POST CINEMATOGRAFICI

indice completo dei  1300 film 2016 - 2018

lista film (pdf)  2015   2014   2012-13

2016

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51 - 100

101 - 150

151 - 200

201 - 250

251 - 300

301 - 350

351 - 403

 

2017

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101 - 150

151 - 200

201 - 259

260 - 299

300 - 349

350 - 399

400 - 443

2018

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301 - 350

351 - 400

401 - 454

2019

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51 - 100

       

micro-recensioni dei film del 2018   (dal 150° al 101°)


leggi tutte le 50 micro-recensioni (in basso, dopo i poster)

Stanley Kubrick, USA, 1962

Takeshi Kitano, Jap, 1999

C. Buck, J. Lee, USA, 2013

Sebastián Lelio, Cile, 2017

Taylor Sheridan, USA, 2017

Luis Berlanga, Spa, 1973

Jan Harlan, USA, 2001

S. Smith, B. Cook, USA, 2011

P. Lord, C. Miller, USA, 2009

Andrew Stanton, USA, 2003

James Algar, USA, 1942

Dee Rees, USA, 2017

Andrey Zvyagintsev, Rus, 2017

Ziad Doueiri, Lib/Fra, 2017

Rob Marshall, USA, 2002

Gary Alazraki, Mex, 2013

Nate Parker, USA, 2016

Yasujirô Ozu, Jap, 1942

Carl Th. Dreyer, Dan, 1920

Akira Kurosawa, Jap, 1965

Fernando Trueba, Spa, 2016

Zoltan Korda, USA, 1942

Michel Franco, Mex, 2017

Clive Donner, UK, 1963

Sean Baker, USA, 2017

Yoshishige Yoshida, Jap, 1962

Yoshishige Yoshida, Jap, 1960

Alfred E. Green, USA, 1948

G. Martínez Solares, Mex, 1946

Abdellatif Kechiche, Fra, 2013

Kon Ichikawa, Jap, 1963

Kaneto Shindô, Jap, 1960

Yoshishige Yoshida, Jap, 1970

Kinji Fukasaku, Jap, 1968

Yasujirô Ozu, Jap, 1936

Kenji Mizoguchi, Jap, 1936

Miguel Littin, Mex/Col, 1979

Sofia Coppola, USA, 1999

Steven Spielberg, USA, 2018

Federico Fellini, Ita, 1986

George P. Cosmatos, USA, 1993

Steven Soderbergh, USA, 2001

Milos Forman, USA, 1981

Ryan Coogler, USA, 2018

F. F. Coppola, USA, 1997

Stephen Daldry, USA/UK, 2002

Rouben Mamoulian, USA, 1941

David O. Russell, USA, 2004

Danny Boyle, USA, 2007

Daniel Burman, Arg, 2004

150 “Lolita” (Stanley Kubrick, USA, 1962) * con James Mason, Shelley Winters, Sue Lyon, Peter Sellers
IMDb 7,6 RT 95% * Nomination Oscar a Vladimir Nabokov per sceneggiatura non originale

Dopo aver guardato l’ottimo documentario “Stanley Kubrick: A Life in Pictures”, ho finalmente messo le mani anche su un’ottima copia (v.o.) di Lolita, completando così la ridottissima filmografia (13 lungometraggi in 47 anni) di uno dei registi più particolari della seconda metà del secolo scorso.
Come in tanti altri casi (11 su 13) la sceneggiatura è basata sul discusso romanzo Nabokov, quello che alla sua uscita nel 1952 suscitò tanto scalpore da essere bandito negli Stati Uniti (dove ha luogo la storia e dove risiedeva fino al 1955. In effetti, non avendo letto il libro, sembra chiaro che molto è stato omesso oltre al fatto (certo) che la dodicenne Lolita, oggetto delle “attenzioni” del prof. Humbert (James Mason), nel film diventa una quattordicenne, interpretata da una sedicenne ... ma ciò evidentemente non bastò ad evitare la censura.
Girato in un ottimo bianco e nero in un classico 1.66 : 1, non pesa assolutamente nonostante le due ore e mezza, non solo per la sapiente regia (singolari le numerosissime dissolvenze al nero) ma anche per la bravura degli interpreti. Perfino la giovane esordiente Sue Lyon (che poi non ebbe una gran carriera) non sfigura a confronto degli ottimi James Mason, Shelley Winters e Peter Sellers, quest’ultimo stavolta in un ruolo drammatico e da “trasformista”, molto lontano da quelli delle sue commedie.
Come tutti i film di Kubrick, merita un’attenta visione e, pur essendo superfluo ribadirlo, è di tutt’altro livello rispetto al remake del 1997 diretto da Adrian Lyne, con Jeremy Irons, Melanie Griffith e Dominique Swain.
 

149 “Kikujiro” (Takeshi Kitano, Jap, 2006) tit. it. “L’estate di Kikujiro” * con Takeshi Kitano, Yusuke Sekiguchi, Kayoko Kishimoto  * IMDb 7,8 RT 60% * Nomination Palma d’Oro a Cannes
Film di Kitano mai sentito nominare e certamente non fra i suoi più famosi. Lontanissimo dai yakuza, violenza quasi dl tutto assente e i pochi casi non vengono mostrati. Delicato, a tratti quasi poetico e a tratti onirico, narra delle peripezie di un “bulletto poco-di-buono” (Kitano) che scorta e assiste il piccolo Masao (Yusuke Sekiguchi) che vuole incontrare sua madre che da anni vive lontano. In questa molto commedia / poco dramma Kitano, anche in questa occasione sceneggiatore e protagonista, sembra essere molto focalizzato sulla regia e porta a termine un eccellente lavoro, solo con qualche sbavatura nella parte finale. Ogni inquadratura è ben scelta e accuratamente montata, anche quelle che appaiono solo per un paio di secondi. Non si può parlare di citazioni, ma certamente sono evidenti tanti riferimenti agli stili di Ozu e anche a quelli “geometrici” di Yoshida.
Ampiamente sottovalutato dal pubblico che, evidentemente, si aspettava tutt’altro e forse il solo nome Kitano ha tenuto lontani altri che avrebbero apprezzato il film. Consigliato.
 

148 “Frozen” (Chris Buck e Jennifer Lee, USA, 2013) tit. it. “Frozen - Il regno di ghiaccio” * animazione  *  IMDb 7,5 RT 85% * 2 Oscar (animazione e musica), probabilmente assegnati per mancanza di seria concorrenza.
Le poche cose buon sembrano copiate, i personaggi non sono certo fra quelli indimenticabili, la trama è vista e rivista ... in varie salse ma sempre la stessa, quindi prevedibile. Non ho colto alcuna possibilità di lettura "adulta" (positiva caratteristica di tanti “cartoni animati” moderni) della trama e le canzoni sono senz'altro troppe, in particolare nella prima metà.
In conclusione un prodotto certamente non all'altezza dei moderni film d'animazione.
 

147 “Una Mujer Fantástica” (Sebastián Lelio, Chi, 2017) tit. it. “Una donna fantastica” * con Daniela Vega, Francisco Reyes, Luis Gnecco  *  IMDb 7,3 RT 97% * Oscar miglior film in lingua non inglese
In questo film, che pochi mesi fa ha vinto l'Oscar come migliore in lingua non inglese, mi è sembrato di notare una certa (forse troppa) influenza Larrainiana, e del resto l'altro astro emergente del cinema cileno è produttore della pellicola.
Avendo detto ciò, è facile intendere che mi riferisco al ritmo lento, lunghi drammatici primi piani, pochi dialoghi, tutto ben presentato nella sostanza ma non abbastanza coinvolgente.
Le scene oniriche fanno peredere il ritmo senza aggiungere molto, la protagonista, al di là dei suoi problemi di relazione, in particolare con la famiglia del compagno, sembra un po' troppo sprovveduta.
Comunque interessante e ben proposto è il rapporto fra i protagonisti che, loro malgrado, devono affrontare i pregiudizi e le maldicenze della gente. Insomma un film con vari pro e contro che, a mio giudizio, ha sottratto l'Oscar a Nelyubov (Loveless) di Zvyagintsev.
 

146 “Wind River” (Taylor Sheridan, USA, 2017) tit. it. “I segreti di Wind River” * con Kelsey Asbille, Jeremy Renner, Julia Jones  *  IMDb 7,8 RT 87% *  premio Certain Regard - miglior regia e 2 Nomination a Cannes
Sceneggiatura un po' scontata, certamente un passo indietro di Sheridan rispetto alle sue precedenti (Sicario e Hell or high water), entrambe eccellenti ... quanto avrà influito la sua decisione di cimentarsi anche (per la prima volta) come regista?
Il breve "testo poetico" iniziale è un po' stonato, la domanda conclusiva che appare sullo schermo con i titoli di coda è molto di tendenza, direi ruffiana.
Renner è bravino ma non abbastanza convincente, il quasi onnipresente (come caratterista di personaggi di indiamii d’America) Graham Greene riesce a calarsi molto meglio nel ruolo dello sceriffo, la appariscente (anche per precisa scelta di Sheridan) Elizabeth Olsen è ignava ma a sua parziale discolpa bisogna dire che è il suo personaggio ad essere assolutamente insulso come buona parte della situazione.
Il film si regge quindi su una discreta regia, sui bei paesaggi innevati, le corse in motoslitta, spesso spericolate, e sulla caratterizzazione dei nativi americani, la cui situazione attuale ed effettiva è sconosciuta ai più, almeno per taluni aspetti.
Un film senz'altro sufficiente ma, per il futuro, sarebbe forse opportuno che Sheridan optasse per la sceneggiatura o per la regia. Questa prima prova di multitasking risulta essere un po' deludente.
 

145 “Grandeur Nature” (Luis García Berlanga, Spa, 1974) tit. it. “Life Size (Grandezza naturale)” * Michel Piccoli, Valentine Tessier, Rada Rassimov  *  IMDb 6,8
Questo è il film “raro” (a detta di vari blogger quasi introvabile), al quale ho accennato ieri scrivendo dell’ottimo documentario su Kubrick.
Il titolo “Grandezza naturale” si riferisce alle dimensioni di una bambola di poliuretano (non una gonfiabile come riportato da più parti) che il un dentista parigino di mezza età, agiato e borghese, pur avendo una moglie piacente e varie amanti occasionali, si fa spedire dal Giappone.
Con il trepidante Michel Piccoli (ottimo nell’interpretazione del dentista) che attende di sdoganare il voluminoso pacco all’aeroporto di Orly (Parigi) Berlanga apre il film, i titoli di testa verranno dopo. La sceneggiatura è firmata dallo stesso regista insieme con il suo quasi inseparabile amico Rafael Azcona (7 film insieme), per una co-produzione italo-franco-spagnola girata in Francia in quanto la Spagna era ancora sotto il regime del Generalisimo Franco (el Caudillo) ed era difficile aggirare la censura. Considerati gli autori non ci si poteva aspettare altro che una comedia negra dai risvolti grotteschi con un soggetto al limite del surreale. Il film fu comunque parzialmente censurato, pochi hanno avuto modo di guardare l’originale di 101 minuti, ridotti poi a 89’ per la distribuzione in DVD.
Non é certo fra i migliori di Berlanga, forse proprio per essere troppo distante dalla quotidianità spagnola che in precedenza aveva proposto nei suoi film degli anni '60 con le velate critiche al franchismo che il censore ignorò (volutamente o perché non colse i sottili e arguti riferimenti?) ma non abbastanza da sfuggire agli spettatori attenti.
Non dico altro per evitare spoiler, ma agli interessati suggerisco la lettura di questo interessante articolo di vari anni fa nel quale, oltre ad interessanti riferimenti, ci sono anche vari accenni alla trama.
 

144 “Stanley Kubrick: A Life in Pictures” (documentario di Jan Harlan, USA, 2001) * voce narrante: Tom Cruise * IMDb  8,0  RT 87%

https://discettazionierranti.blogspot.com/2018/05/stanley-kubrick-life-in-pictures-jan.html

 

142 “Cloudy with a Chance of Meatballs” (Phil Lord, Christopher Miller, USA, 2009) ) tit. it. “Piovono polpette” * animazione * IMDb 7,0 RT 87%
143 “Arthur Christmas” (Sarah Smith, Barry Cook, USA, 2011) tit. it.
“Il figlio di Babbo Natale” * animazione * IMDb 7,1 RT 94%
Seconda coppia di film di animazione che, all’opposto dei due precedenti, hanno ambientazione (pseudo)umana e le cui sceneggiature, secondo me, sono state sottovalutate. Parlo delle sole sceneggiature in quanto, oggettivamente, penso che le animazioni e i disegni della Sony non possano competere con i lavori prodotti dalla Disney/Pixar.
Da una lettura “adulta” del primo si potrebbero trarre tanti spunti di discussione in merito alla (sovra)alimentazione in genere, ai “miti” gastronomici, all’eccesso di junkfood in circolazione, alla pubblicità ingannevole, ai programmi tv scadenti. Oltre a ciò, ci sono delle idee divertenti e gag ben riuscite. Una grossa pecca della versione italiana è quella di aver scelto un accento siciliano (unica caratterizzazione regionale) per il padre del "piccolo genio" ... perché mai???
Nel complesso non male, ma graficamente abbastanza dozzinale.
“Arthur Christmas” , da non genitore, mi ha fatto riflettere su un punto fondamentale del film: chi crede ancora a Babbo Natale? Certamente i più piccoli, ma fino a che età? Inoltre, i “credenti” che hanno visto il film saranno usciti dalla sala con maggiori convinzioni o in lacrime per aver perso un mito?
Anche questo, come “Piovono polpette” propone personaggi abbastanza originali e situazioni ben trattate ed è egualmente carente in quanto alla grafica.

 

140 “Bambi” (James Algar, USA, 1942) * animazione
IMDb 7,3 RT 84% * 3 Nomination Oscar
141 “Finding Nemo” (Andrew Stanton, USA, 2003) tit. it. “Alla ricerca di Nemo” * animazione
IMDb 8,1 RT 99% * Oscar miglior film di animazione * attualmente al 166° posto nella classifica IMDb dei migliori film di tutti i tempi
Dopo una serie di film drammatici, mi sono dedicato all’animazione, con due film classici di 60 anni di differenza.
Bambi, è il sesto lungometraggio prodotto da Disney e segue alcuni altri grandi classici come Biancaneve (1937, il primo), Fantasia e Dumbo. Nel film viene proposta una buona rappresentazione del mondo del bosco (tipico del Nord America), cogliendo alcune caratteristiche dei vari animali senza scadere in caricature eccessive. Degli esseri umani si subisce a tratti la presenza, ma non vengono mai disegnati.
Al contrario, Nemo si occupa soprattutto del mondo marino (barriera corallina e oceano) e degli uccelli che lo utilizzano per nutrirsi (soprattutto pellicani e gabbiani) e, in questo caso, gli umani si vedono oltre a far sentire la loro presenza come predatori. Date le diverse tecniche di realizzazione e i gusti dei tempi, questo, oltre ai protagonisti disegnati in modo molto più caricaturale, ha un ritmo molto più veloce del precedente e approfitta dell’animazione molto più fluida per rapidissime evoluzioni, i colori sono molto più vivi e contrastati. Comparando i soggetti, entrambi iniziano con i protagonisti neonati e poi ne seguono la crescita fra mille pericoli, nei confronti dei quali gli amorevoli genitori li mettono in guardia, ovviamente inascoltati.
Da entrambe, chi vuole, può ricavare i soliti evidenti insegnamenti morali, così come quelli più sottili come il fatto che non tutti quelli che sembrano cattivi lo sono veramente, un molto superficiale approccio alla struttura della catena alimentare e così via.
In Nemo c’è da notare la partecipazione di due famosi attori come Willem Dafoe (Gill, il Moorish idol che pianifica evasioni) e Geoffrey Rush (il pellicano Nigel).
Entrambe i film hanno fatto epoca e per questo meritano una visione, indipendentemente dai loro reali meriti.

 

139 “Mudbound” (Dee Rees, USA, 2017) * con Garrett Hedlund, Carey Mulligan, Jason Clarke, Mary J. Blige * IMDb 7,5 RT 96% *  4 Nomination Oscar (Mary J. Blige non protagonista, sceneggiatura,fotografia, musica originale)
Dopo aver recuperato altri due nominati agli Oscar 2018 fra i film non in lingua inglese e in attesa di guardare il vincitore in tale categoria (Una mujer fantastica), ho visto questo “Mudbound” che, nonostante le 4 Nomination e buone recensioni, mi ha parzialmente deluso (forse proprio in quanto avevo grandi aspettative). Ho il forte sospetto che rientri in quella categoria di film che hanno un certo successo un po’ per il tema e molto per il momento nel quale vengono distribuiti. Mi riferisco al fatto che sia un film molto “al femminile”, la regista Dee Rees è infatti anche coautrice della sceneggiatura (insieme con Virgil Williams) tratta dal romanzo omonimo della scrittrice Hillary Jordan. Anche la fotografia è diretta da una donna (Rachel Morrison) e la co-protagonista Mary J. Blige è una famosissima cantautrice (non per niente soprannominata “The Queen of Hip-Hop Soul” e “The Queen of R&B”) che per questo film ha ottenuto ben due Nomination.
Quote da IMDb: “Mary J. Blige becomes the first African American woman to receive multiple Oscar nominations in the same year. Additionally, she becomes the first person to be nominated in both a music category and an acting category in the same year. She also becomes the first African American actress to be directed to an Oscar nomination by a female African American director.”
Tornando al film, mi è sembrato in gran parte una storia vista e rivista, per di più abbastanza edulcorata durante la maggior parte del film, per poi esplodere con la violenza finale. I flashback dei due reduci sono molto approssimativi e la descrizione dell’ambiente cittadino mi è parsa molto superficiale. Al contrario, la fotografia è veramente di ottimo livello così come alcune interpretazioni.
In sostanza un buon film, ma sopravvalutato.
 

138 “Loveless” (Andrey Zvyagintsev, Rus, 2017) tit. or. “Nelyubov“ * con Maryana Spivak, Aleksey Rozin, Matvey Novikov  *  IMDb 7,7 RT 97% * Nomination Oscar miglior film in lingua non inglese
Dopo Leviathan, questo è il secondo film Zvyagintsev che guardo (il più recente dei suoi 5 lungometraggi, degli ultimi tre anche sceneggiatore) e ho trovato di nuovo una rappresentazione molto critica di alcuni aspetti della società russa moderna che, nella sua troppo rapida occidentalizzazione, esalta problemi e difetti riscontrabili quasi dovunque anche se in modo meno evidente.
La coppia in fase di disgregazione e le due che contemporaneamente iniziano il loro percorso (ma sembra di intravedere che anche queste non abbiano grandi speranze di lunga durata) sono in vero centro dell’ottima sceneggiatura, e non il figlio dodicenne della coppia che, appunto, viene quasi totalmente ignorato. Sembra che i suddetti 4 protagonisti, e chi sta loro intorno, siano solo interessati ad “apparire”, avere il lusso alla loro portata, inseguire effimeri piaceri, ognuno per la sua strada, secondo la logica del “miglior” egoismo. Selfie e smartphone sono onnipresenti, comunicazione fra le persone quasi assente, l’unico momento del film nel quale i genitori del bambino hanno una reazione emotiva è nel corso della loro visita all’obitorio.
Di contro, nel contorno, spicca la figura della madre di lei (russa di altri tempi) e del gruppo di volontari che si dedicano alla ricerca delle persone scomparse con maniacale precisione ed efficienza, disinteressatamente. Questo è forse l’unico messaggio positivo del film che invece è molto critico nei confronti di certi ambienti lavorativi, l’atavica ingerenza della religione (in questo caso ortodossa), l’inefficienza della polizia, la mancanza di “amicizia” anche fra i ragazzi, insomma una società che tende all’opulenza, ma anche alla disgregazione.
Visto lo stile cupo e lento eppure preciso e analitico di Zvyagintsev, considerata la storia rappresentata nel precedente “Leviathan” e dopo aver letto i soggetti dei suoi precedenti 3 film non meraviglia sapere che i suoi registi preferiti siano Ingmar Bergman, Robert Bresson, Andrei Tarkovsky, Otar Iosseliani e, primo fra tutti, Michelangelo Antonioni.

 

137 “L’insulte” (Ziad Doueiri, Lib/Fra, 2017) tit. it. “L’insulto” * con Adel Karam, Kamel El Basha, Camille Salameh
Finalmente sono riuscito a recuperare 3 dei candidati all’Oscar come miglior film in lingua non inglese (fra i quali il vincitore “Una mujer fantastica”) ed anche Mudbound. Comincio con questo film (quarto in 20 anni) del libanese Ziad Doueiri, che da anni vive e lavora fra Francia e USA, del quale è stato co-sceneggiatore. Come tutti sanno (o almeno dovrebbero sapere) la situazione del Vicino e Medio Oriente è estremamente caotica e di difficile comprensione in quanto ai conflitti politici si sommano quelli razziali e religiosi, fortemente radicati. In questo ambiente si svolge questa storia che, iniziata con un insulto (una sola parola), monta in un’escalation inarrestabile rischiando di approdare ad una guerra civile. Infatti, i due "contendenti" sono un libanese cristiano e un palestinese islamico rifugiato in Libano, ed ciascuno è appoggiato dalla propria comunità.
Senza dubbio è molto ben realizzato e ben interpretato, con alcune situazioni e dialoghi che mi hanno ricordato i lavori del pluripremiato iraniano Farhadi, tuttavia mi sembra che si perda un po’ nel finale.
Comunque merita una visione non solo per la buona qualità, ma anche perché offre la possibilità di conoscere alcuni aspetti sociali (che pochi conoscono) dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo orientale.
IMDb 7,8 RT 91% * Nomination Oscar miglior film in lingua non inglese

 

136 “Chicago” (Rob Marshall, USA, 2002) * con Renée Zellweger, Catherine Zeta-Jones, Richard Gere, Queen Latifah e John C. Reilly  *  IMDb 7,2 RT 88%
Uno dei tanti film “in arretrato”, per essermelo perso all’epoca.
Peccato per la partecipazione di Richard Gere il quale, oltre alla presenza e ammesso che effettivamente piaccia alle donne, non ha quasi niente dell’attore essendo più o meno incapace. Ottime le musiche e l’impianto scenico con doppia ambientazione (pregevole soprattutto quella teatro/carcere). Brave le due prime donne e Queen Latifah e John C. Reilly fra i “rincalzi”. non per niente tutti e quattro ottennero la Nomination (4 attori da uno stesso film penso sia un record) anche se solo Catherine Zeta-Jones vinse la sua statuetta.
Sul lato negativo, ho trovato un po’ troppo lunghi vari pezzi musicali, spesso ben oltre i 3 minuti il che, in un film, è tanto. Inoltre, in più punti il montaggio mi è sembrato troppo rapido e confuso.
Piacevole visione, perfetta per passare quasi due ore fra musica e belle scene ben fotografate.
6 Oscar (Miglior film, Catherine Zeta-Jones non protagonista, scenografia, costumi, montaggio, sonoro) e altre 7 Nomination (Renée Zellweger protagonista, Queen Latifah e John C. Reilly non protagonista, regia, sceneggiatura, fotografia, canzone)

 

135 “Nosotros los nobles” (Gary Alazraki, Mex, 2013) * con Gonzalo Vega, Luis Gerardo Méndez, Karla Souza *  IMDb 7,4 RT 100%
Discreto, ma deludente e spiego perché.
Il soggetto film è quasi un remake di “El gran calavera” (1949), secondo film di Buñuel in Messico con un ottimo Fernando Soler che (si dice) fu co-regista, dopo Gran Casino (1947) con due stelle dell’epoca Jorge Negrete e Libertad Lamarque. Anche la scelta del titolo strizza l’occhio alla Epoca de Oro del Cine Mexicano, in quanto “Nosotros lo pobres” (1948, di Ismael Rodríguez, con Pedro Infante) fu uno dei film di cassetta del’epoca e si trova al 27° posto fra i migliori film messicani.
Se non fosse per questi obbligatori paragoni con lavori di 70 anni fa, sarebbe una commedia più che decente che, senza volgarità, riesce a divertire e a mettere il dito in varie piaghe della vita moderna, specialmente dei giovani figli di papà. E ho appena appreso che “Belli di papà” (2015, di Guido Chiesa, con Abbatantuono) ne è il remake italiano.
Nella modernizzazione della storia ci sono personaggi ben delineati (come il socio del magnate), ma si perdono i rapporti familiari (nell’originale i maggiori “vampiri succhiasoldi” sono fratello e cognata).
“Nosotros los nobles” è stato campione di incassi assoluto in Messico, raddoppiando il precedente record che durava da ben 11 anni.
 

134 “The Birth of a Nation” (Nate Parker, USA, 2016) * con Nate Parker, Armie Hammer, Penelope Ann Miller  *  IMDb 6,4 RT 72%
Non mi aspettavo molto, ma l’ho trovato peggiore del previsto. Seppur ispirato ad un evento reale, l’ho trovato didascalico, ripetitivo e pieno di situazioni viste e riviste, oltretutto in mano a registi migliori e con buoni interpreti.
Ho ritrovato l’improponibile Armie Hammer e di nuovo mi sono chiesto perché lo paghino per “recitare” ... mi sembra assolutamente incapace. Forse piace ad un certo pubblico femminile?
Nate Parker si dimostra essere estremamente presuntuoso per voler essere sceneggiatore regista e protagonista, senza averne le capacità.
In pratica film “inutile” ed assolutamente evitabile.
 

133 “C'era un padre” (Yasujirô Ozu, Jap, 2013) tit. or. “Chichi ariki” * con Chishû Ryû, Shûji Sano, Shin Saburi *  IMDb 7,8 RT 100%
Ennesimo ottimo film di Ozu con protagonista Chishû Ryû (appena citato per la sua breve apparizione in “Barbarossa” di Kurosawa, 1965) che descrive il rapporto di un padre (vedovo) con il suo unico figlio, nell’arco di una ventina di anni.
Solita ottima interpretazione di Ryû nei panni del padre molto considerato, che si (pre)occupa seriamente del figlio senza assolutamente viziarlo, pensando soprattutto alla sua educazione e al suo futuro professionale. Ancora una volta Ozu, pur avendo una sceneggiatura apparentemente incosistente fra le mani, affascina lo spettatore con il suo inconfondibile stile preciso e ben ritmato, con inquadrature sempre curate, geometriche quelle degli interni, i suoi famosi tatami shot, i campi lunghi in esterno con l'azione che si svolge longitudinalmente o con elementi (persone o macchine) che attraversano lo schermo da un lato all'altro. Mi meravigliava l'assenza dei panni stesi ad asciugare sulle canne di bambù, ma poch iminuti prima della fine sono apparsi anche loro (quasi un marchio di fabbrica)..
Storia delicata non solo nel rapporto padre/figlio ma anche fra professore e studenti e fra colleghi di insegnamento.
 

132 “Leaves from Satan's Book” (Carl Th. Dreyer, Dan, 1918-21) tit. it. “Pagine dal libro di Satana” * con Helge Nissen, Halvard Hoff, Jacob Texiere  *  IMDb 6,8
Si tratta di un film in 4 parti, girate nell’arco di più anni, quasi una risposta scandinava a “Intolerance” di Griffith che notoriamente ispirò il regista danese. Tuttavia la scelta e la rappresentazione di episodi famosi e di situazioni ben note non sono a livello dell’omologo americano. Le parti sono ben separate e vengono narrate in ordine cronologico avendo come punto in comune, oltre al tema, Helge Nissen che rappresenta le rispettive incarnazioni di Satana.
Qui si apre con la passione di Gesù, per passare poi all’Inquisizione, alla Rivoluzione Francese e, come parte conclusive e contemporanea, alla guerra russo-finlandese del 1918.
Tuttavia, spiccano la grande tecnica di Dreyer, le scene spesso brevissime e il montaggio serrato che dimostrano ancora una volta come il vero cinema abbia bisogno soprattutto di immagini, messe insieme con una buona grammatica e sintassi.
I cinefili dovrebbero guardarlo, con attenzione.
 

131 “Barbarossa” (Akira Kurosawa, Jap, 1965) tit. or. “Akahige” * con Toshirô Mifune, Yûzô Kayama, Tsutomu Yamazaki  *  IMDb 8,3 RT 77%
Non è fra i più conosciuti di Kurosawa e, pur svolgendosi un paio di secoli fa, non è un film epico e non ci sono samurai, al contrario l’intera azione si svolge all’interno di un ospedale pubblico e nelle sue immediate vicinanze. Toshirô Mifune è il direttore/”primario” della struttura che accoglie poveri e malati terminali e fornisce assistenza anche per i casi di emergenza ... gratuitamente. Nonostante il suo carattere burbero e dispotico, mostra nel corso del film una grande umanità e deontologia, qualità che mancavano al giovane medico di grandi speranze inviato dopo aver terminato i suoi studi a Nagasaki contro la sua volontà e che alla fine si dovrà ricredere. Nelle 3 ore del film Kurosawa ha modo di raccontare e far racontare le storie di vari personaggi, tutti ben descritti e risalendo anche alle cause delle loro tragiche situazioni.
Nella sceneggiatura da c’è tanta morale valida ancora oggi e alla quale il mondo sanitario dovrebbe prestare molta più attenzione.
Sulla regia non si discute e si apprezza anche l’ottima interpretazione di Mifune negli inusuali panni del saggio medico invece che in quelli di uno sempre pronto ad usare le armi con maestria da samurai. Verso la fine, seppur brevemente, appare anche Chishû Ryû, uno dei più famosi e longevi attori giapponesi (227 film in 64 anni) protagonista di tanti film di Ozu (oltre 30).
Nomination Golden Globe e Leone d’Oro a Venezia, dove Kurosawa ottenne comunque 2 premi e Mifune fu premiato come miglior attore.
 

130 “La reina de España” (Fernando Trueba, Spa, 2016) * con Penélope Cruz, Antonio Resines, Neus Asensi, Santiago Segura, Arturo Ripstein, Chino Darín  * IMDb 5,2 RT 29%
A metà strada fra commedia e critica al franchismo, sequel di un film di una ventina di anni fa, con 8 personaggi ancora presenti (7 medesimi attori), riesce a proporre poche scene decenti sostenute quasi esclusivamente da buoni caratteristi di decennale esperienza, mentre il resto è da dimenticare. Dialoghi sconclusionati, scenografie mal realizzate, regia scadente, ma soprattutto il ridicolo finale con il battibecco fra la diva spagnola trasferitasi in America Macarena Granada (Penelope Cruz) e il Caudillo in persona, Francisco Franco (interpretato da Carlos Areces).
Sembra che tutti quelli che avevano visto il precedente “La Niña de tus Ojos” (1998) siano rimasti “scandalizzati” dalla pochezza di questa continuazione della storia, che pur tratta dello stesso tema (franchismo e cinema) con gli stessi personaggi.
Penso che, soprattutto, si sia sentita la mancanza della penna di Rafael Azcona (morto nel 2008) nella sceneggiatura.
Singolare cast internazionale che, oltre ai “ripetenti” spagnoli, include l’americano Mandy Patinkin, l’ottimo regista messicano Arturo Ripstein, il neozelandese Clive Revill nei panni del decrepito regista alcolizzato, l’argentino Chino Darín (figlio di Ricardo) e l’inglese Cary Elwes.
Evitabile senza rimpianti né scrupoli.
 

129 “Jungle Book” (Zoltan Korda, USA, 1942) tit. or. “Il Libro della Jungla “ * con Sabu, Joseph Calleia, John Qualen  *  IMDb 6,8 RT 50% * 4 Nomination Oscar
Secondo film tratto dai racconti del “Libro della Jungla di Kipling”; nei panni di Mowgli c’è lo stesso Sabu che esordì nel primo, “The Elephant Boy” (1937, co-diretto da Zoltan Korda). Considerata l'epoca, apprezzabili riprese a colori di animali veri (in particolare i felini) mentre altri come i serpenti e il coccodrillo sono di livello veramente scadente. Imponente la ricostruzione della città perduta, buono l'incendio, più che dignitose le interpretazioni con il perfido Buldeo interpretato dal maltese Joseph Calleia, attore dal volto inconfondibile specializzato nei ruoli di “cattivo” o almeno di personaggi molto equivoci. Apprezzato pochi giorni fa nei panni dell'ambiguo Monte Marquez in “Four Faces West”, ricordo che partecipò ad altri famosi film quali “Algiers” (1938, John Cromwell), “Gilda” (1946, Charles Vidor) e “A Touch of Evil” (1958, Orson Welles).
Nel complesso è un buon film d'avventura d'epoca, diretto da Zoltan Korda e prodotto da suo fratello Alexander.

 

128 “Las hijas de abril” (Michel Franco, Mex, 2017) * con Emma Suárez, Ana Valeria Becerril, Enrique Arrizon  *  IMDb 6,8 RT 60%
Alcuni registi (probabilmente i produttori) hanno corsie preferenziali in determinati festival ... penso che Michel Franco sia uno di questi essendo autore/regista/produttore dei suoi film.
Ha scritto, diretto e prodotto i suoi 5 film e quattro di essi sono stati proposti a Cannes, ottenendo 3 premi e altre 4 nomination.
Mi dà l’idea che il giovane messicano deve aver avuto una gioventù traumatizzante seppur in qualche modo piacevole e agiata. I suoi due film che ho visto si sviluppano in ambienti borghesi, in famiglie disgregate senza problemi economici, fra alcol e sesso anche fra minorenni e relative maternità, abbandoni e talvolta violenza. Anche gli altri film tendono al deprimente e ho appena letto questo commento (che condivido) "Franco dovrebbe cambiare registro, sta scendendo sempre più in basso".
In questo film mette insieme una madre (separata) con due figlie (non dello stesso padre) più o meno abbandonate a sé stesse nella villa di famiglia al mare. Aggiungendo padri assolutamente disinteressati della sorte dei figli, una gravidanza, la quasi totale mancanza di senso comune (e in vari casi anche di un minimo di morale) per quasi tutti i protagonisti, egoismo, cinismo e una certa dose di stupidità e non ci si poteva aspettare altro che un risultato scadente.
Tuttavia - misteri delle Giurie dei Festival - ha ottenuto il premio speciale “Un Certain Regard” a Cannes, dove era stato già premiato nel 2012 per “Después de Lucía” e nel 2015 per “Chronic”. In Italia è stato proiettato al Festival di Giffoni ma non ho notizie in merito alla distribuzione.
Onestamente, non ve lo consiglio, anche se non è proprio da buttar via.
 

127 “The Caretaker” (Clive Donner, UK, 1963) titolo USA “The Guest” * con Donald Pleasence, Alan Bates, Robert Shaw  *  MDb 7,3 * Orso d'Argento e Nomination Orso d'Oro a Berlino 1963
Film che mostra chiaramente la sua origine teatrale, con i suoi soli 3 personaggi, protagonisti di questo dramma di Harold Pinter (Nobel per la letteratura nel 2005). Questo fu il suo primo lavoro adattato per il cinema e nello stesso anno scrisse la sceneggiatura di un altro ottimo film (almeno così è generalmente giudicato) quale “The Servant”, diretto da Joseph Losey, con Dirk Bogarde e Sarah Miles.
Fra i tre, emerge nettamente Donald Pleasence, ma per la sua eccezionale bravura in questa occasionee non certo per demerito di Alan Bates e Robert Shaw che si calano bene nei rispettivi personaggi.
Sembra che non sia uscito in Italia, tuttavia si trova in rete anche su YouTube in una decente versione originale, un buon 480p.
Consigliato
NB - Le foto che appaiono in alto sul poster sono quelle di alcuni degli attori che hanno finanziato il film, ma che non compaiono in esso se non fra i nomi elencati nei titoli di testa e sono: Richard Burton, Elizabeth Taylor, Leslie Caron, Peter Sellers, Noel Coward. In effetti, per loro fu ben poca cosa visto che il budget fu di soli 30.000 dollari.

 

126 “The Florida Project” (Sean Baker, USA, 2017) tit. it. “Un sogno chiamato Florida“ * con Brooklynn Prince, Bria Vinaite, Willem Dafoe  *  IMDb 7,7 RT 100%  *  Nomination Oscar per Willem Dafoe  non protagonista
Come mi aspettavo, mi è molto piaciuto. Per alcuni versi mi ha ricordato il precedente film di Sean Baker (Tangerine), soprattutto per la piacevole e sapiente alternanza fra primi piani, camera a mano e campi lunghi, questi ultimi spesso molto colorati approfittando sia degli edifici sia delle riprese al crepuscolo come nel succitato “Tangerine”, con ogni tonalità di rosa, violetti e arancioni.
Altra scelta apprezzabile sono le riprese dal basso, da altezza bambino; non sono certo i tatami shot di Ozu, ma potrebbero senz’altro definirsi kid shot.
Baker, co-autore della sceneggiatura, ci fornisce un nuovo spaccato di un'America diversa, quella che pochi conoscono, ma che esiste ancora, in qualunque stato, da New York a Chicago, dalla Florida di questo film, alla Los Angeles di Tangerine.
Anche stavolta l'ambiente umano è vario e molto ben descritto, e l'amicizia e solidarietà la fanno da padrone fra persone che (soprav)vivono al margine della società in modo spesso non del tutto legale, ma certamente non criminale.
Bravi tutti gli attori, con Willem Dafoe (Nomination come miglior attore non protagonista) su tutti fra gli adulti e la piccola iperattiva, indisponente, incontrollabile Moonie interpretata da Brooklynn Prince (11 premi e altre 15 nomination per questo film) che, penso, rivedremo presto sullo schermo.
Dopo aver ascoltato poche battute dal trailer, penso con terrore al (consueto) disastro del doppiaggio dei bambini nella versione italiana, ma non è che quello di Willem Dafoe e degli altri adulti sia migliore. Peccato che i nostri connazionali non si riescano a convincere dei vantaggi delle v. o. e di quanto si perda nel doppiaggio, specialmente se mal realizzato!
A mio modesto parere, è un ottimo film sia per il tema che per come è stato realizzato ed è un'ulteriore dimostrazione (se mai ce ne fosse bisogno) che si possono produrre film di questo livello con budget modesti, senza grandi attori superpagati (soldi che spesso non meritano) e senza costosi effetti speciali.
 

125 “Akitsu Springs” (Yoshishige Yoshida, Jap, 1962) tit. or. “Akitsu onsen “ * con Mariko Okada, Hiroyuki Nagato, Sô Yamamura  *  IMDb 7,7
Altro film di “transizione” di Yoshishige Yoshida prima di giungere allo splendido stile espresso nelle sue pellicole della seconda metà degli anni ’60 come A Story Written with Water (1965), Eros+Massacre (1969) e Heroic Purgatory (1970).
Questo Akitsu Springs, tratto da un noto romanzo e girato a colori, mi è sembrata quasi una prova fallita considerato quanto Yoshida ha saputo dimostrare con il bianco e nero e con storie non melodrammatiche.
Comunque resta un buon film.
 

124 “Good For Nothing” (Yoshishige Yoshida, Jap, 1960) tit. or. “Rokudenashi “ * con Hizuru Takachiho, Masahiko Tsugawa, Yûsuke Kawazu  *  IMDb 7,2
Primo film diretto da Yoshishige Yoshida, molto sullo stile della Nouvelle Vague francese, e con un finale incredibilmente simile a quello di “À bout de souffle (1960, Jean-Luc Godard). Però, a quanto ho letto, fu l’attore che, avendo visto poco prima il famoso film francese, propose di attuare in modo quasi identico la corsa del protagonista, colpito a morte, in una strada assolata e poco deserta del centro.
Al di là di questa particolarità, in questo esordio non si nota la ricerca maniacale dell’inquadratura perfetta, con immagini di solito tagliate la linee rette, incluse in forme geometriche, che sono le caratteristiche di Yoshida che mi hanno affascinato in vari dei suoi film successivi. In “Good For Nothing” c’è invece molta più attenzione alla storia e ai personaggi; non c’è ancora un netto distacco dal cinema classico giapponese.
Comunque si tratta di un buon film che vale la pena guardare, specialmente se lo si vede come anello di congiunzione fra la cinematografia degli anni ’40 e ’50 con quella di avanguardia.
 

123 “Four Faces West” (Alfred E. Green, USA, 1948) tit. it. “Le quattro facce del West “ * con Joel McCrea, Frances Dee, Charles Bickford  *  IMDb 7,1
Insolito western, senza neanche un colpo di pistola o di fucile, anche se più volte c’è qualcuno sul punto di sparare.
Joel McCrea veste i panni di un rapinatore di banca “onesto” e dovrà vedersela nientemeno che con un marshall mito del west: Pat Garret. Non poteva mancare la parte romantica con un’infermiera appena giunta nel selvaggio west, la quale tenta disperatamente di redimere il rapinatore inseguito da Garret, posse e bounty killer vari. Completa il quadro generale un ambiguo messicano molto singolare Monte Marquez (Joseph Calleia), biscazziere, proprietario di saloon e baro, con un numero incredibile di parenti ...
Molto originale, buona sceneggiatura, ben realizzato.
 

122 “Su última aventura” (Gilberto Martínez Solares, Mex, 1946) tit. it. “Il cancello del paradiso “ * con Arturo de Córdova, Esther Fernández, Arturo Soto Rangel  *  IMDb 7,0
Classica commedia de la Epoca de Oro del Cine Mexicano, con un giovane Arturo de Córdova nel ruolo del protagonista.
Garbata e piena di buoni sentimenti, anche se la maggior parte dei personaggi fanno partre di una banda criminale.
Poco altro da aggiungere, piacevole ma non memorabile.
Come spesso accade, non si intendono i motivi del cambio del titolo per la versione italiana.
 

121 “La vie d'Adèle” (Abdellatif Kechiche, Fra, 2013) tit. it. “La vita di Adele“ * con Léa Seydoux, Adèle Exarchopoulos, Salim Kechiouche  *  IMDb 7,8 RT 90%
Non sapevo molto di questo film se non che godeva di buona critica e che aveva ottenuto premi a Cannes 2013 e Nomination ai Golden Globes 2014.
Dopo essermi sorbito le tre ore di questa storia mal raccontata che poteva essere condensata in non più di due ore, mi è ovviamente tornato alla mente l’altra recente delusione di “Chiamami col tuo nome”, per certi versi una versione al maschile (gay) di questa femminile (lesbian).
Di “Blue Is the Warmest Color” (questo il titolo internazionale) mi è piaciuto poco o niente. Se la storia può avere un suo senso, per altro abbastanza banale, la realizzazione mi è sembrata molto scadente. Ognuno dei tanti dialoghi è trattato allo stesso modo: infiniti campo e controcampo di primi piani. In quanto ai tempi, Kechiche salta con grande indifferenza anni interi senza dire niente dell’evoluzione dei personaggi. Forse molti di quelli che hanno lodato il film hanno apprezzato l’ardire di affrontare un tema pressappoco tabù o sono rimasti irretiti, come dei veri voyeur, dalle quasi esplicite scene di sesso, innecessariamente allungate.
Al di là delle scene di innamoramento e amore, il film è composto di situazioni ripetute come i viaggi di Adele in bus, le cene in famiglia, Adele che sogna, Adele e i bambini, un paio di feste ... tutti duplicati da cui deriva l’esagerata durata e il cui apporto alla storia è pressoché insignificante.
La delusione è stata ancora maggiore (ma questa è stata una sfortuna per il film) in quanto venivo dalla visione di mezza dozzina di film giapponesi d’autore, 5 dei quali con eccellente fotografia in bianco e nero, regia curata, interessanti contenuti (seppur alcuni molto inusuali) e buone interpretazioni.
Li rivedrei tutti, anche a breve, ma non penso di concedere una seconda visione a “La vie d'Adèle”.
C’è cinema e cinema ...
 

120 “Fuochi nella pianura” (Kon Ichikawa, Jap, 1959) tit. or. “Nobi” * con Eiji Funakoshi, Mantarô Ushio, Yoshihiro Hamaguchi * IMDb 8,0 RT 100%
Ottimo dramma sull’insensatezza delle guerre e delle loro terribili conseguenze anche in mancanza di scontri diretti. I protagonisti sono soldati sbandati giapponesi sul fronte filippino nel 1945 che vagano senza sapere dove andare, né cosa fare e soprattutto avendo niente da mangiare.
Il personaggio principale è il soldato Tamura, inviato dal suo caporeparto in ospedale non tanto per farlo curare quanto per dover provvedere a sfamare un uomo in meno; per lo stesso motivo viene rifiutato dall’ospedale per non stare abbastanza male. Sopravvive insieme ad altri mangiando patate dolci (yam) crude e poco altro, e per questo scarso cibo e un po’ di sale i soldati si affrontano e perfino si uccidono.
Viene giudicato uno dei migliori film bellici “critici”, in quanto mette a nudo la vita e le sensazioni di soldati abbandonati a sé stessi, in un paese straniero, senza sapere esattamente per cosa stanno combattendo, se non per la propria sopravvivenza.
Pur non comprendendo scene particolarmente cruente riesce a colpire, ad essere “un pugno nello stomaco”, senza dover ricorrere alle ormai inflazionate scene sanguinolente dei film moderni (p.e. “Hacksaw Ridge”).
Il regista Kon Ichikawa si era già imposto all’attenzione mondiale con “L’arpa birmana” (1956), candidato all’Oscar quale miglior film non in lingua inglese e vincitore di 3 premi a Venezia che in questo caso praticamente equivalsero al Leone d’Oro che quell’anno non fu assegnato.
Ottima fotografia bianco e nero di Setsuo Kobayashi, che potete apprezzare anche in rete, dove si trova la versione HD720p.
Anche per questo, come per i precedenti, non posso che consigliarne la visione.

 

119 “L'isola nuda” (Kaneto Shindô, Jap, 1960) tit. or. “Hadaka no shima” * con Nobuko Otowa, Taiji Tonoyama, Shinji Tanaka  *  IMDb 8,3 RT 100%
Famoso film Kaneto Shindô, che precede di pochi anni i suoi film più famosi, vale a dire “Onibaba” (1964) e “Kuroneko” (1968).  La grande particolarità di “The Naked Island” (tit. internazionale) è l’assoluta assenza di dialoghi; oltre al commento musicale di Hikaru Hayashi, ciò che si sente è solo qualche voce nel villaggio e lo sciabordio dell’acqua mossa dalla barca e dal remo che la spinge nei continui viaggi fra l’aridissima isola e l’approvvigionamento dell’indispensabile acqua. Questa non serve solo per la routine quotidiana (cucina e igiene) della piccola famiglia costituita da una coppia con due ragazzini, ma anche e soprattutto per irrigare le ordinate terrazze nelle quali i protagonisti a costo di enormi sacrifici coltivano verdure, loro unica fonte di guadagno.
Seppur drammatica, “Hadaka no shima” è una opera cinematografica estremamente “poetica”; lo stesso Kaneto Shindô (non solo regista, ma anche unico sceneggiatore del film) dichiarò che la sua idea era quella di realizzare un “cinematic poem” nel tentativo di catturare la vita di persone che, come formiche, combattevano contro le forze della natura.
Ovviamente consigliato, ma solo ai veri amanti del cinema ... quelli che apprezzano i film nei quali le immagini comunicano molto di più delle parole.

 

118 “Heroic Purgatory” (Yoshishige Yoshida, Jap, 1970) tit. or. “Rengoku eroica” * con Mariko Okada, Kaizo Kamoda, Naho Kimura  *  IMDb 7,4
Dopo aver apprezzato moltissimo la tecnica di Yoshida in “A Story Written with Water” (1965) e “Eros+Massacre” (1969), eccomi al suo terzo film che guardo, terza meraviglia di cinematografia.
Per la verità, in questo caso la trama un po' troppo contorta e misteriosa, seppur “filosoficamente” avvincente, distrae dalla bellezza delle immagini. Infatti, fra attenzione ai dialoghi che corrono sul filo fra bugia e verità, storie di spie, paternità non certe, cellule rivoluzionarie e possibili attentati e, non da ultimo, la lettura degli indispensabili sottotitoli, si rischia di perdere un po' della concentrazione per apprezzare appieno le inquadrature, quasi tutte eccezionali composizioni di fotografia artistica moderna. Sto prendendo in considerazione una ulteriore visione eliminando del tutto il sonoro per concentrarmi unicamente sulle riprese.
Della particolare “grammatica filmica” di Yoshishige Yoshida già parlai nella micro-recensione di “Eros+Massacre”. (rec. 18/84) 
Assolutamente consigliato e, a chi non lo volesse guardare per intero o non potesse per motivi linguistici, suggerisco di saltellare almeno nei file presenti su YouTube per rendersi conto delle mille maniere nelle quali il regista riesce a creare partizioni dello schermo, a posizionare le scene o i soggetti in un angolo o a proporre primi piani di volti tanto spostati in un lato da apparire tagliati a metà verticalmente.
Assolutamente imperdibile, non tanto per la storia quanto per lo stile e la composizione delle immagini.
 

117 “Black Lizard” (Kinji Fukasaku, Jap, 1968) tit. or. “Kuro tokage” * con Akihiro Miwa, Isao Kimura, Kikko Matsuoka  *  IMDb 7,1
Potrebbe sembrare un comune noir-poliziesco giapponese, senz’altro kitsch, che fa il verso allo stile di Sherlock Holmes, tuttavia in patria è quasi un cult. Ma a questo c’è un perché, anzi più di uno.
Akihiro Miwa (aka Akihiro Maruyama, nato Shingo Maruyama) è stato un noto e apprezzato cantante, attore, regista, compositore e scrittore, gay dichiarato e anche famoso nelle vesti di drag queen. Nel film interpreta la protagonista “Black Lizard”, cantante e proprietaria di locale notturno, perfida criminale e feticista. La sceneggiatura è tratta dall’omonimo romanzo di Ranpo Edogawa (noto autore di polizieschi) e dal successivo adattamento teatrale dell’ancor più famoso Yukio Mishima (scrittore, saggista, drammaturgo e poeta, addirittura in odore di candidatura al Nobel per la letteratura), all’epoca amante di Akihiro Miwa che del film compose le musiche. Ulteriore notorietà al film fu apportata dal seppuku (classico suicidio giapponese per sventramento facente parte del codice d’onore dei samurai, al quale segue la decapitazione da parte di un “assistente”) di Yukio Mishima, nazionalista convinto, al termine di un lungo discorso dal tetto di un edificio pubblico (comando militare) che aveva occupato con 4 suoi compagni nazionalisti.
Penso che queste poche notizie possano dare l’idea dei motivi del successo del film, in particolare fra gli amanti del kitsch, camp, pulp e poliziesco.
Nella sostanza è un giallo che procede in bilico fra rapimenti e ricatti, fra eventi poco credibili e abili manovre di depistaggio, al limite della commedia di “classe”.
In considerazione di quanto detto e per conoscere un aspetto differente e certamente meno noto della cinematografia giapponese merita senz’altro una visione.
 

115 “Osaka Elegy” (Kenji Mizoguchi, Jap, 1936) tit. or. “Naniwa erejî” * con Isuzu Yamada, Seiichi Takegawa, Chiyoko Ôkura * IMDb 7,4
116 “The only son” (Yasujirô Ozu, Jap, 1936) tit. or.
“Hitori musuko” * con Chôko Iida, Shin'ichi Himori, Masao Hayama * IMDb 7,9
Due film coevi di due maestri del cinema classico giapponese: Kenji Mizoguchi e Yasujirô Ozu.
Il primo è l'ennesima trattazione di una storia avente una donna come protagonista realizzata da Mizoguchi, che iniziò nel 1920 la sua carriera cinematografica come attore e 3 anni dopo divenne un prolifico e apprezzato regista dirigendo una cinquantina di muti prima del suo primo parlato nel 1930. Fu sempre attento alla condizione delle donne nella società giapponese tanto da essere qualificato come il più femminista e molti imputano ciò al pessimo rapporto con il padre violento sia con la madre del regista che con la sorella maggiore, che poi “vendette” come geisha a causa delle ristrettezze economiche. E fu proprio la sorella che gli pagò gli studi e lo aiutò a trovare i primi lavori in campo artistico. In un certo senso “Osaka Elegy” può essere visto come parzialmente autobiografico in quanto è una giovane impiegata che diventa amante di un dirigente per evitare il carcere al padre e per far terminare gli studi universitari al fratello.
Alcuni di detti temi sono anche al centro di “The only son” in una storia ricca di significato, valida in qualunque epoca, nella quale una madre, già vedova ed in precarie condizioni economiche, “rinuncia” anche all’appoggio e compagnia del figlio investendo i pochissimi soldi nell'educazione del figlio con la speranza di spianargli la strada verso un futuro migliore.
Si tratta del suo primo film sonoro in quanto stranamente, a differenza di tanti altri registi giapponesi e pur essendo attivo, direi prolifico, fin dal 1927, diresse una trentina di film muti prima di questo. Comunque, è già possibile notare il suo inconfondibile stile con tante riprese dal quasi dal livello del suolo (per questo note come “tatami shot”), esterni con inquadrature panoramiche fisse utilizzate come pausa, la mania dei panni stesi mossi dal vento, ...
Fra i due registi preferisco senz’altro Ozu per il suo stile peculiare e per le narrazioni esemplari di ambienti familiare, pieni di umanità. Certamente apprezzo moltissimo anche Mizoguchi che con, seppur con stile diverso narra storie più “dure” talvolta al limite del noir oltre a quelle incentrate sulla condizione femminile ... e in vari casi i due generi vanno a braccetto.

 
114 “La viuda de Montiel” (Miguel Littin, Mex/Col, 1979) * con Geraldine Chaplin, Nelson Villagra, Katy Jurado  *  IMDb 6,6
Sceneggiatura tratta da un racconto di Gabriel García Márquez (Gabo), facente parte di una raccolta pubblicata con titolo "Los funerales de la Mamá Grande” nel 1962. Questo film di Littin è il secondo della decina di lavori di Gabo adattati per il grande schermo. Probabilmente pochi sanno della grande passione per il cinema di Márquez che nel 1954 scrisse e diresse lo short “La langosta azul” (1954, 29’), sua prima e unica regia, per poi continuare la sua collaborazione con la settima arte con tante sceneggiature originali e una dozzina di adattamenti dei suoi scritti.
Gabo fu buon amico di Littin tanto da scrivere in prima persona delle peregrinazioni e riprese “abusive” del regista in Cile dove rientrò nel 1985 riuscendo a girare 7.000m di pellicola spacciandosi per documentarista uruguayano, dopo essere stato costretto all’esilio dal regime di Pinochet nel 1973. Detto libro è stato pubblicato anche in Italia con titolo “Le avventure di Miguel Littin, clandestino in Cile”. Il libro fu pubblicato in Cile nel 1986 e quasi immediatamente censurato e, per ordine diretto del dittatore Pinochet, nel febbraio 1987 ne furono bruciate 15.000 copie.
Venendo al film, c’è da dire che non è dei migliori di Littin ma non tanto per colpa sua ma per la difficoltà di portare sullo schermo le storie di Márquez, il quale scriveva in modo da calare il lettore nella realtà di piccoli paesini assolati e polverosi, con tanti personaggi ben descritti, fra parti oniriche e quasi surreali, nel complesso impossibili da tradurre in un film di meno di due ore. In particolare questo ha anche la “palla al piede” di avere Geraldine Chaplin come protagonista. Con tutto il rispetto per il padre (che comunque non è fra i miei preferiti né come attore, né come regista) mi sembra un’attrice assolutamente incapace e in questo caso le manca anche il physique du rôle; solo Carlos Saura (con il quale ebbe una lunga relazione) riuscì a trarne qualcosa di buono nei suoi migliori film come “Ana y los lobos” (1973), “Cría cuervos” (1976) e “Elisa vida mia” (1977).
In sostanza, a dispetto dei buoni presupposti, “La viuda de Montiel” si rivela essere un film deludente, un’occasione mancata.
 

113 “The Virgin Suicides” (Sofia Coppola, USA, 1999) tit. it. “Il giardino delle vergini suicide“ * con Kirsten Dunst, Josh Hartnett, James Woods  *  IMDb 7,2 RT 76%
Pur essendo al suo esordio alla regia, Sofia Coppola mostra di saper dirigere più che bene e il fatto di essere cresciuta in ambiente cinematografico e di essere figlia di cotanto padre certamente l’ha aiutata, ma altrettanto certamente ci mette del suo considerato che tanti altri figli d’arte sono quasi del tutto incapaci.
Ovviamente, mi ha riportato alla mente il recente “Mustang” (Nomination Oscar 2016come miglior film in lingua non inglese) della turca Deniz Gamze Ergüven, che a questo film si era dichiaratamente ispirata anche se ben lungi da essere un remake per epoca, ambiente sociale e situazione sostanzialmente diversa.
Se da un lato ho apprezzato la regia per quanto riguarda ritmo e inquadrature, mi è sembrato eccessivo l’uso della voce fuori campo del narratore e, soprattutto, ho trovato molto debole la sceneggiatura, della quale Sofia Coppola è corresponsabile insieme con Jeffrey Eugenides. autore dell’omonimo romanzo su cui è basata.
Nel complesso senza infamia e senza lodi, i pregi più o meno compensano i difetti.
 

112 “Ready Player One” (Steven Spielberg, USA, 2018) * con Tye Sheridan, Olivia Cooke, Ben Mendelsohn  *  IMDb 8,0 RT 76%
Con qualche titubanza, dopo essermi sorbito il più o meno inutile “Black Panther”, sono andato a guardare anche “Ready Player One”, più che altro attratto dalla regia di Spielberg e nonostante qualche recensione non troppo promettente scritta da chi, come me, non si è mai sentito attratto dai videogiochi e di essi ne sa poco o niente. Da questo punto di vista scrivo il mio usuale breve commento, ben conscio di essermi perso citazioni, personaggi e altro relativo al mondo virtuale. Nonostante ciò ho molto gradito la lunga citazione riferita a “The Shining” con la quale Spielberg ha reso omaggio a Kubrick ricostruendo minuziosamente una serie di ambienti, personaggi ed eventi del film.
Per il resto, pur essendo riuscito a cogliere solo minima parte di quanto certamente il regista-sceneggiatore ha inserito in questo suo prodotto, devo dire che il film è piacevole e le due ore e passa scorrono velocemente. Le interpretazioni dei pochi attori non sono certo da Oscar, ma poco conta in quanto per la maggior parte del tempo si seguono le imprese dei loro avatar impegnati in gare, sfide mortali, distruzioni, acquisizione o perdita di capitali virtuali, battaglie di massa e chi più ne ha più ne metta, tutto proposto senza mai soffermarsi più di tanto su determinate scene o situazioni e “con un certo garbo”. Le fantasia di Spielberg, unita a quella dei creatori di videogiochi, e un ottimo montaggio fanno il resto.
Infine, non manca la morale, non solo riproponendo qualcuno dei primi famosi videogiochi e mettendoli a confronto con i moderni, ma anche ricordando che non si dovrebbero mai abbandonare le relazioni umane e il piacere della compagnia dei coetanei reali e non dei loro avatar.
Mi concedo una divagazione ... se siete minimamente d’accordo con rivalutazione dei giochi di vari decenni fa, vi segnalo che ho appena reso disponibile la versione eBook (III ed., gratuita) di un mio breve saggio sui giochi di strada.
 

111 “Ginger & Fred” (Federico Fellini, Ita, 1986) * con Marcello Mastroianni, Giulietta Masina, Franco Fabrizi  *  IMDb 7,3 RT 82%
Esagerato nella prima metà, con troppi personaggi tipicamente “felliniani” riuniti per una trasmissione televisiva come se fossero tanti fenomeni da baraccone, tanti i volti visti in film di serie B, C e peggiori, e in uno sketch pubblicitario appare anche Moana Pozzi! La seconda parte è tutt’altra cosa e i due primi attori dimostrano tutto il loro talento, che sarebbe stato comunque evidente anche se fossero stati attorniati da un cast migliore.
Si possono seguire due tracce distinte, quella nostalgica dei due vecchi artisti del varietà che tornano sul palcoscenico più che altro per incontrarsi di nuovo dopo vari decenni, e quella di critica asperrima nei confronti dei programmi televisivi ed in particolare di quegli show raffazzonati nei quali si mischiano sacro e profano, finta cultura e cronaca (giudiziaria, mondana e scandalistica), personaggi praticamente insani e improbabili sosia, ... a quanto sento e leggo, dopo oltre 30 anni poco è cambiato.
Un Fellini a due facce, che si sviluppa fra un tipico ambiente “circo felliniano” e la sottile storia sentimentale fra Ginger (Masina) e Fred (Mastroianni).
Pur se molti non lo annoverano fra i migliori film del regista, merita senz’altro una visione.
 

110 “Tombstone” (George P. Cosmatos, USA, 1993) * con Kurt Russell, Val Kilmer, Sam Elliott  *  IMDb 7,3 RT 82%
Uno dei più deludenti western “moderni”, senz’altro il peggiore in quanto a realizzazione fra quelli che hanno trattato del leggendario Wyatt Earp (e fratelli) e del suo amico Doc Holliday. Pur essendo forse uno dei più fedeli alla sequenza degli avvenimenti e ai ruoli dei vari personaggi, la spettacolarizzazione forzata di ciascun evento è la sua vera palla al piede.
Wyatt Earp era già stato mitizzato anche sul grande schermo da film che badavano più a realizzare un buon prodotto che alla veridicità dei fatti; alcuni di essi sono pietre miliari del genere western, diretti da grandi registi e interpretati dai migliori attori dell’epoca, per esempio:
- Sfida infernale, 1946 di John Ford, con Henry Fonda;
- Wichita, 1955, di Jacques Tourneur, con Joel McCrea;
- Sfida all'O.K. Corral, 1957, di John Sturges, con Burt Lancaster;
- Il grande sentiero, 1964, di John Ford, con James Stewart.
Al contrario, il regista di questo “Tombstone”, George P. Cosmatos, oggettivamente non sa dirigere (questo sarebbe il migliore dei suoi 10film; fra quelli noti ma non certo buoni, conta Cassandra Crossing, Rambo II, Cobra, Leviathan), il cast non ha nessuna eccellenza, le interpretazioni sono sotto la media, i set sono troppo artefatti e una buona fotografia non basta a salvare il film.
 

109 “Ocean's Eleven” (Steven Soderbergh, USA, 1986) * con George Clooney, Brad Pitt, Matt Damon, Julia Roberts, Elliot Gould, Andy Garcia, Casey Affleck, Carl Reiner, Don Cheadle e molti cameo *  IMDb 7,8 RT 82%
Conosciutissimo film d’azione, del genere “il furto perfetto”. Tanta tecnologia, tempi studiati alla perfezione, un po’ di fortuna che fa superare gli imprevisti, un nutrito gruppo di professionisti del crimine, ognuno con la sua specialità. Grazie anche al cast “stellare”, “Ocean's Eleven” è piacevole anche se, come quasi tutti di questo tipo di film, assolutamente poco plausibile.
Imperdibile per gli appassionati del genere, semplice distrazione per gli altri.
Il film è un remake di “Ocean's 11” (con numero e non in lettere, del 1960) anche quello con grandi nomi di Hollywood: Frank Sinatra, Dean Martin, Sammy Davis Jr., Peter Lawford, Angie Dickinson.
Vi ricordo che seguirono “Ocean's Twelve” (2004) e “Ocean's Thirteen” (2007) e che fra pochi mesi uscirà “Ocean's 8” ma questo con tutt’altro cast (Sandra Bullock, Cate Blanchett, Anne Hathaway) e solo prodotto da Soderbergh che ha affidato la regia a Gary Ross.
 

108 “Ragtime” (Milos Forman, USA, 1986) * con James Cagney, Elizabeth McGovern, Howard E. Rollins Jr.  *  IMDb 7,3 RT 82%
Film che all’epoca fece parlare di sé per i temi affrontati (seppur con molta superficialità) mettendo insieme razzismo, violenza insulsa della polizia, “persecuzione” degli afroamericani che rispondono con spropositata violenza, corruzione del sistema e altro. In effetti non prende le parti di nessuno in particolare e può essere vista come una emblematica storia di escalation di un confronto nato per futili, per quanto deprecabili, motivi.
Il film è chiaramente ben diretto da un Milos Forman, affidabile come sempre, nel suo periodo di auge, “Ragtime” segue “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (1975) e “Hair” (1979) e precede “”Amadeus” (1984), per il primo e l’ultimo di questo quartetto ottenne l’Oscar per la regia.
Il capo della polizia è interpretato dall’allora 82enne James Cagney, che torna sullo schermo dopo ben 20 anni di assenza (Uno, due, tre!, 1961, di Billy Wilder) e questo fu il suo ultimo film. A parte la buona interpretazione dell’esordiente (per il cinema) Howard E. Rollins Jr., nel resto del cast non si notano grandi interpretazioni, solo oneste prove di attori e caratteristi più o meno noti (non me ne voglia Elizabeth McGovern che, come Rollins, fu candidata all’Oscar come non protagonista.
A tratti piacevole, in altri punti un po’ noioso, nel complesso poco credibile, senz’altro troppo lungo.
Non vinse nessun Oscar nonostante le 8 Nomination: Howard E. Rollins Jr. e Elizabeth McGovern non protagonisti, sceneggiatura, fotografia, scenografia, costumi, canzone, commento musicale originale.

 

107 “Black Panther” (Ryan Coogler, USA, 2018) * con Daniel Kaluuya, Chadwick Boseman, Michael B. Jordan, Lupita Nyong'o  *  IMDb 7,8 RT 97%
Di tanto in tanto mi "immolo" avventurandomi nella visione di acclamati film sci-fi con tanta CGI. Non posso certo dire che sia un cattivo film (nel suo genere) ma ancora una volta non sono riuscito a capire l'entusiasmo di tanti per una storia sostanzialmente simile a tante altre già viste, senza effetti speciali veramente innovativi, e con i soliti morti che resuscitano, scontri fisici ridicoli e ripetitivi, città futuristiche con mezzi di trasporto velocissimi fra alte strutture, storie d'amore più o meno patetiche e, in questo caso, anche considerazioni pseudo morali e razziali.
Per fortuna si è trattato di una visione tardo-pomeridiana altrimenti avrei rischiato di addormentarmi.
Questo è il terzo film di Ryan Coogler, avevo apprezzato di più il suo precedente "Creed" (2015), con il ritorno di Stallone.

 

106 “The Rainmaker” (Francis Ford Coppola, USA, 1997) tit. it. “L'uomo della pioggia” * con Matt Damon, Danny DeVito, Claire Danes, Jon Voight, Mickey Rourke, Dean Stockwell, Roy Scheider, Danny Glover  *  IMDb 7,1 RT 83% * Golden Globe a Jon Voight come non protagonista
Ennesimo film che mi era sfuggito all'epoca, un Coppola "minore" ma pur sempre un Coppola.
Sceneggiatura adattata da un bestseller di Grisham che tuttavia per parecchi aspetti è abbastanza scontato.
Con le mie solite “coincidenze”, ritrovo quasi protagonista Claire Danes che ieri interpretava la figlia di Meryl Streep in “The Hours”; si è ben difesa in entrambe i casi.
Meritato il Golden Globe a Jon Voight che, non essendo un grande attore, offre una delle sue poche buone interpretazioni, seppur in un ruolo secondario. I tempi in cui fece scalpore all’inizio di carriera con “Midnight Cowboy” (Un uomo da marciapiede, 1969, John Schlesinger) sono comunque lontani.
Film nettamente sopra la media, ma non certo memorabile.
Ovviamente non ha niente a che vedere con l’omonimo film di Joseph Anthony (1956, con Burt Lancaster, Katharine Hepburn - Nomination Oscar) in quanto il romanzo di Grisham è del 1995

 

105 “The Hours” (Stephen Daldry, USA/UK, 2002) * con Nicole Kidman, Meryl Streep, Julianne Moore, Ed Harris, Stephen Dillane, Allison Janney, Claire Danes  *  IMDb 7,6 RT 80%
Oscar Nicole Kidman, e altre 8 Nomination (miglior film, regia, Ed Harris protagonista, Julianne Moore non protagonista, sceneggiatura, montaggio, costumi, musica originale.
Ottimo cast e, soprattutto ottime interpretazioni (non sempre una cosa porta all’altra) per questo film drammatico un po’ contorto ma di eccellente qualità. Si seguono infatti tre vicende interlacciate, con vari tipi di legami e relazioni fra i personaggi, pur svolgendosi in luoghi e tempi diversi (1923-41, 1951 e 2001). Lo spettro della morte che aleggia in ognuna delle storie è un altro punto fondamentale in comune.
Nicole Kidman (che per questa sua interpretazione della scrittrice Virginia Woolf ottenne l’Oscar come protagonista) appare quasi irriconoscibile, non tanto per l’acconciatura dei capelli quanto per un naso posticcio. Fra le curiosità proposte da IMDb ho letto che, mantenendolo anche fuori del set, riusciva addirittura ad ingannare i paparazzi.
Senz’altro consigliata la visione, ma non per chi è depresso ...

 

104 “Blood and sand” (Rouben Mamoulian, USA, 1941) tit. it. “Sangue e arena” * con Tyrone Power, Rita Hayworth, Linda Darnell, Anthony Quinn e John Carradine  *  IMDb 7,0 RT 100%
Oscar per la fotografia (colore), Nomination per la scenografia
Famoso remake del muto del 1922 con Rudolph (Rodolfo) Valentino, Rosa Rosanova e Nita Naldi, tratto dal romanzo di Vicente Blasco Ibáñez, pieno di stereotipi non strettamente necessari, che ebbe fama soprattutto per le due star protagoniste: Tyrone Power e Rita Hayworth (entrambi noti sex symbol dell'epoca, ma pessimi attori). Di contro, il cast di supporto è di gran lunga migliore e, insieme alla quasi protagonista Linda Darnell, si distinguono i "giovani" Anthony Quinn e John Carradine oltre a Laird Cregar perfetto nei panni del giornalista taurino Curro. Quest’ultimo promettentissimo attore, prematuramente scomparso a soli 30 anni, interpretava spesso personaggi di età molto maggiore della sua, come in questo caso.
Nel complesso mi è sembrata una messa in scena di qualità abbastanza scadente seppur molto appariscente, con mire chiaramente economiche più che artistiche, e nell'inevitabile confronto con la versione precedente, che aveva ovvi limiti di tecnologia ed era in bianco e nero, risulta perdente.
Rouben Mamoulian, di origini russe, è regista poco noto, con relativamente pochi film all’attivo (18 in 30 anni), pochi riconoscimenti in vita (varie presenze al Festival di Venezia negli anni ’30, 2 premi), ma è stato “riscoperto” negli anni ’80 ricevendo vari premi alla carriera e nel 2016 il suo film d’esordio, "Applause" (1929), fu una delle “Best Redicoveries” dell’associazione dei critici di Boston.

 

103 “I Heart Huckabees” (David O. Russell, USA, 2004) tit. it. “Le strane coincidenze della vita” * con Jason Schwartzman, Jude Law, Naomi Watts, Dustin Hoffman, Lily Tomlin  *  IMDb 6,7 RT 62%
David O. Russell ha diretto film di gran lunga migliori di questo e con cast molto più convincenti, in particolare l’ottima serie dei tre film successivi a “I Heart Huckabees”: The Fighter (2010, 2 Oscar + 5 Nomination), Silver Linings Playbook (2012, 1 Oscar + 7 Nomination), American Hustler (2012, 10 Nomination, ma nessun Oscar). Evidentemente la pausa di 6 anni gli ha fatto bene, perché non c’è paragone fra i tre succitati (per i quali ottenne 5 Nomination personali, 3 per la regia e 2 per la sceneggiatura) e il disastroso “Le strane coincidenze della vita” nel quale perfino attori con una certa reputazione riescono a fornire prove di scarso livello.
Personalmente, ho trovato la sceneggiatura veramente stupida e andando poi a guardare perché ha rating sopra la sufficienza, ho scoperto che è uno di quei film troppo elogiati (molto al di sopra dei propri meriti) o denigrati senza appello ... non ci sono quasi vie di mezzo.
Una commedia poco divertente (quasi per niente), interpretazioni sopra le righe tendenti al pessimo, assolutamente sconclusionata.
Anche se mi sembra superfluo ribadirlo, non ne consiglio la visione, sarebbe una pura perdita di tempo.

 

102 “Sunshine” (Danny Boyle, UK/USA, 2007) * con Cillian Murphy, Rose Byrne, Chris Evans  *  IMDb 7,3 RT 76%
Interessante e insolito film di fantascienza, basato più sulle reazioni umane di un ristretto gruppo di scienziati che impegnati in una missione “solare”.
I rapporti fra loro sono spesso tesi ed è anche comprensibile considerato il lungo viaggio (vari anni) e i rischi connessi. Però, dopo quasi un’ora e mezza di avvenimenti e situazioni interessanti, gli ultimi 10 minuti li ho trovati forzati, stiracchiati, mal proposti, poco credibili. Per la verità ci sarebbero anche altri dubbi in merito alla “scientificità” di quanto proposto, ma è un film di fantascienza e (quasi) tutto è permesso.
Cast decente, ma non sempre convincente, in particolare Cillian Murphy, con quello sguardo “spiritato” che lo distingue da chiunque altro, mi è sembrato più inespressivo del solito.
Buon lavoro di Danny Boyle, film senz’altro sufficiente, ma certamente non memorabile.
 

101 “El abrazo partido” (Daniel Burman, Arg, 2004) tit. it. “L’abbraccio perduto” * con Daniel Hendler, Adriana Aizemberg, Jorge D'Elía  *  IMDb 7,0 RT 90%
Ulteriore soddisfacente scoperta nel campo della filmografia argentina che, come ripeto spesso, ha un’ottima tradizione e continua a produrre film interessanti, seppur in numero limitato, parimenti all’altra grande tradizione cinematografica all’estremo opposto dell’America Latina, vale a dire il Messico. Non a caso alla Berlinale 2004 ottenne 2 Silver Bear (Jury Grand Prix a Daniel Burman e miglior attore Daniel Hendler) nonché la Nomination all’Orso d’Oro.
Genere indefinibile ... sicuramente abbastanza commedia, ma non del tutto drammatica e neache negra, affronta temi seri come l’abbandono, il dramma di non aver conosciuto il proprio padre (fuggito all’estero), la fuga dalla Polonia invasa dai nazisti (vari dei protagonisti sono ebrei polacchi), l’immigrazione “moderna” con coreani, russi e peruviani, tutti con l’acuto amaro sarcasmo tipico della cultura latina.
Ottimi tutti i componenti del cast, assolutamente credibili, sembra che siano sé stessi vista la disinvoltura e la genuinità delle interpretazioni.
Dopo i pregi, ecco qualche limite del pur molto piacevole “El abrazo partido”. Trovo che ci sia un uso eccessivo di primi piani che però potrebbero essere giustificati dalla mancanza di scenografia e di set, oltre che (probabilmente) da un budget ridotto. Apparentemente il film è girato tutto con camera a mano (o almeno in gran parte), quasi come quelli prodotti secondo i dettami DOGMA. L’ottimo montaggio non sopperisce tuttavia alla sovrabbondanza di primi piani. Oltre a ciò, l’introduzione al singolare ambiente di un piccolo centro commerciale di vecchia data (alcuni negozianti sono lì da 30 anni) è un po’ troppo lunga. Fino a poco oltre la mezz’ora sembra di assistere ad una comune decente commedia con tanti personaggi ben caratterizzati, ma da quel punto in poi il film prende ritmo e sostanza, gli eventi diventano sostanziali e non solo descrittivi, tutti significativi, ci sono varie “perle” (per esempio quelle della nonna “cantante” o della gara fra “facchini”) e continua così veramente fino all’ultimo, con ulteriori brevi scene inserite nei titoli di coda e l’ultimissima inquadratura (geniale) immediatamente prima del cartello “FIN”.
Si tratta di una coproduzione Argentina-Francia-Italia-Spagna, IMDb riporta l’uscita in Italia nel 2004, potreste trovare la versione italiana. Quella che ho visto è una v.o. in HD, con sottotitoli in inglese trovata In rete.
Ne consiglio la visione, qualunque versione riusciate a trovare.

Per informazioni generiche, tecniche e recensioni  dei film consiglio di consultare i seguenti siti:

IMDb (Internet Movie Database) : il più completo, la Bibbia del Cinema, con archivio di 3.5mln di titoli e quasi 7mln di nomi (in inglese)

Rotten Tomatoes : meno dati di IMDb, raccoglie soprattutto recensioni in rete, quindi carente su film datati (in inglese, con numerose recensioni in spagnolo)

Film Affinity/es : trovo che sia il più completo per quanto riguarda film spagnoli e dell'AmericaLatina (in spagnolo)

Allo Ciné : sopratutto cinema francese, ma non solo (in francese)

 Upperstall.com  : specializzato in cinema indiano. uno dei più frequentati al mondo fra i siti che si occupano di cinema  (in inglese)

per ricevere o fornire informazioni cinematograiche potete scrivermi a giovis@giovis.com

     

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