sogno proibito di tutti gli egiziani) nelle vesti (che in più momenti lasciano ben poco all’immaginazione) di Hanuma, una venditrice abusiva di bibite, e lo stesso Youssef Chahine, sorprendentemente bravo a impersonare Qinawi un venditore di giornali zoppicante e ossessionato dalle donne.
Apprezzabile sotto ogni punto di vista, fu a un passo dall'ottenere l’Orso d’Oro a Berlino, ma per sua sfortuna si trovò la strada sbarrata da “Il posto delle fragole” (Igmar Bergman, 1957). Interessante anche lo spaccato che ci fornisce della società egiziana a fine anni ’50 approfittando dell’ambiente della stazione nella quale confluiscono le classi sociali più varie e dove si confrontano quelli che l’ cercano di guadagnarsi da vivere. I forti contrasti fra passato e modernità si notano nel modo di vestire, di agire, nella musica e a livello lavorativo visto che il terzo protagonista Farid Shawqi lotta per costituire un sindacato fra i lavoratori della stazione.
All’uscita in Egitto “Bab el hadid” fu molto apprezzato dalla critica ma condannato dal pubblico e dai “benpensanti” tanto da farlo ritirare dalla circolazione. Le tante scene con “troppa carne scoperta” (che mi hanno ricordato tanto Bunuel) sempre accompagnate dagli sguardi esplicitamente libidinosi di Qinawi hanno di fatto tenuto al bando il film per ben 20 anni. Forse anche per questo, quando si ricominciò a proporlo a partire dal 1978 fu acclamato da tutti e consacrò Youssef Chahine come il genio del cinema egiziano.
IMDb 7,2 RT100% Nomination Orso d’Oro a Berlino

 

153 * “La battaglia di Algeri” (Gillo Pontecorvo, Ita, 1966) * con Brahim Hadjadj, Jean Martin, Yacef Saadi
Buon film, ma secondo me sopravvalutato ... assolutamente esagerata la sua 240^ posizione nella classifica IMDb (cito spesso questi dati per puri motivi statistici, non perché li ritenga attendibili).
Si avvantaggiò di critiche positive e riconoscimenti per motivi “politici” e per l’impegno profuso in questo quasi documentario certamente difficile da realizzare, ma comparato con Jamila (appena visto, recensione precedente) non percepisco una tale differenza di merito. Al contrario, il film egiziano, girato con guerra ancora in corso e con meno mezzi, mi è sembrato molto più coinvolgente e lo preferisco , nonostante la sua “ingenuità” in alcuni passaggi.
Su siti e blog internazionali, e su alcuni italiani, troverete vari accostamenti e paragoni fra i due film, anche se quello di Pontecorvo copre l’intero periodo di guerra/rivoluzione mentre quello di Chahine si concentra sulla storia di Jamila Bouhired e quindi sugli avvenimenti del 1957.
Comunque sia, merita certamente una visione.
IMDb 8,1 RT 99% 240° miglior film di sempre secondo IMDB - 3 Nomination Oscar, per miglior film in lingua non inglese nel 1967 e per Regia e Sceneggiatura nel 1969 - 3 premi a Venezia 1966

 

152 * “Djamilah” (Youssef Chahine, Egitto, 1958) aka “Jamila, the Algerian” * con Magda, Ahmed Mazhar, Salah Zulfakar
Due vie diverse mi hanno portato a questo film ... cercavo qualche buon film egiziano e più o meno contemporaneamente dei classici italiani degli anni 60-70. “Djamilah”(aka “Jamila”) tratta della guerra d’Algeria ed in particolare della storia di una combattente del fronte di liberazione, veramente esistita e tuttora vivente: Jamila Bouhired. Il film italiano, come potrete facilmente immaginare, è “La battaglia di Algeri” (1966) di Gillo Pontecorvo. La particolarità del lavoro di Chahine (sempre impegnato in campo politico e sociale) consiste nel fatto che fu girato appena un anno dopo gli avvenimenti descritti e con la Bouhired ancora nelle galere francesi. La notizia del processo farsa a questa “partigiana” davanti ad una corte marziale che non le riconosceva nessun diritto, neanche la scelta di un avvocato, fece scalpore e solo grazie a ciò fece ben presto il giro del mondo e così la condanna a morte fu commutata in ergastolo. Jamila fu scarcerata a fine guerra, 1962, e l’anno dopo sposò l’avvocato parigino che “irrompendo” nel tribunale giusto in tempo la difese per quanto potette e poi raccontò i dettagli della violenze e delle torture alla stampa internazionale.
La brutalità dei militari francesi e degli ancor più temibili Legionari viene mostrata chiaramente e senza mezzi termini e proprio per questo il film fu bandito in parecchi paesi per vari anni. Anche nel film di Pontecorvo viene citata, seppur marginalmente, Jamila Bouhired che successivamente sarebbe stata a capo dell’associazione delle donne algerine e tutt’oggi (a 81 anni) si batte per i diritti civili.
Pur non essendo memorabile dal punto di vista strettamente cinematografico in quanto troppo attento a veicolare un messaggio, il film è ben realizzato se considerai i mezzi tecnici e i ridotti tempi di realizzazione. Senza dubbio ebbe il merito di rendere nota la storia di Jamila diventando strumento di propaganda, prassi del resto comune anche in vari altri “regimi” del passato. Senz’altro qualche situazione è stata esagerata, ma sembra che nel complesso Youssef Chahine sia riuscito ad interessare all’epoca l’opinione pubblica e ancora oggi (come nel mio caso) essere pungolo per approfondire un po’ di storia di poche decine di anni fa di una nazione quasi nostra dirimpettaia.
Oltre alla locandina, trovate una foto della vera Jamila, terza da sinistra.
IMDb 7,2

 

151 * “Midnight in the Garden of Good and Evil” (Clint Eastwood, USA, 1997) tit. it. “Mezzanotte nel giardino del bene e del male” * con John Cusack, Kevin Spacey, Jack Thompson, Lady Chablis, Jude Law
Inizia come commedia di costume della ricca borghesia di Savannah, nelle splendide magioni d’epoca, per poi diventare un court room movie. Una buona varietà di personaggi con due di essi che rubano la scena ai più famosi protagonisti vale a dire il pur sempre bravo Spacey e a Cusak che, a mio parere, tanto bravo non è mai stato. Si tratta di Jack Thompson che nei panni dell’avvocato difensore ci regala un’ottima interpretazione e di Lady Chablis nelle vesti di una istrionica ed imprevedibile drag queen. Stranamente questo è rimasto l’unico film di Benjamin Edward Knox (il suo vero nome così come registrato all’anagrafe) nonostante fosse un nome già ben noto avendo vinto numerosi concorsi ed essendo questa la prima apparizione di un transgender in un ruolo principale e in un film con regista e attori di livello internazionale.
Fra i tanti bravi attori e caratteristi che appaiono in ruoli minori (o brevi) ci sono anche Jude Law, agli inizi della sua brillante carriera e Alison Eastwood (figlia di Clint).
In conclusione, l’ho trovato piacevole e a tratti divertente anche se un po’ troppo lungo (quasi 2h30’), con molti alti e bassi, particolarmente affascinante per la descrizione del particolare ambiente di Savannah, storica cittadina del sud-est degli Stati Uniti, almeno per come viene ritratto ma non penso che sia stato molto distante dalla realtà.
Questo film inusuale di Clint Eastwood, basato sul romanzo omonimo di John Berendt, è talmente particolare che non ha ricevuto recensioni consistenti, è stato osannato da tanti ma ancor più sono quelli che lo hanno stroncato senza pietà alcuna.
Io ne consiglio comunque la visione, in particolare a chi apprezza Clint Eastwood e poi ognuno sarà libero di giudicarlo capolavoro incompreso o peggiore film di sempre.
IMDb 6,6 RT 48%

Per informazioni generiche, tecniche e recensioni  dei film consiglio di consultare i seguenti siti:

IMDb (Internet Movie Database) : il più completo, la Bibbia del Cinema, con archivio di 3.5mln di titoli e quasi 7mln di nomi (in inglese)

Rotten Tomatoes : meno dati di IMDb, raccoglie soprattutto recensioni in rete, quindi carente su film datati (in inglese, con numerose recensioni in spagnolo)

Film Affinity/es : trovo che sia il più completo per quanto riguarda film spagnoli e dell'AmericaLatina (in spagnolo)

Allo Ciné : sopratutto cinema francese, ma non solo (in francese)

 Upperstall.com  : specializzato in cinema indiano. uno dei più frequentati al mondo fra i siti che si occupano di cinema  (in inglese)

per ricevere o fornire informazioni cinematograiche potete scrivermi a giovis@giovis.com

     

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