POST CINEMATOGRAFICI

indice completo dei  1300 film 2016 - 2018

lista film (pdf)  2015   2014   2012-13

2016

1 - 50

51 - 100

101 - 150

151 - 200

201 - 250

251 - 300

301 - 350

351 - 403

 

2017

1 - 50

51 - 100

101 - 150

151 - 200

201 - 259

260 - 299

300 - 349

350 - 399

400 - 443

2018

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101 - 150

151 - 200

201 - 250

251 - 300

301 - 350

351 - 400

401 - 454

2019

1 - 50

51 - 100

       

micro-recensioni dei film del 2017, dal 349° al 300°


leggi tutte le 50 micro-recensioni (in basso, dopo i poster)

Fernando Sariñana, Mex, 2000

Roberto Sneider, Mex, 1994

Luis Estrada, Mex, 1991

Tito Davison, Mex, 1957

A. Corona Blake, Mex, 1957

Tullio Demicheli, Mex, 1956

Miguel Zacarías, Mex, 1952

A. González Iñárritu, Mex, 2010

Juan Bustillo Oro, Mex, 1950

Roy William Neill, USA, 1946

Roy William Neill, USA, 1946

Roy William Neill, USA, 1945

Roy William Neill, USA, 1945

Destin Daniel Cretton, USA, 2017

Roy William Neill, USA, 1945

D. Kobiela, H. Welchman, UK, 2017

Akira Kurosawa, URSS, 1975

Werner Herzog, USA, 2005

Roy William Neill, USA, 1944

Roy William Neill, USA, 1944

William Morgan, USA, 1956

Masaki Kobayashi, Jap, 1967

Masaki Kobayashi, Jap, 1962

Satyajiy Ray, India, 1990

Andy Muschietti, USA, 2017

Denis Villeneuve, USA, 2017

Roy William Neill, USA, 1943

Roy William Neill, USA, 1943

Roy William Neill, USA, 1943

B. & J. Safdie, USA, 2017

Jean-Pierre Melville, Fra, 1966

Christopher Nolan, UK, 2017

Jean-Luc Godard, Fra, 1965

Jean-Pierre Melville, Fra, 1965

Thierry Frémaux, Fra, 2016

Jean-Pierre Melville, Fra, 1963

Jean-Pierre Melville, Fra, 1953

John Rawlins, USA, 1942

Alfred L. Werker, USA, 1939

Sidney Lanfield, USA, 1939

Philip Leacock, UK, 1956

Albert Lewin, USA, 1942

Wesley Ruggles, USA, 1940

Robert Hamer, UK, 1959

Joseph Anthony, USA, 1959

Billy Wilder, USA, 1964

Lloyd Bacon, USA, 1931

Anthony Mann, USA, 1958

Jacques Tourneur, USA, 1956

Roy William Neill, USA, 1942

349 “Todo el poder” (Fernando Sariñana, Mex, 2000) * con Demián Bichir, Cecilia Suárez, Luis Felipe Tovar
Ennesima buona comedia negra latina, di quelle incentrate sulla corruzione di polizia e politici, ma non si salva neanche la chiesa. Storia estremamente articolata che si sviluppa rapidamente, in modo a volte scontato altre con colpi di scena e ingegnose trovate, ma il suo punto porte consiste nei tanti personaggi ben caratterizzati, fra quali spicca il comandante della polizia soprannominato “Elvis”, con due basettoni spettacolari.
Lo sfortunato documentarista Gabriel è testimone di ogni tipo di crimine e subisce aggressioni di continuo, nel tentativo di recuperare quanto gli è stato sottratto si mette sempre più nei guai e coinvolge tutti quelli che gli sono accanto. Alcuni lo assecondano con piacere, altri tentano blandamente di opporsi ma sono inesorabilmente risucchiati nel vortice di rapine, furti, ricatti, minacce e rapimenti che coinvolgono, ovviamente, anche vari insospettabili.
Non eccezionale ma divertente, anche se un po’ amara. Piacevole e varia la colonna sonora.
IMDb 6,7

 

348 “Dos crímenes” (Roberto Sneider, Mex, 1994) * con Damián Alcázar, José Carlos Ruiz, Pedro Armendáriz Jr.
Dopo “Bandidos” ecco di nuovo Damián Alcázar e Pedro Armendáriz Jr. ma stavolta in ruoli più importanti. Alcázar è protagonista di questo buon film (a metà strada fra thriller e comedia negra) e dopo essere stato accusato ingiustamente di omicidio fugge da Mexico City e ripara da parenti che vivono in una enorme casa, in un piccolo paesino. Il problema è che lo zio è ricco e i parenti che “combattono” per la cospicua eredità vedono il nuovo arrivato (dopo 8 anni di assenza) come un pericoloso concorrente. Alle bugie, velate minacce e perfino tentativi di omicidio si aggiungono i comportamenti delle varie donne che seducono o sono sedotte dal protagonista.
La sceneggiatura è più che buona così come il cast (per lo più) ottimo, a cominciare dal solito Alcázar.
Consigliato
IMDb 7,2

 

347 “Bandidos” (Luis Estrada, Mex, 1991) * con Eduardo Toussaint, Jorge Poza, Alan Gutiérrez
Secondo dei soli 7 lungometraggi (in 23 anni, 1991-2014) di Luis Estrada, regista e sceneggiatore che stimo molto, in particolar modo per i suoi film successivi di feroce critica sociale e politica, “travestiti” da comedia negra (“La ley de Herodes”, “El infierno”, “La dictatura perfecta” ... cercateli e guardateli). “Bandidos” è la sua prima sceneggiatura cinematografica - in precedenza ne aveva curato altre per corti e TV - e sono quindi giustificate alcune carenze. I ragazzini protagonisti della storia sono troppo giovani per fare tutto ciò che Estrada mostra, varie scene sono un po’ scollegate fra loro e ci sono vari salti temporali poco chiari. Tuttavia mostra già un gran gusto per le inquadrature, colori e tempi e certamente ciò grazie all’essere figlio di del regista Jose Estrada, non certo fra i più famosi ma diresse vari film ben conosciuti in Messico.
Pur avendo ragazzini come protagonisti è strutturato come un “western messicano”, all’epoca della rivoluzione dii circa un secolo fa. Fra gli adutli (tutti con ruoli molto limitati) compaiono vari suoi amici-attori che poi parteciperanno a vari suoi altri film, in primis Damián Alcázar (ottimo attorre, qualcuno lo può conoscere come Gilberto Orejuela della serie “Narcos”), Daniel Giménez Cacho (tanti buoni film in America Latina e Spagna “Voces inocentes” “La mala educación”, “Blancanieves”, ...) e Pedro Armendáriz Jr. (favorito dalla fama del suo omonimo padre, ma certo non dello stesso livello, ha già all’attivo 165 film).
Pur avendo poca “sostanza”, è piacevole da guardare anche per i tanti riferimenti e citazioni ai western classici.
IMDb 6,9

 

346 “La mujer que no tuvo infancia” (Tito Davison, Mex, 1957) * con Libertad Lamarque, Pedro Armendáriz, Elsa Cárdenas

Personalmente sono d’accordo con González Ambriz in quanto mi pare evidente che Tito Davison (regista e co-sceneggiatore del film, certo non fra i più titolati cineasti messicani ma lungi dall'essere un inetto incapace) tratta la storia, di per sé abbastanza scontata, senza eccessi, con garbo, senza personaggi troppo poco plausibili e con una buona dose di satira sociale dipingendo un ambiente già ampiamente sfruttato in precedenza, ma quasi sempre con poco gusto, e mirando al ridanciano di basso livello.

Nel film Libertad Lamarque, già sposa bambina e appena divenuta vedova, soffre di uno sdoppiamento della personalità (più che altro dell'età) e si trova a combattere gli avidi e bigotti vecchi cognati Matilde, Cleotilde e Andrés, per fortuna con l'aiuto dell'esecutore testamentario interpretato da Pedro Armendáriz che certo non ricorderà questo film come uno dei suoi più memorabili, ma probabilmente si divertì a non interpretare (una volta tanto) il cattivo, duro, rude classico macho messicano ... non per niente Luis Buñuel lo ritenne perfetto per il ruolo di protagonista in El bruto (1953).

In effetti Libertad Lamarque negli anni ’40 era già famosa attrice drammatica e apprezzata interprete di boleri, tango e canzoni popolari latine e a quel tempo si guadagnò il soprannome "La Novia de América" (la sposa dell’America), ma dopo una decina di anni era diventato “Regina del melodramma".

Tratto da questo post cinematografico 

IMDb  7,5

 

345 “Felicidad” (Alfonso Corona Blake, Mex, 1957) * con Gloria Lozano, Carlos López Moctezuma, Fanny Schiller

Altro film con Carlos López Moctezuma protagonista, questa volta nel ruolo di un professore già avanti con gli anni, in procinto di diventare nonno, che ha “un’avventura” con una giovane donna. Entrambi sono alla ricerca della felicità (ovviamente effimera), nessuno dei due è del tutto onesto, molti (compresi loro) soffriranno le conseguenze della loro breve relazione.
Tutto si svolge fra Ciudad de Mexico e Acapulco, con il ricorrente tema musicale (strumentale) della famosa canzone “Perfidia”.
IMDb 7,2 Nomination Orso d’Oro alla Berlinale del 1957

 

343 “La loca” (Miguel Zacarías, Mex, 1952) * con Libertad Lamarque, Rubén Rojo, Alma Delia Fuentes
344 “Locura pasional” (Tulio Demicheli, Mex, 1955) * con Silvia Pinal, Carlos López Moctezuma, César del Campo
Dopo “La loca de la casa” ecco atri due film messicani degli anni ’50 che nel titolo includono una “locura” (pazzia) seppur di tutt’altro genere. Il primo è l’unico dei tre avente come protagonista una vera e propria psicopatica l’altro è chiaramente un dramma di infatuazione, tradimento e gelosia.
Per quasi tutta la prima metà di “La loca” sembra di guardare una commedia o uno sdolcinato melodramma ed il fatto è giustificato dalla presenza di Libertad Lamarque, famosa attrice e cantante argentina (e non nasconde il suo accento) che è rimasta attiva prima nel cinema e poi nelle serie televisive fino alla ragguardevole età di 92 anni (1908-2000). Nella seconda parte, invece, si passa nettamente al dramma.
“Locura pasional” l’avevo invece scelto per la presenza di Silvia Pinal, musa di Luis Buñuel (impersonò Viridiana nel film omonimo, il diavolo tentatore in “Simón del desierto” e Leticia 'La Valkiria' in “L’angelo sterminatore”), con una bellezza non classica ma sempre molto sensuale, l’opposto della succitata Libertad Lamarque che si presentava molto più acqua e sapone e un po’ svampita. Anche Silvia Pinal ha avuto una lunghissima carriera cominciando in teatro, proseguendo con 85 film e poi con le serie TV in una delle quali tuttora (86enne) interpreta Doña Imelda (già per un centinaio di episodi). Fu premiata per la sua prova in “Locura pasional” nel quale la sua controparte era il (quasi) sempre perfido e cattivo Carlos López Moctezuma, già citato più volte.

 

342 “Biutiful” (Alejandro González Iñárritu, Mex, 2010) * con Javier Bardem, Maricel Álvarez, Hanaa Bouchaib
Uno dei film più deprimenti, lenti e avvilenti che abbia mai visto ... e ne ho visti ...
Le 2 ore e venti mi sono sembrate infinite, molto più lunghe anche delle 7 ore del “Guerra e pace” di Sergey Bondarchuk. Non contesto certo la bravura di Iñárritu come regista e per la scelta delle singole inquadrature e meno che mai quella di Javier Bardem come attore, ma in questo caso non riesco a apprezzare Iñárritu soggettista e poi sceneggiatore “in combutta” con Nicolás Giacobone e Armando Bo.
Senza scendere in dettagli, anche per evitare possibili spoiler, vedo “Biutiful” come una fiumana di disgrazie e miserie, situazioni tristi e negative senz'altro esistenti ma raramente viste tutte insieme, con una miriade di personaggi depressi e scoraggiati, ai quali - per completare lo squallido scenario - se ne affiancano altri subdoli e sfruttatori, privi di ogni scrupolo. In poche parole un quadro desolante e, per come è proposto, quasi senza speranza.
Sono stato molto contento quando pochi giorni fa ho trovato il dvd a Lisbona essendo l'unico che mi mancava dei (soli) 6 lungometraggi del regista messicano, ma dopo averlo visto devo dire che senza alcun dubbio è quello che mi è piaciuto meno di tutti.
Almeno, avendolo pagato solo 20 centesimi, non rimpiango la spesa!
RT 64% IMDb 7,5

 

341 “La loca de la casa” (Juan Bustillo Oro, Mex, 1950) * con Pedro Armendáriz, Susana Freyre, Beatriz Aguirre
Il film in sé e per sé non è certo memorabile, tuttavia è interessante per il testo originale dal quale è tratto, l’omonima opera teatrale di Benito Pérez Galdós, scrittore e drammaturgo canario che fu apprezzato per svariati motivi. Fra essi risalta uno stile nel quale sa combinare il linguaggio colto della borghesia e quello di strada, la caratterizzazione di donne forti, protagoniste quasi assolute dei suoi scritti, la capacità di trattare gli argomenti con ironia e per tutto ciò fu molto amato dalla classe media e dal popolo e per gli stessi motivi dileggiato da critici e colleghi.
Vari suoi testi sono stati più volte adattati a sceneggiature cinematografiche, “La loca de la casa” già nel 1926, “Doña Perfecta” nel 1951 e 1977, “El abuelo” vanta ben 4 versioni (1925, 1945, 1972 e 1998, quest’ultima candidata all’Oscar come miglior film non in lingua inglese) e non è da sottovalutare l’interessamento alle sue tematiche da parte di Luis Buñuel il quale ne trasse 3 fra i suoi più famosi film: Nazarín (1959), Viridiana (1961, dal romanzo “Halma”) e Tristana (1970).
Come in tutti i suddetti testi è anche in “La loca de la casa” l’onnipresenza della religione e le relative conseguenti giocano un ruolo decisivo nello sviluppo della storia. Una novizia in procinto di prendere i voti accetta di sposare l’uomo rude e volgare che può salvare la sua famiglia, benché odiato e disprezzato da tutti. Notevole come al solito l’interpretazione di Pedro Armendáriz
IMDb 7,7

 

327-340 quattro film di Sherlock Holmes
337 “The Woman in Green” (Roy William Neill, USA, 1945) tit. it. “La donna in verde” * IMDb 6,9
338 “Pursuit to Algiers” (Roy William Neill, USA, 1945) tit. it. “Destinazione Algeri” * IMDb 7,2
339 “Terror by Night” (Roy William Neill, USA, 1946) tit. it. “Terrore nella notte” * IMDb 7,0
340 “Dressed to Kill” (Roy William Neill, USA, 1946) tit. it. “l mistero del carillon” o “Vestito per uccidere” * IMDb 7,0

Di nuovo in viaggio, ho avuto tutto il tempo per guardare gli ultimi 4 delle 14 avventure di Sherlock Holmes, interpretate da Basil Rathbone e Nigel Bruce, molto adatte a questo tipo di situazione in quanto le riprese non sono fondamentali, i vari annunci che arrivano alle orecchie nonostante gi auricolari non disturbano più di tanto, sono abbastanza brevi (60-70’) e anche se si interrompe la visone non è un problema grave.
A turno, ritornano i soliti nemici (Moriarty, il colonnello Moran, ..) ma solo in un paio di essi c’è l’ineffabile ispettore Lestrade.
Tutti questi ultimi 4 sono abbastanza focalizzati sull’argomento senza grandi divagazioni ed in particolare il secondo e terzo sono ambientati in spazi limitati: “Pursuit to Algiers” su una nave che dall’Inghilterra va ad Algeri (con sosta a Lisbona) con un principe in incognito, ma perseguito da un gruppo di assassini e “Terror by Night” su un treno sul quale “viaggia” un preziosissimo diamante e una misteriosa bara ...
Nel primo Holmes si trova ad affrontare una banda di assassini/ricattatori, ma il loro piano appare chiaro ben presto anche se non nei modi, mentre il quarto (Dressed to Kill) è forse il più movimentato e pieno di copi di scena in quanto Sherlock Holmes si trova di fronte ad una donna estremamente arguta che, con l’aiuto di due criminali senza scrupoli, cerca di recuperare due cliché di banconote di 5 sterline rubati un paio di anni prima ... il tutto gira attorno a tre music box (carillon).
Niente di memorabile, ma certamente un modo più che piacevole di passare spensieratamente le ore di attesa, volo e trasferimanto in bus.

 

336 “The glass castle” (Destin Daniel Cretton, USA, 2017) * con Brie Larson, Woody Harrelson, Naomi Watts
Già leggendo l'argomento del film non si può fare a meno di andare con la mente al “Captain Fantastic” di Matt Ross (regista e sceneggiatore), con Viggo Mortensen che l'anno scorso ottenne anche la Nomination Oscar. E questo è il primo handicap di "The Glass Castle". Il secondo problema consiste nel fatto che l'altro aveva una sceneggiatura originale e quindi molto più facilmente "manipolabile" mentre questo è basato sull'autobiografia di Jeanette Walls, giornalista e scrittrice ancora viva e vegeta.
La logica conseguenza è che "The Glass Castle" è un film drammatico solo con qualche "alleggerimento" che può far sorridere e pertanto risulta più ostico al grande pubblico. Per la verità sono stati soprattutto i critici a non accoglierlo molto bene dividendosi quasi a metà fra pro e contro.
Io l'ho trovato senz'altro meritevole della piena sufficienza e l'ho preferito a “Captain Fantastic” il quale, per me, era troppo commedia, in certi sensi esagerata.
Woody Harrelson fa la sua brava parte di capofamiglia un po’ squilibrato e senz’altro alcolizzato mentre Naomi Watts ben interpreta sua moglie (aspirante artista) per la quale i 4 figli sono l’ultima delle sue preoccupazioni, pur avendo curato la loro informale educazione. Brie Larson è brava nel ruolo di Jeanette adulta, ma forse ancor più brave sono le interpreti della scrittrice in età minore.
Potrebbero sorgere dei dubbi in merito alla veridicità degli eventi e pensare che gli sceneggiatori abbiano voluto mostrare solo le parti più “estreme” della non facile infanzia dei 4 giovani Walls, ma leggendo i commenti di chi ha letto il libro (per oltre 5 anni nella lista di bestseller del New York Times, quasi 3 milioni ci copie vendute, tradotto in 22 lingue) si viene a sapere che le parti più “dure” sono state soppresse, anche per evitare possibili divieti al film.
Non volendo, come al solito, parlare troppo della trama e anche per evitare spoiler, mi limito a dire che realmente i giovani Walls “hanno fatto la fame”.
Altro punto a favore del film è la scelta degli interpreti nel loro complesso; bisogna riconoscere che quelli che si sono occupati del casting e poi dell’aspetto degli attori (in particolare dei ragazzi) sono stati bravissimi. Se guarderete il film, prestate poi molta attenzione alla serie di foto conclusive nelle quali appaiono tutti i veri membri della famiglia e al breve video del 1989 con Rex e Rose Mary, genitori di Jeanette, i quali si trasferirono a New York per stare vicino ai figli, ma continuarono a vivere “felicemente” da squatters. Per molto tempo, anche dopo essere già diventata una nota columnist, Jeanette mantenne il segreto sul proprio passato, ma poi fu spinta a raccontarlo “prima che lo facesse (male) qualcun altro” e quindi rese pubblica la sua storia solo all’età di 45 anni.
Penso che a questo punto sia chiaro che “The glass castle” non è e non voleva essere una commedia basata su una famiglia “non convenzionale” ma una vera storia drammatica, parzialmente con lieto fine.
A chi volesse saperne un po’ di più su Jeanette Walls consiglio di leggere questa relativamente breve biografia.
IMDb 7,1 RT 50%
A puro titolo di cronaca, i giovanissimi Shree Crooks e Charlie Shotwell sono stati interpreti (seppur minori) sia di “Captain Fantastic” che di “The glass castle”

 

335 “The House of Fear” (Roy William Neill, USA, 1945) tit. it. “La casa del terrore” * con Basil Rathbone, Nigel Bruce
Uno dei più insulsi della serie,almeno dei 10 fin qui visti. Eppure, è basato su un racconto di Conan Doyle e non solo sui personaggi da lui creati. Dopo il secondo assassinio si può già prevedere cosa c’è dietro, tutti (inclusi Holmes ed il sempre sbadato Watson) si comportano in modo assolutamente privo di senso. A meno che non si stiano guardando tutti, se ne può fare tranquillamente a meno.
IMDb 7,5

 

334 “Loving Vincent” (Dorota Kobiela, Hugh Welchman, UK-Pol, 2017) * con Douglas Booth, Jerome Flynn, Robert Gulaczyk
Ecco un film-progetto unico, che ha impegnato 120 artisti nell'arco di quasi un decennio. Sono state dipinte a olio con tecnica simile a quella di Van Gogh 853 scene, successivamente modificate per creare il movimento. Molte includono esattamente famosi quadri dell’artista olandese e tutti i personaggi del film sono realmente esistiti e ebbero a che fare con Van Gogh o semplicemente furono soggetti occasionali per i suoi dipinti.
Nei perfetti titoli di coda scorrono i personaggi dipinti dall’artista, affiancati ai disegni del film che hanno avuto come modelli attori veri e in vari casi alle foto dell’epoca delle persone in carne e ossa. Ho cercato il videoclip dei soli titoli di coda ma non li ho trovati, eppure sono certo che a breve appariranno da qualche parte anche perché hanno come commento sonoro “Vincent”, canzone del 1971 che molti conoscono come "Starry Starry Night", dedicata dall’autore Don McLean proprio a Vincent Van Gogh.
Per mettere insieme i vari dipinti e personaggi, gli autori hanno ideato una trama da mistery e il collegamento è l’ultima lettera di Vincent scritta al fratello Theo ma mai spedita. Il dirigente dell’ufficio postale che ne è in possesso affida la missiva al proprio figlio con l’incarico di recapitarla. Seppur malvolentieri il giovane (con la giacca gialla) parte e, in attesa di consegnarla, parla con molti di quelli che hanno conosciuto Vincent ed ognuno gli fornisce notizie diverse in merito ai suoi rapporti con i locali e agli avvenimenti dei suoi ultimi giorni. Per la narrazione vengono inseriti numerosi flashback (tutti in bianco e nero) e si ipotizza che qualcuno abbia sparato a Van Gogh e che quindi la versione del suo suicidio non fosse vera.
In questo modo il film riesce a carpire l’attenzione degli spettatori senza mai rallentare il ritmo e coloro che hanno un minimo di "cultura visiva" non possono fare a meno di restare rapiti dalle immagini, colori e tratti tutti nel più puro stile di Van Gogh.
Purtroppo per gli amanti del buon cinema, dell’arte e delle tecniche innovative non a solo fine commerciale, ancora una volta la circolazione in Italia è stata limitatissima ... in poche sale e solo per 3 giorni (da lunedì a mercoledì della settimana appena terminata). Si dovrebbe riconsiderare l’assunto (da molti dato per scontato) che la cultura non interessa e quindi non paga. Infatti, proprio relativamente a questo caso ho letto che “Loving Vincent” in quei pochi giorni ha avuto più spettatori e incassato di più di qualunque altro film, incluso “Blade Runner 2049”. Ciò lascia ben sperare e, forse, distributori e sale troveranno un accordo per ulteriori passaggi.
Tornando al film, ne consiglio senz’altro la visione, ma dovrete stare molto attenti a non perdere la prossima occasione, se ci sarà.
IMDb 8,0 RT 82%

 

333 “Dersu Uzala” (Akira Kurosawa, URSS, 1975) * con Maksim Munzuk, Yuriy Solomin, Mikhail Bychkov
IMDb 8,3 RT 100% * Oscar miglior film non in lingua inglese
La trama del film è stata creata estrapolando e adattando i due libri di memorie dell’ufficiale esploratore russo Vladimir Arsenyev, poi anche commissario per le minoranze etniche. Il primo testo s’intitolava proprio “Dersu Uzala”, nome reale del cacciatore di etnia Nanai/Goldi (o Hezen che dir si voglia) veramente esistito che guidò Arsenyev in più occasioni nell’arco di vari anni del primo decennio del ‘900, e il secondo “Nel profondo Ussuri”.
Tranne le poche scene che mostrano la casa dell’ufficiale, con un Dersu ormai anziano e malconcio, il film è tutto girato in esterni e Kurosawa con il suo talento ci mostra le bellezze e le insidie delle foreste, dei fiumi e della taiga della vasta area quasi completamente disabitata al limite orientale dell’Impero Russo di allora, a meno di un migliaio di km dal Mar del Giappone Vladivostok. .
Visto appena dopo “Grizzly Man”, invita gli spettatori a considerare il diverso rapporto uomo-natura di Treadwell, Dersu, Arsenyev. Quali di loro erano veri “ambientalisti” o “ecologisti”?
In pratica il film si sviluppa su due livelli, uno umano con il rapporto fra il militare e il cacciatore nomade senza più famiglia né casa e l’altro “ecologico” sulla sopravvivenza in ambiente selvaggio, fra pericoli naturali, tempeste, ambienti inospitali, animali.
Film senz’altro consigliato, ma è opportuno ammirarlo su grande schermo (possibilmente molto grande) per apprezzare al meglio le riprese di Kurosawa in formato 2.20:1.

 

332 “Grizzly Man” (Werner Herzog, USA, 2005) * con Timothy Treadwell, Amie Huguenard, Werner Herzog
Come da programma eccomi al double bill (due film di seguito, con un breve intervello, un solo biglietto) che la Cinemateca Portuguesa propone ogni sabato, con inizio alle 15.30. Questa volta il tema comune è la natura selvaggia e i film scelti sono “Grizzly Man” (del quale avevo visto solo pochi spezzoni in video) e “Dersu Uzala”, il primo ambientato in Alaska all'inizio di questo secolo, il secondo nella taiga del bacino dell'Ussuri, al limite orientale dell'Impero Russo, nel primo decennio del secolo scorso.
Considerato nel suo complesso, il docufilm di Herzog riesce a restare abbastanza super partes inserendo fra le varie riprese realizzate dallo stesso Timothy Treadwell interviste ai suoi amici più stretti e persone che hanno avuto a che fare con lui e che lo vedevano come un folle ... ed io sto con questi ultimi. La sua era in effetti una intrusione in un mondo che non gli apparteneva in alcun modo e gli orsi lo "tolleravano" ma certo non interagivano con lui. Proclamava di difendere i grizzly ma non c'è evidenza di alcun risultato reale e comprovato e oltretutto si trovava (infrangendo varie leggi) in territorio protetto. Nell'ultima parte del film si scaglia violentemente contro il governo, il Kodiak National Wildlife Refuge, i ranger. Nelle sue tante riprese non mostra un solo cacciatore e solo una volta un gruppo di turisti fotografi che si limitano a lanciare qualche pietra.
Proprio per questa sua posizione oggettiva, Herzog con il suo film ha fornito spunti ad entrambe le parti (denigratori e ecologisti più o meno estremisti) di parlarne sia bene che male, appigliandosi a questa o a quella dichiarazione di Treadwell o di qualche intervistato.
Questo film è certamente più documentario di altri per includere molte riprese non organizzate da Herzog, ma semplicemente da lui scelte fra le oltre 100 ore girate dallo stesso Treadwell (solo in un caso da altra persona) e per avere molte interviste secondo me significative e, soprattutto, bilanciate fra pro e contro.
Non sempre i documentaristi riescono ad esimersi da far diventare i propri lavori veri e propri manifesti di parte.
Per apprezzare appieno questo lavoro bisogna essere abbastanza amanti della natura ed interessati al tema. Herzog ha certamente prodotto documentari e film più significativi e di maggior pregio, ma è importante ricordare che il limite fra gli uni e gli altri (tranne rare eccezioni) è spesso molto indefinito.
IMDb 7,8

 

330 “The Scarlet Claw” (Roy William Neill, USA, 1944) tit. it. “L’artiglio scarlatto” * con Basil Rathbone, Nigel Bruce IMDb 7,5
331 “The Pearl of Death” (Roy William Neill, USA, 1944) tit. it. “La perla della morte” * con Basil Rathbone, Nigel Bruce IMDb 7,5

Il primo è un buon film con un criminale che affronta (quasi sfida) Sherlock Holmes in uno dei suoi campi preferiti ... il trasformismo. Quindi non si sa mai chi è chi. Alle spalle c’è una storia di vendetta abbastanza complicata che vede coinvolte varie persone, lasciando una volta tanto da parte l’avidità dei soliti ladri, megalomani e truffatori .

Divertente l’ambientazione in Quebec (Canada) che a fine pellicola permette a S. H. di declamare un altro pezzo di discorso di Churchill sull’alleanza e unità di intenti fra Regno Unito, Canada e USA ... la guerra non era ancora finita.
Con “The Pearl of Death” si torna a Londra e alla normalità (furti e omicidi annessi) con la partecipazione dell’ineffabile ispettore Lestrade (Dennis Hoey) che avevamo perso di vista nei film ambientati oltreoceano. La storia è un po’ meno coinvolgente della precedente, ma senz’altro buona grazie al ritmo e ai tanti colpi di scena. Anche in questo caso S. H. si esibisce in vari ottimi travestimenti.

 

329 “The Violent Years” (William Morgan, USA, 1956) sceneggiatura di Ed Wood * con Jean Moorhead, Barbara Weeks, Art Millan
Da Kobayashi a Wood, dalle stelle alle stalle ... ma il cinema è anche questo ... vi invito a continuare a leggere
La segnalazione del pessimo “The Violent Years” mi è giunta da Public Domain, sito che mette online link a film di pubblico dominio, accompagnati da poche essenziali notizie che, in questo caso, ci portano al “peggior cineasta di sempre”: Ed Wood.
William Morgan era invece un mediocre regista che aveva ottenuto risicate sufficienze per i suoi precedenti 13 film diretti fra il 1940 e il 1943, dopo aver curato il montaggio di film anche di miglior livello soprattutto negli anni ’30, ma nel 1956 inopinatamente si fece convincere a tornare a dirigere una pellicola con una sceneggiatura del “famigerato” Ed Wood. A detta di tutti questi fu un cineasta di scarsissimo livello (molti sostenevano fosse “il peggiore di sempre”), con capacità pressoché nulle e strane abitudini che, proprio per tali motivi, divenne personaggio singolarmente famoso a tal punto da convincere la Touchstone Pictures a produrre nel 1994 il suo biopic per la regia di Tim Burton, con Johnny Depp, Martin Landau, Sarah Jessica Parker, Bill Murray, Patricia Arquette,... mica cosa da poco. l film con titolo proprio “Ed Wood” vinse 2 Oscar.
Invece, questo “The Violent Years” è veramente mal pensato, mal diretto, con montaggio ridicolo, quasi senza capo né coda, con inserti ripetuti e altri chiaramente fuori posto, si passa dal giorno alla notte con grande nonchalance, la recitazione dei più rasenta il ridicolo e stendiamo un velo pietoso sui dialoghi ... non per niente ha un rating di 2,9 (su 10) su IMDb.
Ora però mi è venuta voglia sia di guardare il film di Tim Burton, sia il più famoso (in negativo) film diretto e sceneggiato dallo Ed Wood: “Plan 9 from Outer Space” del 1959 anche se vanta un “ottimo” 4,0 (su 10) su IMDb, ma quasi certamente ciò è dovuto alla fama postuma acquisita da Wood.
Per concludere, invito i cinefili curiosi e di mente (molto) aperta a leggere la biografia di Ed Wood scritta con vena molto ironica e pubblicata su IMDb, ma anche la pagina Wikipedia fornisce tantissimi particolari e le trame (e che trame!) dei suoi film nei quali l’accostamento di generi era quasi prassi.
IMDb 2,9

... e questo è l'incredibile trailer del film

 

328 “L’ultimo Samurai” (Masaki Kobayashi, Jap, 1967) tit. or. “Jôi-uchi: Hairyô tsuma shimatsu” tit. int. “Samurai Rebellion” * con Toshirô Mifune, Yôko Tsukasa, Gô Katô * IMDb NB: non ha niente a che vedere con il film del 2003 dallo stesso titolo (in italiano) con Tom Cruise e Ken Watanabe
Secondo film di Kobayashi incentrato sui samurai e soprattutto sul loro senso dell’onore. Tuttavia, come già sottolineato per Harakiri, i suoi non sono film di combattimenti fra samurai, bensì drammi basati sui rapporti familiari e sulla dignità. In questo film il primo scontro avviene solo a un quarto d’ora dalla fine ... tragica e pessimista, della quale il protagonista ben si rende conto, anche se un barlume di speranza viene concesso dall’ultima inquadratura.
Anche qui notevole è lo studio delle inquadrature, della quasi costante simmetria delle scene interrotte nei momenti più drammatici da inquadrautre diagonali ravvicinate di grande efficacia. Molto interessante anche la drammatica sceneggiatura tratta da un romanzo di Yasuhiko Takiguchi.
Ovviamente, consiglio caldamente anche questo film.

8,4 RT 100%
 

327 “Harakiri” (Masaki Kobayashi, Jap, 1962) tit. or. “Seppuku” * con Tatsuya Nakadai, Akira Ishihama, Shima Iwashita

Perché tanti, pur aspiranti cinefili, si "spaventano" al solo menzionare il cinema asiatico classico e rifuggono dall’affrontarlo? Oltre al maestro indiano Satyajit Ray, perché non cominciare a prendere in considerazione, e quindi "osservare" più che guardare, i film dei suoi tanti omologhi giapponesi del secolo scorso come Ozu, Mizoguchi, Kurosawa, dei quali si dovrebbero conoscere almeno i nomi? Ieri mi sono goduto questo “Seppuku” (aka “Harakiri”), uno dei numerosi capolavori di un altro della schiera: Masaky Kobayashi.
Si tratta di un dramma ambientato nel Giappone feudale del 1630 e si svolge per lo più in un cortile del palazzo del signore locale dove un samurai ronin si vuole riscattare suicidandosi secondo il rituale del seppuku (harakiri). Ma prima ha qualcosa da raccontare, così come il signore gli riferisce di avvenimenti simili da poco accaduti in quello stesso cortile. Attraverso le esposizioni degli eventi (con vari flashback) vengono fuori gli imprevedibili legami fra i vari protagonisti. Tutto viene descritto con riprese precise, fra inquadrature perfettamente centrate e primissimi piani diagonali, i dialoghi e le interpretazioni sono pressoché perfette (indispensabile l’audio originale giapponese), il bianco e nero superbo.
Sarò anch’io obsoleto, ma dico che questo è un esempio di “vero cinema”.
Secondo me è imperdibile.
IMDb 8,7 RT 100%

PS - A chi non ama gli infiniti duelli e scontri di un certo tipo di cinema asiatico ricordo che solo negli ultima parte del film vengono mostrati pochi minuti di combattimento, tutto il resto e puro cinema e teatralità.

 

326 “Shakha Proshakha” (Satyajiy Ray, India, 1990) tit. int. Branches of the Tree * con Ajit Banerjee, Haradhan Bannerjee, Soumitra Chatterjee
Ho trovato questo altro film di Satyajit Ray, il penultimo dei suoi 29, un dramma familiare, di impostazione quasi teatrale. Quattro fratelli (un paio dei quali accompagnati dalle mogli) si ritrovano a casa del padre che ha avuto un infarto. L’anziano è una persona integerrima che ha fatto dell’onestà assoluta il proprio credo, ammirata e portata ad esempio a tutti, ma alcuni dei figli non la pensano allo stesso modo e piano piano i diversi punti di vista vengono fuori e ci saranno vari confronti.
Sapendo che molti, purtroppo, non conoscono questo grande regista indiano, approfitto dell’occasione per ricordare che nel 1992 gli fu assegnato l’Oscar alla carriera “per la sua rara maestria nell’arte del cinema e per il suo profondo senso di umanità che hanno avuto un’indelebile influenza sui registi e sul pubblico di tutto il mondo.”
Fra i tanti che hanno espresso la propria approvazione, Akira Kurosawa disse “Non aver visto i film di Ray significa vivere senza aver visto il sole e la luna”; George Lucas: “Onorando Satyajit Ray si aiuta a portare la sua opera all’attenzione di un più vasto pubblico ed in particolare dei giovani filmmaker sui quali avrà certamente un effetto positivo”; Martin Scorsese: “Ray è magico, la semplice poesia delle sue immagini e il loro impatto emotivo rimarranno sempre con me. Il suo lavoro è pari di quello dei suoi contemporanei Ingmar Bergman, Akira Kurosawa and Federico Fellini”
IMDb 7,7

 

325 “It” (Andy Muschietti, USA, 2017) * con Bill Skarsgård, Jaeden Lieberher, Finn Wolfhard
E dopo un film sci-fi (Blade Runner 2049) passo a un horror che è un altro genere che non amo particolarmente, ma se il prodotto è buono lo guardo con piacere e in questo caso non me ne sono affatto pentito. In effetti, prima di "immolarmi" mi ero documentato ed essendo rimasto soddisfatto delle informazioni che passo a condividere con chi - come me - è poco esperto in questo campo, mi sono avviato al cinema.
Il film è un adattamento di “It” (di Stephen King, pubblicato nel 1986 al termine di una stesura durata quasi 5 anni) ritenuto dai più il capolavoro del più famoso autore di horror moderni. Nel sostanzioso romanzo di oltre 1.000 pagine King narra due storie che si sviluppano negli stessi luoghi con più o meno i medesimi personaggi a distanza di 27 anni. ma le intreccia con frequenti flashback. Data la lunghezza del testo che impediva di trasformarlo in un’unica pellicola, per questa produzione è stato deciso di separare nettamente le due serie di eventi, girando due film distinti. Questo “It: Chapter One” racconta quindi solo la prima parte che inizia con un episodio del 1988 per poi passare ai tanti eventi dell’estate dell’89 (nel libro 1957-58). I protagonisti sono tutti adolescenti un po’ particolari, che si ritrovano insieme per caso ma hanno un punto in comune: sono costantemente vessati dai compagni di scuola e in famiglia le cose non sempre vanno meglio. Fra loro c’è un balbuziente, un allergico/malaticcio, un simpatico “secchione” sovrappeso, il figlio di un rabbino, un ragazzo di colore e una sola ragazza. I poverini (ma in effetti molto ardimentosi) non se la dovranno vedere solo con il terribile clown (It), ma anche con i bulli e qualche strano genitore ...
Il ritmo è incalzante, gli eventi sono tanti, molte volte ci si aspetta qualcosa che non succede, altre volte i ragazzi sono in condizioni più che disperate, si percepisce che “deve” succedere qualcosa ma difficilmente si indovina come si evolverà la situazione. Con ciò voglio dire che non è per niente banale, le sorprese sono tante, le trasformazioni di It sono numerose e ben realizzate e le parti horror-drammatiche vengono abilmente stemperate con tocchi di commedia sparsi qua e là. L’unico aspetto per me negativo (anche se in parte giustificato) è quello dell’inserimento dei soliti discorsi sull’amicizia, l’unione, la lealtà ecc. ma l’ultimo d questi è chiaramente necessario per rimandare a “It: Chapter Two”, annunciato per il 2019. Si può star certi che nel prossimi film (che non si può chiamare sequel, ma solo seconda parte) ci saranno i necessari notevoli cambiamenti nel cast visto che gli avvenimenti si riferiscono a 27 anni dopo e quindi gli adolescenti saranno divenuti adulti, intorno alla quarantina.
Non è un film d’autore, non è un capolavoro, ma è certamente ben realizzato, i ragazzi sono tutti più che bravi (ma temo molto il doppiaggio per chi lo guarderà in italiano), montaggio, tempi ed effetti speciali sono ottimi, le caratterizzazioni degli adulti sono volutamente al limite, ma appropriate, la regia è sicura e il soggetto è garantito da Stephen King il quale, dopo aver assistito all’anteprima, ha dichiarato che il film gli era piaciuto oltre ogni sua aspettativa e che nel complesso era stato fatto "a wonderful job", e se lo dice lui ...
Consigliatissimo se appena sopportate il genere ... .
IMDb 7,8 RT 85%

 

324 “Blade Runner 2049” (Denis Villeneuve, USA, 2017) * con Harrison Ford, Ryan Gosling, Ana de Armas

In una sola parola: deludente (ma non per questo malvagio). Forse per le troppe sperticate recensioni mi aspettavo molto di più ed è ben distante dall’originale del 1982, in ogni senso. Premesso che non sono un fan della fantascienza e sci-fi ed in particolare della distopia (e pertanto posso non aver colto elementi preziosi o quantomeno importanti) cinematograficamente parlando trovo che sia estremamente ed inutilmente lento e non tanto per le scene nelle quali non succede niente (sono solo vagamente descrittive) ma per i lunghi silenzi dei protagonisti e per le pause fra una frase e l’altra di quasi tutti i dialoghi (abbastanza scadenti). L’ossessivo commento sonoro (presente quasi esclusivamente in esterno) per lo più a base di bassi profondi (diegetici o extradiegetici?) che talvolta si tramutano in stridori contrasta con il silenzio pressoché assoluto degli interni. I replicanti dovrebbero “sentire” emozioni e/o sentimenti (altrimenti non si spiegherebbero i loro comportamenti), ma sembrano non esprimerli con il tono di voce, praticamente monocorde.

D’accordo, siamo nel futuro e ognuno può ipotizzare ciò che vuole ma alcuni particolari mi hanno fatto sorridere (mi sono sembrati ridicoli). Il più lampante è il registro (un enorme libro ... cartaceo!) nel quale si cercano annotazioni di 30 anni prima (= 2019) e per evitare uno spoiler mi limito a dire che non si vanno a leggere le ultime pagine, implicando che ben oltre il 2020 si usasse ancora carta e penna ... a Los Angeles ... in un mondo tecnologico ... Stendo un velo pietoso sulla scena “in riva al mare” (la mia croce) e non mi dilungo oltre.

Salvo senza remore di sorta buona parte della fotografia, di molte scenografie interne e, soprattutto dell’uso degli ologrammi ... veramente notevole, vario e originale.

Come la maggior parte dei sequel, prequel e simili, per non parlare dei remake, mi è sembrato un po’ pretenzioso ma mi domando: come sarebbe stato accolto senza l’esplicito legame con il film di Ridley Scott? Meglio o peggio?

IMDb  8,4  RT  89%

 

321-323 tre film di Sherlock Holmes
Approfittando di una mezza giornata di viaggio, ho guardato in rapida successione quinto, sesto e settimo film della serie di Sherlock Holmes interpretata da Basil Rathbone e Nigel Bruce e così li recensisco in blocco, più brevemente del solito.
Il conflitto mondiale sembra essere sempre presente in questi tre film, tutti del 1943. Il primo di chiude con una citazione di un discorso di Churchill sull'indissolubile alleanza anglo-americana, il secondo con una frase sulla democrazia seguita dall'invito a comprare i buoni di guerra e infine nel terzo i bersagli del tiro a segno nelle scene conclusive sono immagini di Hitler, Mussolini e altri "nemici".
"In Washington" "SH Faces Death" tit itIl
321 “Sherlock Holmes in Washington ” (Roy William Neill, USA, 1943) * con Basil Rathbone e Nigel Bruce * IMDb 7,0
Si tratta di un buon film di spionaggio nel quale prima si va alla ricerca di chi trasporta documenti segreti da Londra a Washington e poi si cercano gli stessi che, ridotti a microfilm, involontariamente e incospicuamente vengono passati di mano innumerevoli volte. Ben costruito
322 “Sherlock Holmes Faces Death” (Roy William Neill, USA, 1943) * con Basil Rathbone e Nigel Bruce * IMDb 7,2
Storia un po' forzata ma con parecchie trovate geniali interessanti personaggi. Si torna nel Regno Unito con una classica ambientazione in una misteriosa magione di campagna. Una conclusione emblematica porta inevitabilmente alla populistica morale finale.
323 “Sherlock Holmes - The Spider Woman” (Roy William Neill, USA, 1943) * con Basil Rathbone e Nigel Bruce * IMDb 7,4
Questo terzo film è quello che mi è piaciuto di meno, per essere basato su troppi elementi esotici (poco credibili) e per il fatto che Sherlock Holmes sopravvive e risolve il caso aiutato da una fortuna sfacciata più che dalla sua leggendaria stringente logica.

 

320 “Good Time” (Benny Safdie e Josh Safdie, USA, 2017) * con Robert Pattinson, Benny Safdie, Jennifer Jason Leigh
Presentato a Cannes a maggio, pare che dovrebbe uscire in Italia fra una decina di giorni. Se non valutassi i film nella loro completezza, darei almeno un 9 alla sceneggiatura (anche se parte da un’idea assolutamente balzana) e non più 6 alla realizzazione. Il susseguirsi di eventi ha quasi del’incredibile, alcuni sono autentiche sorprese, altri un po’ troppo previsti, ma in linea di massima ho apprezzato la varietà di personaggi nei quali Connie (un Robert Pattinson quasi irriconoscibile) si imbatte e le interazioni con gli stessi.
Concordo con i tanti che hanno voluto vedere una similitudine con la struttura del famoso e delizioso cult “After Hours” (1975) di Scorsese, ma certo i fratelli Safdie non sono Scorsese e l’ambientazione completamente differente.
Proprio nella grande varietà di situazioni ci sono alcuni colpi di genio e penso che ciò sia il vero merito di questa dark comedy. I metodi dello psico-sociologo sono una caricatura perfetta dell’ambiente, i parco di divertimenti un’ambientazione quasi surreale.
Un buon film di puro svago con un finale ben pensato (cosa rara).
Consigliato, ma non vi aspettate un capolavoro
IMDb 7,9 RT 94%

 

319 “Le deuxième souffle” (Jean-Pierre Melville, Fra, 1966) tit. it. “Tutte le ore feriscono... l'ultima uccide” * con Lino Ventura, Paul Meurisse, Raymond Pellegrin, Christine Fabréga, Michel Constantin
Prima di passare a commentare brevemente questo interessantissimo e ottimo noir francese (IMDb 8,1 RT 100%), mi preme sottolineare che Melville si avvalse di un ottima sceneggiatura nella quale riuscì a collegare le due storie ben distinte incluse del romanzo originale ("Un reglement de comptes") di José Giovanni, autore di romanzi e dialoghi per i film, regista e sceneggiatore, personaggio molto singolare e senz'altro discutibile ma fondamentale per i polizieschi francesi in quanto aveva una perfetta conoscenza degli ambienti malavitosi essendo stato gangster, collaborazionista dei nazisti, estorsore, assassino, ricattatore ed aveva alle spalle una decina di anni di galera ... non vi sembra abbastanza?. A lui la Cinemateca Portuguesa ha voluto dedicare quasi un’intera pagina delle 4 che compongono la dettagliata ed interessantissima scheda del film, insieme ai dati tecnici e commenti di critici e storici del Cinema.
Corso, all’anagrafe Joseph Damiani, visse nell’ambiente criminale fino a quando alla fine della guerra, non ebbe più protezione, fu arrestato e gli furono comminati 20 anni di lavori forzati; poi, aggiungendo altre condanne, addirittura la pena di morte che però fu successivamente commutata in lavori forzati a vita, poi ridotta e infine fu liberato nel 1956 dopo solo 11 anni di galera. Appena un anno dopo pubblicò il suo primo romanzo: "Le trou" con la più prestigiosa casa editrice dell'epoca (Gallimard) ... ma in quell’anno l'ex gangster Damiani era diventato José Giovanni. Nel '60 fu prodotto l'omonimo adattamento cinematografico (“Il buco” IMDb 8,1) e subito dopo un altro suo romanzo-film: "Classe tous risques" (“Asfalto che scotta”, 7,5). Fra sceneggiature, stesure dialoghi e soggetti ha collaborato a oltre 30 film ed è anche stato egli stesso regista 13 volte. Fra i suoi lavori ci sono molti dei migliori film polizieschi francesi degli anni ’60 e ‘70 film "storici" fra i quali, oltre ai già citati, anche "Il clan dei siciliani" (1969) , "I 3 avventurieri" (1967), “Ultimo domicilio conosciuto" (1970), “Lo zingaro” (1975), ... quasi tutti film di primo livello con gli attori più famosi in questo genere come Lino Ventura, Alain Delon, Jean-Paul Belmondo.
I suoi precedenti rimasero ben nascosti fino al 1993 quando 2 giornalisti svizzeri rivelarono che dietro lo pseudonimo Giovanni si nascondeva il criminale Joseph Damiani nonché i dettagli del suo passato, ma avendo scontato la pena e chiuso i conti con la giustizia rimasero solo le chiacchiere e minacce di cause e querele non portate a termine.
Di “Le deuxième souffle” è stato prodotto un (pessimo) remake nel 2007 con un cast improponibile ... Daniel Auteuil nel ruolo di Gu (con tutto il rispetto per Auteil lo si può paragonare a Ventura e specialmente in nelle vesti di un gangster?) e l’unico fondamentale personaggio femminile fu affidato a Monica Bellucci, che certo grande attrice non è.
Tornando al film, l’ho trovato ottimo, avvincente (le 2 ore e mezza non pesano assolutamente), molto ben interpretato. Interessante anche la varietà di personaggi proposti dai due commissari rivali che procedono con metodi completamente opposti, i due fratelli criminali che procedono su binari diversi, il misterioso e ambiguo Orloff, Manuche (proprietaria di un locale di livello, molto signorile, rispettata da tutti) e ovviamente l’evaso Gu (Ventura) che si trova preso in una rete di ricatti, tranelli e bugie.
Senz’altro un FILM da non perdere ... altro che megaproduzioni moderne con attori iperpagati (per lo più incapaci) e effetti speciali a più non posso.
Ah, dimenticavo ... ovviamente è girato con un opportunissimo bianco e nero ...
IMDb 8,1 RT 100%

 

318 “Dunkirk” (Christopher Nolan, UK, 2017) * con Fionn Whitehead, Barry Keoghan, Mark Rylance, Kenneth Branagh, Tom Hardy, Cillian Murphy
Una voce fuori dal coro ... non mi è piaciuto per niente, ancor meno di “Hacksaw Ridge”, ma ovviamente per ragioni ben diverse.
Sono molti gli aspetti di “Dunkirk” che mi hanno lasciato perplesso, dai personaggi al montaggio, dai tempi alla indiscutibile incongruenza di molte scene. Capisco che girare in mare non è semplice ma in un campo e controcampo della stessa azione il mare non può passare dalla calma assoluta all’agitato e viceversa con il successivo cambio di prospettiva. E anche il cielo e la luce, perfino nella breve storia aerea e addirittura durane alcuni dialoghi sul molo, cambiano troppo spesso e rapidamente La storia dell’imbarcazione arenata, forata dai proiettili, riempita d’acqua e poi galleggiante è assolutamente incredibile. La compressione temporale dell’evacuazione dalla spiaggia stride troppo con l’espansione del periodo di volo di Tom Hardy.
Come se tutto ciò non bastasse, sono rimasto sconcertato per i colori e chiedo conforto a chi lo ha visto di togliermi questo dubbio: il film che ho visto (in una buona sala) aveva una dominante violacea, mancavano i rossi, i verdi erano sbiaditi. Commentando il fatto con un mio vicino di fila, mi ha detto che era una scelta del regista e che non c’era niente di sbagliato nella pellicola o file che fosse né nel proiettore ... ma non mi ha per niente convinto. Ho guardato il trailer ed alcune foto del film e mi sono sembrate tutte con i colori giusti e c’erano anche dei gialli molto “sparati” che avrei dovuto notare ... se ci fossero stati. Forse anche questo disappunto “fotografico” di aver visto immagini appiattite e poco contrastate ha contributo alla mia impressione negativa, ma alcuni dei dati precedentemente esposti non sono assolutamente condizionati dai colori.
La sua particolare interpretazione e visione del tempo, molto relativa e soprattutto personale, non è certo una novità, ma sembra giunto il momento di cominciare a pensare a qualcosa di nuovo e casomai di più immediata comprensione. Inoltre, da un film a tema bellico, per di più basato su eventi reali, sarebbe stato lecito aspettarsi una maggiore coerenza e credibilità.
In ogni caso, penso che Christopher Nolan il suo capolavoro lo abbia già realizzato (Inception) e se continua con la smania di fare troppo e di sbalordire ad ogni costo non riuscirà a fare di meglio, anche se glielo (me lo) auguro.
IMDb 8,4 RT 94%

 

317 “Pierrot le Fou” (Jean-Luc Godard, Fra, 1965) tit. it. “Il bandito delle 11” * con Jean-Paul Belmondo, Anna Karina, Graziella Galvani
Uno dei più noti (almeno di nome) film di Godard, molto sconclusionato, assolutamente provocatorio. Non c'è certo da meravigliarsi visto che quella era la sua precisa intenzione. A tratti interessante, a tratti intrigante, altre volte irritante ma spesso geniale nei dettagli.
Preso nel suo complesso, la maggior parte degli spettatori o lo amano e quindi lo esaltano o lo odiano, criticano e disprezzano, non c’è quasi via di mezzo. Comunque sia, è stato uno di quei film che certamente ha un posto di rilievo nella storia del cinema e fu uno dei più impattanti degli anni '60 e non solo nell'ambito della Nouvelle Vague.
Personalmente lo prendo per quello che è, ho apprezzato le idee innovative, il quasi surrealismo di alcuni dialoghi e alcune scene o semplici immagini, la ripetitività di certe frasi, i giochi di parole sia proferite che mostrate e soprattutto mi è piaciuto il montaggio.
Ciò che, al contrario, non mi ha del tutto soddisfatto è l'eccessiva sconnessione fra le scene, ma si deve ricordare che anche questo era un suo obiettivo dichiarato: “non raccontare storie”.
A chi si è incuriosito (e anche a chi lo conosce ma non a memoria) suggerisco di leggere articoli, commenti e “trivia” relativi al film. Potrà scoprire citazioni di poeti, origini di numerose frasi, il cameo del regista americano Fueller che definisce l’essenza del Cinema e tanto altro.
Per apprezzarlo al meglio (o tentare di cogliere almeno buona parte dei tanti dettagli) consiglio d guardarlo, informarsi e poi guardarlo di nuovo.
IMDb 7,7 RT 85%

 

316 “Le samouraï” (Jean-Pierre Melville, Fra, 1967) tit. it. “Frank Costello - Faccia d'angelo” * con Alain Delon, Nathalie Delon, François Périer
Bel noir, preciso, “chirurgico”, con un Alain Delon dal volto impassibile e impenetrabile ma non per questo inespressivo. Anche tutti gli altri attori si calano perfettamente nei rispettivi personaggi. Tempi rigorosi, riprese interessanti e giusto ritmo tengono sempre viva l’attenzione dello spettatore fino al singolare finale. Ma anche la scena iniziale è assolutamente notevole con un’inquadratura fissa di una stanza apparentemente vuota e avvolta nella semioscurità finché non appare un fil di fumo che distoglie l’attenzione da un ritmico cinguettio. La “salute” dell’uccellino in gabbia fa da contrappunto alla situazione sempre più critica nella quale si trova il “Samurai”. Il lungo confronto nella stazione di polizia, guidato dal tenace commissario (François Périer) alla ricerca dell’assassino mi ha riportato alla mente il confronto in quel gran film che è “The Usual Suspects” diretto da Bryan Singer quasi 30 anni più tardi..
Assolutamente consigliato.
IMDb 8,1 RT 100%

 

315 “Lumière!” (documentario di Thierry Frémaux, Fra, 2016) * con Auguste e Louis Lumière, tanti membri della loro famiglia e amici e tanta, tanta gente di ogni tipo

La recensione completa si trova in questo post su Discettazioni Erranti

IMDb 8,1 

 

314 “L'aîné des Ferchaux ” (Jean-Pierre Melville, Fra, 1963) tit. it. “Lo sciacallo” * con Jean-Paul Belmondo, Charles Vanel, Michèle Mercier, Stefania Sandrelli
Il titolo in italiano è diventato "Lo sciacallo", anche se la traduzione letterale di quello originale è "Il maggiore dei Ferchaux". Ciò premesso passo a parlare di alcune delle tante particolarità di questo film, quasi una sfida di Melville nei confronti dei suo denigratori. Subentrò nel progetto inizialmente affidato ad altro regista che avrebbe voluto Alain Delon protagonista; a causa della indisponibilità dell’attore il regista si tirò indietro e quindi la regia fu offerta a Melville che portò con sé Belmondo che aveva già diretto in “Léon Morin, prêtre” e “Le Doulos” nei due anni precedenti.
"Lo sciacallo" è l'unico dei 13 di Melville per il quale il regista non ha collaborato alla sceneggiatura. La maggior parte dell'azione si svolge durante un lungo viaggio sulle strade secondarie degli Stati Uniti da New York a New Orleans rendendolo quasi un road movie, ma le parti con gli attori furono girate tutto in Francia. Solo successivamente Melville si occupò di scegliere e realizzare le riprese urbane, con tanto di insegne e tipici motel americani e poi inserirle in modo appropriato.
Al di là della bravura degli attori (due star francesi di età ben diverse, il "vecchio" Vanel e l'emergente Belmondo) il film non mi ha convinto del tutto pur apprezzando comunque la solita regia "minimalista ed essenziale" di Melville.
Da notare che questo secondo film a colori fu girato in Franscope (... i soliti sciovinisti) equivalente francese del ben più noto Cinemascope.
Singolare l'apparizione dell’allora diciassettenne Stefania Sandrelli nel ruolo di una bionda autostoppista molto intraprendente. (vedi foto)
Anche questo, similmente a “Quand tu liras cette lettre”, è unanimemente reputato un film "minore" di Melville (perfino il regista disse di non essere soddisfatto) eppure sostengo che merita una visione per il modo singolare in cui racconta la storia.
IMDb 6,7

 

313 “Quand tu liras cette lettre” (Jean-Pierre Melville, Fra, 1953) tit. it. “Labbra proibite” (ignobile traduzione del titolo, ma c’è da dire che i belgi fecero esattamente lo stesso) * con Philippe Lemaire, Juliette Gréco, Yvonne Sanson
Questo è forse il film di Melville mediamente meno apprezzato da critica e pubblico, eppure a me non è dispiaciuto per niente. Storia cupa e a tratti torbida, drammatica, con forte componente sessuale, che vede fra i protagonisti principali due sorelle appena diventate orfane (Thérèse, in attesa di prendere i voti, lascia il convento per stare al fianco della diciassettenne Irène), una ricca e inquieta villeggiante di mezza età, un meccanico-pugile-autista poco di buono, donnaiolo spregiudicato fino allo stupro e anche ladro ..., e attorno a loro ce ne sono tanti altri dei generi più svariati, tutti interessanti e ben caratterizzati.
La storia procede quindi speditamente visto che racconta di 3 incidenti mortali, un tentativo di suicidio, uno stupro, furti di vario tipo, progetti criminosi. Non ci si annoia di certo, ma forse c'è un po' troppa carne a cuocere.
Una particolarità che avevo notato, seppur parzialmente, è le pressoché identiche panoramiche diagonali di apertura e chiusura, significative in quanto la prima va dal porto e dalla città al convento in cima alla collina e la seconda il percorso opposto. Ho poi appreso che Melville utilizzò proprio la stessa serie di fotogrammi, riprodotti all'inverso. Se fossi stato ancora più attento avrei dovuto notare gli uccelli che volano al contrario!
Lo consiglio, anche per le bella fotografia in bianco e nero
IMDb 6,7

 

312 “The Voice of Terror” (John Rawlins, USA, 1942) tit. it. “La voce del terrore” * con Basil Rathbone, Nigel Bruce
I due film del 1942 a tre anni di distanza dal secondo sono entrambe correlati alla guerra in corso e questo in particolare tratta di un gruppo di infiltrati nazisti in Gran Bretagna. Come se non bastasse la più o meno velata propaganda nazionalista (inglese), alla fine c'è addirittura un cartello (soprattutto per gli americani) che invita gli spettatori a sovvenzionare le forze armate con “war savings stamps and bond”, venduti nel cinema stesso (vedi screenshot).
Questo è ovviamente un limite per la storia "His last bow" di Conan Doyle.
IMDb 6,8

 

311 “Adventures of Sherlock Holmes” (Alfred L. Werker, USA, 1939) tit. it. “Le avventure di Sherlock Holmes” * con Basil Rathbone, Nigel Bruce
Al contrario del precedente, questo secondo film della serie è stiracchiato, con scene troppo lunghe che spezzano il ritmo e dopo pochi secondi non forniscono neanche suspense. Stavolta c'è anche
La scena iniziale vede il professor Moriarty (eterno e temibile nemico giurato di Holmes) inopinatamente assolto in tribunale termina con la sua solita apparente morte. Nel mezzo una doppia storia lenta e poco movimentata. Dei tre film visti finora è di gran lunga il meno appassionante.
Ho poi scoperto che da Conan Doyle sono stati presi solo i personaggi, ma il soggetto non è suo.
IMDb 7,6

 

310 “The Hound of Baskervilles” (Sidney Lanfield, USA, 1939) tit. it. “Il mastino dei Baskerville” * con Basil Rathbone, Nigel Bruce
Uno dei più noti casi affrontati (e ovviamente risolti) da Sherlock Holmes, probabilmente quello più rappresentato in film e telefilm, è il primo dei 14 film interpretati da Basil Rathbone e (Sherlock Holmes) e Nigel Bruce (Watson). I primi 3 diretti da registi diversi (gli altri furono Alfred L. Werker e John Rawlins) da 11 con la regia di Roy William Neill.
Questo buon inizio spinse i produttori a proseguire in questo filone anche se, dopo i primi 2 girati nel 1939, ci fu una pausa di quasi 3 anni forse dovuta anche all'inizio della guerra, e gli altri 12 uscirono a ritmo serrato fra il '42 e il '46.
Questo esordio è ben realizzato e le riprese nella nebbiosa brughiera attorno alla tenuta dei Baskerville, dominio del temibile mastino, sono veramente notevoli e ricreano un ambiente sinistro reso ancor più terrificante dagli ululati della "bestia".
Buon film di genere che fa apparire quasi tutti i personaggi dei possibili sospetti, portato avanti con buon ritmo e suspense.
IMDb 7,6

 

309 “The Spanish Gardener” (Philip Leacock, UK, 1956) tit. it. “Il giardiniere spagnolo” * con Dirk Bogarde, Jon Whiteley, Michael Hordern
Tratta da un romanzo di Cronin del 1950, la storia è molto ben resa ma il finale fu cambiato sostanzialmente, da un tragico epilogo a un mediocre "tarallucci e vino".
Resta intatta tuttavia l'analisi dei personaggi principali: il padre egoista e oppressivo, suo figlio entusiasta di conoscere un ambiente totalmente nuovo, il subdolo maggiordomo e, ovviamente, il giovane giardiniere (Dirk Bogarde), onesto, attivo, dinamico, bravo in tutto.
Piacevole l'ambientazione fra la grande casa di campagna, essenzialmente spartana, il giardino, il fiume, il mulino ed un'originale divagazione con una partita di jai alai (pelota basca) in un frontòn all'aperto. Alle buone descrizioni dei protagonisti nella prima parte, segue un ritmo quasi incalzante con azioni e tempi fra mistery e thriller.
Vale la visione
IMDb 6,9

 

308 “The Moon and Sixpence” (Albert Lewin, USA, 1942) tit. it. “La luna e sei soldi” * con George Sanders, Herbert Marshall, Doris Dudley
Vagamente ispirato alla vita di Gauguin il quale iniziò a dipingere tardi e morì di malattia a Tahiti dove si era trasferito e dove produsse le sue opere più note, di stile pressoché inconfondibile.
che già adulto mezz'età decise di imparare a dipingere, si trasferì a Parigi e infine emigrò a Tahiti, dove morì.
Nel film Charles Strickland (Georg Sanders) lascia a Londra moglie e figlio per seguire la sua vena artistica andando a vivere in condizioni di quasi assoluta povertà nella capitale francese, nel quartiere degli artisti. La sua storia viene raccontata in flashback da un amico di famiglia che prima tenta di riportarlo a casa dalla moglie e poi va anche da lui in Polinesia. Interessante è la caratterizzazione del personaggio assolutamente sui generis, scontroso, egoista, cinico, ...
Buon film con un ottimo Sanders.
IMDb 6,8

 

307 “Too Many Husbands” (Wesley Ruggles, USA, 1940) tit. it. “Troppi mariti” * con Jean Arthur, Fred MacMurray, Melvyn Douglas
Terzo soggetto “matrimoniale” in pochi giorni, un po’ deludente rispetto ai precedenti. Nonostante il soggetto fosse basato su una commedia scritta dal solito Somerset Maugham per il teatro, mi sembra che gli sceneggiatori non siano riusciti a stendere una decente sceneggiatura adattata al cinema.
La storia di fondo (un marito dato per morto a seguito del naufragio della sua barca ricompare improvvisamente e trova la (ex)moglie sposata con il suo migliore amico e socio) mi ha tanto ricordato “Letto a 3 piazze” (Steno, 1960) con Totò e Peppino De Filippo, anche se in questo caso il primo marito era stato dato per disperso in Russia.
Evitabile, in quanto abbastanza statico e molto ripetitivo nelle situazioni e atteggiamenti.
IMDb 6,5

 

306 “The Scapegoat” (Robert Hamer, UK, 1959) tit. it. “Il capro espiatorio” * con Alec Guinness, Bette Davis, Nicole Maurey
Film di genere poco definibile, essendo un po' commedia, un po' thriller e tanto mistery. Un ottimo (ancora una volta) Alec Guinness interpreta due sosia uno dei quali viene "trapiantato" in una ricchissima residenza nella campagna francese al posto dell'altro proprio da quest'ultimo, ma senza violenza né minacce e per di più per scopi poco chiari. Apparentemente libero di muoversi, dovrà destreggiarsi fra parenti, amante, maggiordomo, medico, amministratori, figlia adolescente, ecc. senza sapere (alla pari degli spettatori) chi è a conoscenza della sostituzione di persona e chi no, chi fa parte del "complotto" e chi invece agisce in buona fede essendone del tutto estraneo.
Devo dire che è stata una piacevolissima sorpresa e, di conseguenza, lo consiglio senza remore.
IMDb 7,2

 

305 “Career” (Joseph Anthony, USA, 1959) tit. it. “Il prezzo del successo” * con Dean Martin, Anthony Franciosa, Shirley MacLaine
Dopo la commedia “Baciami, stupido” ho scelto un altro film con Dean Martin, stavolta protagonista di questa pellicola drammatica, cronologicamente subito dopo aver interpretato il vicesceriffo Dude “borrachón” (ubriacone) nel famoso western “Rio Bravo” (aka “Un dollaro d’onore”, di Howard Hawks), uno dei ruoli che gli ha dato maggior fama nella storia del cinema.
In questo film, tuttavia, il vero protagonista è Anthony Franciosa un aspirante attore più che testardo. Dopo un primo incontro fra i due (Dean Martin è un impresario che si arrabatta come può) le loro strade si separano e incrociano più volte sia in campo lavorativo che sentimentale e per quest'ultimo il loro "punto in comune" è la simpaticissima e sempre brava Shirley MacLaine.
In effetti tutte le interpretazioni sono più che buone e sono sostenute da una interessante sceneggiatura per nulla banale che si basa soprattutto sulla smania di “arrivare” passando sopra a considerazioni di carattere morali e/o affettive.
Mi è piaciuto molto anche se non sopporto tanto Franciosa ...
IMDb 7,1

 

304 “Kiss me, Stupid” (Billy Wilder, USA, 1964) tit. it. “Baciami, stupido” * con Dean Martin, Kim Novak, Ray Walston
Con le mie solite associazioni di idee (spesso passo da un film all'altro seguendo un attore,un regista, un tema, un personaggio, ...) eccomi ad un'altra commedia "matrimoniale", una classica commedia americana degli anni '60 e, d'altro canto, visto che il regista è Billy Wilder e i protagonisti due “grandi nomi" di Hollywood Dean Martin e Kim Novak non ci si poteva aspettare altro.
La storia è abbastanza intricata con numerosi colpi di scena, tutti inseriti con tempi perfetti. Un gelosissimo maestro di piano (aspirante compositore di canzonette), in combutta con il meccanico gestore del distributore di carburante (suo paroliere) artificiosamente trattengono un famoso cantante (Dean Martin / Dino) capitato per puro caso nella piccola cittadina ... e lo piazzano in casa del pianista che però dovrà far "sparire" la giovane e bella moglie, tenuta all'oscuro di tutto. Questa sarà sostituita da una cameriera "di facili costumi" presa in prestito dal locale bar. Pur non avendo detto molto, è facile comprendere che la vicenda sarà molto movimentata.
Da guardare.
RT 73% IMDb 7,1

 

303 “Kept Husbands” (Lloyd Bacon, USA, 1931) trad. lett. “Mariti mantenuti” * con Clara Kimball Young, Joel McCrea, Dorothy Mackaill
Buona commedia dei primi anni del muto, incentrata - come si può intuire dal titolo - sui matrimoni con grande differenza di potere economico fra moglie e marito, ma nel film il biasimo ricade quasi esclusivamente tutto sulle donne.
Buone caratterizzazioni dei personaggi, fatte in modo spiritoso, in particolare quello della suocera del protagonista. Non si tratta di vera “lotta di classe”, piuttosto di critica alle convenzioni sociali.
Non male, buon passatempo.
IMDb 6,0

 

302 “God's Little Acre” (Anthony Mann, USA, 1958) tit. it. “Il piccolo campo” * con Robert Ryan, Tina Louise, Aldo Ray
Deludente ... tratto dall’omonimo bestseller di Erskine Caldwell, stracolmo di sessualità e allusioni più o meno esplicite tanto da essere messo al bando in più parti, è stato trasformato quasi in una commedia travisando molto del contenuto del romanzo e omettendo varie relazioni e tradimenti nell’ambito della famiglia che invece sono fondamentali per lo sviluppo della storia e analisi dei personaggi (del libro).
Robert Ryan offre un’ottima prova nel ruolo del quasi invasato capofamiglia, ma il suo personaggio è proposto in modo quasi caricaturale; l’esordiente Tina Louise (Golden Globe quale miglior promessa) è certamente procace e sensuale ma in quanto a recitazione ..., infatti rimase una promessa, partecipando in seguito a relativamente pochi film alcuni dei quali italiani (Saffo - Venere di Lesbo, L’assedio di Siracusa, Il fischio al naso, Viva l’Italia ... qualcuno se ne ricorda?); Aldo Ray, appena apprezzato in “Nightfall”, si difende ma non convince, e nel resto del cast c’è poco di notevole
Dalla regia di Mann ci si sarebbe aspettato qualcosa di più, ma nel complesso il film è “salvato” dalla splendida fotografia in bianco e nero di Ernest Haller (Oscar per “Via col vento, ma tanti altri suoi lavori sono memorabili come “Gioventù bruciata”, “Mildred Pierce”, “Che fine ha fatto Baby Jane?” “The Verdict”, ...)
Guardabile, a tratti interessante, ma di pregevole c’è solo la fotografia.
IMDb 6,7

 

301 “Nightfall” (Jacques Tourneur, USA, 1956) tit. it. “L’alibi sotto la neve” * con Aldo Ray, Anne Bancroft, Brian Keith
Altro ottimo film di Jacques Tourneur, del quale parlai pochi giorni fa a proposito del western “Stranger on Horseback” con Joel McCrea, ma “Nightfall” è del genere nel quale il regista di origini francesi si è espresso al meglio: i noir.
Si seguono le vicende di due malviventi, una modella e un investigatore che hanno come punto in comune il protagonista del film, un artista costretto a nascondersi per una serie di eventi a dir poco insoliti, sia fortunati che sfortunati, eppure tutti assolutamente plausibili.
Per alcuni aspetti, le scene del flashback a del finale nelle distese innevate del Wyoming, mi hanno ricordato molto “Fargo” (1996) dei fratelli Coen.
Molto bravi Aldo Ray (l’artista in fuga) e Anne Bancroft ancora all’inizio della sua carriera, ma anche tutti gli altri componenti del cast sono assolutamente appropriati nei rispettivi ruoli.
Essenziale, conciso (65 minuti), ben interpretato, è imperdibile per gli amanti del genere. Se cercate la versione italiana ricordate che il titolo è diventato “L’alibi sotto la neve” ...
Per me, è da non perdere!
RottenTomatoes 100% IMDb 7,3

 

300 “Sherlock Holmes and the Secret Weapon” (Roy William Neill, USA, 1942) tit. it. “Sherlock Holmes e l’arma segreta” * con Basil Rathbone, Nigel Bruce, Lionel Atwill
Classico film di Sherlock Holmes, uno dei primi della coppia Basil Rathbone (Holmes) e Nigel Bruce (Watson) che probabilmente sono quelli che ne hanno interpretati, oltre una dozzina, tutti negli anni ’40.
Ben girato e interpretato, con ritmo molto sostenuto si distingue per i tanti travestimenti, trucchi e colpi di scena che lo rendono più che piacevole ma molto merito va ascritto certamente alla penna di Sir Arthur Conan Doyle. Certamente molto più fedele al testo originale rispetto alle versioni moderne.
IMDb 6,8

Per informazioni generiche, tecniche e recensioni  dei film consiglio di consultare i seguenti siti:

IMDb (Internet Movie Database) : il più completo, la Bibbia del Cinema, con archivio di 3.5mln di titoli e quasi 7mln di nomi (in inglese)

Rotten Tomatoes : meno dati di IMDb, raccoglie soprattutto recensioni in rete, quindi carente su film datati (in inglese, con numerose recensioni in spagnolo)

Film Affinity/es : trovo che sia il più completo per quanto riguarda film spagnoli e dell'AmericaLatina (in spagnolo)

Allo Ciné : sopratutto cinema francese, ma non solo (in francese)

 Upperstall.com  : specializzato in cinema indiano. uno dei più frequentati al mondo fra i siti che si occupano di cinema  (in inglese)

per ricevere o fornire informazioni cinematograiche potete scrivermi a giovis@giovis.com

     

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