POST CINEMATOGRAFICI

indice completo dei  1300 film 2016 - 2018

lista film (pdf)  2015   2014   2012-13

2016

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301 - 350

351 - 403

 

2017

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151 - 200

201 - 259

260 - 299

300 - 349

350 - 399

400 - 443

2018

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351 - 400

401 - 454

2019

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101 - 150

151 - 200

     

micro-recensioni dei film del 2018   (dal 454° al 401°)


leggi tutte le 50 micro-recensioni (in basso, dopo i poster)

 

Mel Gibson, USA, 1995

Woody Allen, USA, 1987

Steven Soderbergh, USA, 2000

A. Arregi, J. Garaño, Spa, 2017

Rob Marshall, USA, 2018

F. Fernan Gomez, Spa, 1964

Kenji Mizoguchi, Jap, 1948

Kenji Mizoguchi, Jap, 1947

Sadao Yamanaka, Jap, 1935

N. Ibáñez Serrador, Spa, 1976

Marcel Barrena, Spa, 2016

Nigel Cole, UK, 2003

Nobuo Nakagawa, Jap, 1958

Gustavo Salmerón, Spa, 2017

Woody Allen, USA, 1990

Jean-Marc Vallée, Can, 2005

Anthony Mann, USA/Ita, 1971

Yang Zhang, Can, 1999

R. Danto, L. Saury, Fra, 2002

Felix van Groeningen, B/NL, 2012

Yorgos Lanthimos, Gre, 2009

Shirô Toyoda, Jap, 1953

Yimou Zhang, Cina, 2012

Carla Simón, Spa, 2017

Federico Fellini, Ita, 1976

Álex de la Iglesia, Spa, 2017

István Szabó, USA, 2004

Michael Gordon, USA, 1959

N. Burstein, B. Morgen, USA, 2002

Terrence Malick, USA, 1998

Steve McQueen, USA, 2018

Bryan Singer, UK/USA, 2018

Woody Allen, USA, 1977

Yusri Nasrullah, Egypt, 2009

Miguel M. Delgado, Mex, 1947

Yimou Zhang, Cina, 1995

Yimou Zhang, Cina, 1990

Hal Ashby, USA, 1979

John Landis, USA, 1978

Christian Petzold, Ger, 2012

Richard Eyre, UK, 2017

Wash Westmoreland, UK, 2018

Michael Haneke, A/F/D, 2012

Yimou Zhang, Cina, 1987

Clare Weiskopf, Col, 2016

Jim Jarmush, USA, 1999

Yimou Zhang, Cina, 2014

Yimou Zhang, Cina, 1992

Jacobo Morales, P. Rico, 1989

Carlos Saura, Spa, 1974

Wim Wenders, Ger, 1987

Wim Wenders, Ger, 1974

Seijun Suzuki, Jap, 1967

Kenji Mizoguchi, Jap, 1946

454 “Braveheart” (Mel Gibson, USA, 1995) * con Mel Gibson, Sophie Marceau, Patrick McGoohan * IMDb 8,4 RT 79%
79° nella classifica IMDb dei migliori film di sempre
5 Oscar (miglior film, regia, fotografia, trucco, effetti sonori) e 5 Nomination (sceneggiatura, montaggio, costumi, sonoro, musica originale)
Molte volte mi era capitato di vederne qualche scena o breve spezzone e in ogni caso mi era sembrato troppo artefatto. Finalmente ho deciso di guardarlo per intero e, nonostante qualche scena ben congegnata ed una buona fotografia, mi è sembrata una gran pappolata. Nel complesso, pur riferendosi a eventi e personaggi storici, la messa in scena è poco credibile e le interpretazioni non mi sono sembrate un granché a cominciare da quella di Mel Gibson.
Considerato che quasi tutti lo abbiano già visto, e avranno la loro brava opinione in merito, non aggiungo altro.

 

453 “Radio Days” (Woody Allen, USA, 1987) * con Mia Farrow, Dianne Wiest, Mike Starr
IMDb 7,6 RT 88% * 2 Nomination Oscar (sceneggiatura e scenografia)
Anche se non frai più conosciuti e generalmente apprezzati, questo è uno dei film di Allen che mi sono sempre piaciuti e che quindi ho riguardato con piacere. La sua assenza, almeno dallo schermo, è un plus e la sua voce narrante non disturba più di tanto visto in questo caso non parla con il suo classico balbettio, né si impunta su alcuna parola. L'intreccio di vicende fra i singolari e molto vari personaggi è apprezzabile e anche lo scorrere del tempo è reso piacevolmente. Il cast “di contorno” è assolutamente al livello, se non migliore, delle prime donne.
Un film leggero e senza grandi pretese, ma certamente vario e godibile.

 

452 “Erin Brockovich” (Steven Soderbergh, USA, 2000) * con Julia Roberts, Albert Finney, David Brisbin * IMDb 7,3 RT 84%  *  Oscar a Julia Roberts protagonista e 4 Nomination (miglior film, Albert Finney non protagonista, regia e sceneggiatura)
Oserei definirlo una buona commedia basata su tragici fatti reali, messi in scena in modo poco credibile. La stessa (vera) Erin Brockovich-Ellis affermò che il film è al 98-99% inaccurato. Per la cronaca, la vera Erin pare che abbia venduto alla Universal i diritti della sua storia per 100.000 dollari e compare nel film nelle vesti di una cameriera; il giudice che legge la prima sentenza è quello che veramente prese la decisione e (benché già in pensione) accettò di replicare la scena.
In effetti, al di là dei fatti narrati, “Erin Brockovich” si regge sulle interpretazioni di Julia Roberts (una volta tanto apprezzato il suo lavoro) e del sempre ottimo Albert Finney che, a differenza della Roberts che quasi non aveva concorrenti fra le candidate all’Oscar, si trovò davanti il vincitore Benicio Del Toro (Traffic), Joaquin Phoenix (Gladiator), Willem Dafoe (Shadow of the Vampire) e Jeff Bridges (The Contender).
Nel complesso un film certamente guardabile ma non proprio memorabile.

 

451 “Handia” (Aitor Arregi, Jon Garaño, Spa, 2017) tit. int. “The Giant” * con Eneko Sagardoy, Ramón Agirre, Iñigo Aranburu, Iñigo Azpitarte  *  IMDb 6,8 RT 71%
Deludente film tratto, più che da una storia vera, da un personaggio realmente esistito. In effetti la storia è relativamente comune, vale a dire quella di persone che a causa di una qualche patologia avevano aspetto molto diverso dalle “normali”. In questo caso si tratta di gigantismo e il protagonista è Miguel Joaquín Eleizegui Arteaga (1818-1861), soprannominato il Gigante de Alzo per i suoi notevoli 242cm di statura.
I trucchi per far apparire Eneko Sagardoy (1,84m) oltre mezzo metro più alto sono abbastanza ben realizzati, ma il film è estremamente lento e ripetitivo, il cast non è certo fra i migliori, i registi si perdono spesso negli “intermezzi” di esterni naturali che pur godendo di una buona fotografia poco o niente hanno a che vedere con la storia.
Meraviglia il gran successo ai Goya (10 premi da 13 Nomination) e quindi sorge il sospetto delle solite decisioni “politically correct”, visto che è un film completamente basco ... scusate “euskera” ...
Volendo fare un azzardato paragone, è anni luce lontano da “The Elephant Man” (David Lynch, 1980) con Anthony Hopkins, John Hurt, Anne Bancroft, attualmente al 148° posto della classifica IMDb dei miglior film di sempre.

 

450 “Mary Poppins Returns” (Rob Marshall, USA, 2018) * con Emily Blunt, Lin-Manuel Miranda, Emily Mortimer, Meryl Streep, Dick van Dyke, Colin Firth, Julie Walters, Angela Lansbury * IMDb 7,4 RT 77%
Avendo un biglietto gratis da utilizzare entro fine anno, ho scelto questo film “Mary Poppins Returns” come minore dei mali (si sa che durante le feste si trova poco di serio). Devo dire che l'ho trovato migliore di quanto mi aspettassi, soprattutto grazie al cast di livello con le due Emily, la sorpresa di Lin-Manuel Miranda, le parti marginali affidate Meryl Streep, Colin Firth e Julie Walters, e i cameo finali di due ultranovantenni: Angela Lansbury (nota in Italia come "la signora in giallo") e soprattutto Dick van Dyke (protagonista dell'originale del 1964, con Julie Andrews) che, nonostante l'età, si esibisce in una scena di ballo (su una scrivania). Unica nota stonata Ben Whishaw nei panni di MichaelBanks, mi è sembrato un vero incapace.

Il pubblico, anche perché sono andato all'unico spettacolo in v.o. era composto da soli adulti che senza dubbio sono quelli che possono apprezzare le tante similitudini, adattamenti, citazioni della prima versione, e ciò vale anche per le versioni doppiate.
Nonostante la buona grafica e i non eccessi in nessun campo (né troppe canzoni, né troppe coreografie, né troppi disegni) sospetto che non avrà un gran successo fra il pubblico giovanile, mi sembra inequivocabilmente datato.

 

449 “El extraño viaje” (Fernando Fernan Gomez, Spa, 1964) * con Carlos Larrañaga, Tota Alba, Lina Canalejas, Rafaela Aparicio, Jesús Franco, María Luisa Ponte * IMDb 8,0 RT 100%
Si sarebbe dovuto chiamare “El crimen de Mazarrón” essendo vagamente ispirato ad un fatto di cronaca nera, a tutt’oggi irrisolto. Su una spiaggia vicina alla cittadina in questione, nel gennaio 1956, un pescatore trovò due cadaveri e tre coppe di champagne (o forse cava), due delle quali erano state avvelenate. Non avendoci messo mano Azcona (strano) l’idea per questo film venne al suo grande amico Luis Berlanga, regista e sceneggiatore di tanti film che si trovano sempre citati fra i migliori spagnoli in assoluto e del periodo franchista in particolare. E anche in questo caso nella ben articolata storia inserì tanti personaggi e particolari “contrari alla morale” del regime tanto che dopo pochi giorni “El extraño viaje” fu ufficialmente censurato e rimase nei magazzini dei produttori per 6 anni prima di tornare con gran successo nelle sale e diventare il cult che è adesso. In merito al travagliato rapporto franchismo/cinema segnalo questo lungo articolo pubblicato su http://academia.edu
http://www.academia.edu/8087254/Disidencia_en_el_franquismo_an%C3%A1lisis_de_cinco_pel%C3%ADculas
Per evitare spoiler, dico solo che la caratterizzazione dei personaggi del piccolo paesino spagnolo è perfetta per una commedia negra (e critica di costume) spaziando dai giovani che seguono le nuove mode con gran disapprovazione delle più anziane e interesse degli anziani ai ricchi e avidi del paese che fanno vita riservata spiando ed essendo spiati, dai pettegolezzi da bar a quelli bigotti da chiesa, ma probabilmente ciò che portò alla censura fu l’uomo che indossa abiti femminili, apparendo anche con solo indumenti intimi. La storia è piena di sorprese e passa da un quasi mistery iniziale ad un chiaro thriller finale.
Da non perdere, possibilmente in edizione originale per apprezzare al meglio le interpretazioni degli ottimi caratteristi protagonisti del film.

 

447 “The Love of Sumako the Actress” (Kenji Mizoguchi, Jap, 1947) tit. or. “Joyû Sumako no koi” * con Kinuyo Tanaka, Sô Yamamura, Kikue Môri * IMDb 7,1
448 “Women of the Night” (Kenji Mizoguchi, Jap, 1948) tit. or. “Yoru no onnatachi” * con Kinuyo Tanaka, Sanae Takasugi, Tomie Tsunoda * IMDb 7,3

Nell’immediato dopoguerra, e subito dopo l’apprezzato “Utamaro” (1946), Kenji Mizoguchi diresse questi due film di taglio abbastanza insolito, molto diversi fra loro e anche dai precedenti.
“The Love of Sumako the Actress” è un vero e proprio melodramma legato all’ambiente teatrale e in alcuni passaggi quanto proposto sul palcoscenico e quanto raccontato nella storia per lo schermo sono indissolubilmente legate fra loro. Si tratta di un’interessante narrazione degli sforzi di una compagnia teatrale di rompere l’egemonia del teatro classico giapponese proponendo opere “occidentali” di vario genere, da “Casa di bambola” di Ibsen alla conclusiva versione in prosa di “Carmen” di Mérimée.
In “Women of the Night” Mizoguchi passa a tutt’altro ambiente, quello delle tante donne che rimaste senza uomini (morti in guerra) e senza lavoro né soldi nella crisi economica del dopoguerra, per sopravvivere non vedono altra soluzione se non quella di fare le mantenute o le prostitute di strada. In questo caso le protagoniste sono due sorelle di idee un po’ diverse, ma entrambe entreranno in quel giro, anche a causa di un trafficante di oppio.
Due film solidi che, oltre che sul mestiere di Mizoguchi, contano anche su buone sceneggiature e interpretazioni a cominciare da quelle di Kinuyo Tanaka, interprete principale di entrambi.

 

446 “The Million Ryo Pot” (Sadao Yamanaka, Jap, 1935) tit. or. “Tange Sazen yowa: Hyakuman ryô no tsubo” * con Denjirô Ôkôchi, Kiyozo, Kunitarô Sawamura * IMDb 8,0
Secondo adattamento (molto libero come il primo) del famoso romanzo satirico russo “Le dodici sedie”, poi portato sullo schermo in innumerevoli altre versioni, le più famose delle quali sono “Una su 13” (1969), con un cast d’eccezione che includeva Sharon Tate, Vittorio Gasman, Orson Welles e Vittorio De Sica, e “The Twelve Chairs” (Il mistero delle dodici sedie), diretta l’anno successivo da Mel Brooks con Dom DeLuise, Frank Langella e lo stesso Mel Brooks.
Penso che sia la prima commedia giapponese d’epoca nella quale mi imbatto e ci sono arrivato in quanto è reputata un apprezzato classico nel suo genere. Personaggi singolari (due fratelli che quasi si odiano, un samurai orbo e monco, rigattieri, mogli opprimenti e amanti, un bambino orfano, ) si incrociano e si ritrovano più volte nel tentativo di recuperare un vaso che vale una fortuna. Punti d’incontro fra alcuni protagonisti sono gli ancor più singolari il locale di tiro con l’arco (in versione mini e indoor) e quello di pesca di pesci rossi.
Nel complesso “The Million Ryo Pot” è non solo una vera piacevole curiosità cinematografico ma anche un interessante sguardo su aspetti poco conosciuti della vita giapponese di tanti anni fa.

 

445 “¿Quién puede matar a un niño?” (Narciso Ibáñez Serrador, Spa, 1976) tit. it. “Ma come si può uccidere un bambino?” * con Lewis Fiander, Prunella Ransome, Antonio Iranzo * IMDb 7,3 RT 79%
Tante volte, indagando in merito alla cinematografia spagnola, mi ero imbattuto in questo titolo, considerato quasi unanimemente uno dei migliori horror spagnoli. Finalmente mi sono deciso a guardarlo (non sono un appassionato del genere) e devo dire che è abbastanza originale in quanto alla trama ed anche ben girato, tendendo più al thriller che all’horror. Buona anche la scelta della location, una immaginaria isola abbastanza lontana dalle coste spagnole.
Gli esperti del settore sapranno certamente cogliere meglio di me quanto di positivo e veramente diverso dagli altri si può vedere in questo film.
In assoluto non è un granché ... come la maggior parte degli horror.

 

444 “100 metros” (Marcel Barrena, Spa, 2016) * con Dani Rovira, Karra Elejalde, Alexandra Jiménez * IMDb 7,5 RT 78%
Dani Rovira si propone in un ruolo per lui parzialmente insolito; infatti esordì con gran successo come protagonista di “Ocho apellidos vascos”, nel quale aveva una parte anche Karra Elejalde (qui il suo burbero suocero) e ha continuato per lo più con le commedie pure. Qui si destreggia più che bene anche nella parte più drammatica di questo film che, basato su eventi reali, si sviluppa fra gravi malattie, sano cinismo e commedia.
La storia è quella di Ramón Arroyo, 35 di successo, con moglie, figlia ed un’altra in arrivo, che improvvisamente scopre di essere affetto da sclerosi multipla. Incredibilmente, Ramon - fra alti e bassi della malattia - riuscirà ad allenarsi e a vincere la sua sfida, quella di completare una Iron Man, gara di triathlon composta 3,8km da percorrere a nuoto, 80km in bici e una maratona 42km e pochi metri (esattamente 195), distanza che i medici prevedevano non potesse neanche riuscire a coprire da solo: “fra un anno non sarai capace di camminare neanche 100 metri”.
Il film ha avuto un gran successo in quanto ha saputo sottolineare le potenzialità della volontà di una persona a dispetto del dramma che si trova a vivere, ed ha ovviamente incontrato il sostegno e l’approvazione delle varie associazioni neurologiche, ospedali che trattano pazienti affetti da sclerosi multipla. Ottime le interpretazioni di Alexandra Jiménez (Inma, moglie di Ramón), di Karra Elejalde (il burbero e intrattabile suocero di Ramón) e di Dani Rovira che ha partecipato effettivamente ad una mezza Iron Man per poter realizzare le riprese in mezzo ad atleti veri, così come sono anche veri i vari malati ripresi nell’Institut Guttmann, di Badalona ospedale specializzato in neuroriabilitazione.
Diciamo che si perde un po’ nel finale in quanto, per fare più “spettacolo” e creare un’inutile suspense, dilata troppo i tempi della gara non rendendo un buon servigio né agli organizzatori, né al pubblico, né al vero Ramón Arroyo che terminò la sua Iron Man in un tempo molto migliore di quello proposto nel film ... e ciò si vede anche chiaramente nel parallelo film/riprese reali della gara.
Merita senz’altro una visione; la maggior parte di chi lo guarderà sappia che riderà abbastanza, ma si prepari anche con una buona quantità di fazzoletti ... “100 metros” è stato uno dei pochi film spagnoli i cui diritti siano stati comprati da Netflix.

443 “Calendar Girls” (Nigel Cole, UK, 2003) * con Helen Mirren, Julie Walters, Penelope Wilton * IMDb 6,9 RT 75%
Commedia più che dignitosa, basata su eventi reali con seri risvolti sociali-umanitari, interpretata da un cast di attrici e attori navigati che offrono ottime prove. Protagonista è Helen Mirren che ottenne anche una Nomination ai Golden Globes.
Nonostante la breve parte “ospedaliera” e il dramma familiare, lo spirito del gruppo di signore poco convinte delle attività tradizionali del Women's Institute risolleva ampiamente il morale e la visione risulta senz’altro piacevole.

 

442 “A Wicked Woman” (Nobuo Nakagawa, Jap, 1958) tit. int. “Dokufu Takahashi O-Den” * con Katsuko Wakasugi, Jûzaburô Akechi, Tetsurô Tanba  *  IMDb 7,1
Originali film giapponese fra melodramma e noir, la cui sceneggiatura si distacca molto da quelle classiche dell’epoca.
Ambientato a Tokio negli anni ‘70 del secolo precedente, segue le vicende di O-Den, truffatrice, ladra, madre di una bambina lasciata in custodia al padre, mantenuta da un gangster, corteggiata da un poliziotto, e tanto altro, in un vortice di avvenimenti, incontri casuali, intrecci di varie storie, tutto concentrato in poco meno di un’ora e un quarto.
Ben diretto e interpretato, si fa apprezzare anche riprese poco convenzionali come quelle dall’alto, quasi verticali. Ottima alternanza fra interni ed esterni fra vicoli di bassifondi e strade con case borghesi, spesso avvolte dalla bruma.
Cinematograficamente interessante e anche narrativamente appassionante, merita una visione.

 

441 “Muchos hijos un mono y un castillo” (Gustavo Salmerón, Spa, 2017) tit. int. “Lots of Kids, a Monkey and a Castle” * con Julita Salmerón, Antonio García Cabanes, Ramón García Salmerón  *  IMDb 7,7 RT 94%
Non proprio un documentario ma un biografia di una famiglia, composta da persone abbastanza fuori dal comune. Il titolo si riferisce al sogno che la protagonista aveva da bambina ... tutto avverato: 6 figli, una scimmia per un paio di anni e un castello per acquisito e poi abbandonato. Gruppo molto unito, con un gran senso dello humor, che si muove nel disordine più totale di migliaia di oggetti, scatole di ricordi, animali e via discorrendo. Il filo conduttore (più o meno) è quello della ricerca di una vertebra della nonna della protagonista Julita (quindi la bisnonna del regista), tutto ciò che rimane di lei in quanto il corpo venne ritrovato molto tempo dopo essere stata uccisa. La ricerca della vertebra e le discussioni su cosa si debba fare nell’eventuale momento del ritrovamento (seppellirla?) sono esilaranti e provocano altri arguti e genuini commenti da parte dell’indomita 80enne (all’uscita del film), madre dell’attore e in questo caso regista Gustavo Salmerón, che mai aveva avuto niente a che vedere con il mondo dello spettacolo.
Il film è stato girato nel corso di una dozzina di anni e include anche filmati familiari molto anteriori.
Pur essendo un film/documentario è stato uno dei grandi successi del 2017 in Spagna, ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti all’estero ed è quotato perfino su Rotten Tomatoes con un ottimo 94%.
Più che meritevole di una visione.

 

440 “Alice” (Woody Allen, USA, 1999) tit. it. “Alice” * con Mia Farrow, William Hurt, Joe Mantegna  *  IMDb 6,6 RT 77% * Nomination Oscar per sceneggiatura originale
Pare che questo film - del quale Allen è solo regista e sceneggiatore - non sia troppo amato neanche dai suoi fan. Io che non lo sono, dico che purtroppo ha creato il personaggio interpretato da Mia Farrow come se fosse uno dei suoi, clonato al femminile. Stesso balbettio, simili fisime, psicologia tirata in ballo più o meno dovunque ... e, per finire, la parte surreale-fantastica del curatore orientale è pressoché ridicola e gli effetti delle sue pozioni miracolose ampiamente prevedibili.

Allen ha prodotto di meglio; penso che il suo problema (in senso generale) sia stato quello di incaponirsi a voler sfornare un film all’anno e per questo è spesso ripetitivo. I suoi film migliori sono quelli nei quali è riuscito a cambiare decisamente rotta, staccandosi dai suoi cliché del momento.

 

439 “C.R.A.Z.Y.” (Jean-Marc Vallée, Can, 2005) * con Michel Côté, Marc-André Grondin, Danielle Proulx * IMDb 8,0 RT 100%  *  presentato a Venezia 2005 in anteprima europea, ma fuori concorso
Quarto film del poco prolifico regista canadese, che si fece conoscere a livello internazionale solo pochi anni fa con il suo “Dallas Buyers Club” (2013) che ottenne 3 Oscar e 3 Nomination. Questa commedia racconta le vicende di una famiglia un po’ fuori della norma, con 5 figli maschi mal assortiti, le cui iniziali formano l’acronimo del titolo che, fuso in una sola parola, significa “pazzo”. Inoltre, “Crazy” è il titolo di una famosissima canzone country che ha un ruolo importante nel film sia quando la si ascolta interpretata da Patsy Cline, sia per il vinile che compare più volte.
Si procede fra alti e bassi, con Zac (il quarto figlio, che seguiamo dalla travagliata nascita) protagonista principale e con i suoi difficili rapporti con i genitori, nonché con il secondogenito Raymond. Qualcosa diverte, altro è banale; per ciò che racconta è ben girato con riprese spesso singolari e il ritmo certo non manca visto che nelle 2 ore di film si narrano oltre 20 anni di vicende della famiglia.
Non mi è dispiaciuto, ho apprezzato l’eterogenea composizione della colonna sonora (da Patsy Cline a Charles Aznavour e a David Bowie) e la varietà dei caratteri dei protagonisti (anche se 3 dei fratelli restano quasi del tutto sconosciuti), ma allo stesso tempo non comprendo l’entusiasmo di molti ...

 

438 “El Cid” (Anthony Mann, USA, 1971) * con Charlton Heston, Sophia Loren, Raf Vallone * IMDb 7,3 RT 92%
3 Nomination Oscar (scenografia, commento sonoro, canzone originale)
Molto fantasioso rispetto alla realtà storica, ma in merito alle gesta del Cid Campeador (certamente esistito) ci sono sempre state innumerevoli leggende. Produzione italo-americana attorno alla quale si svilupparono infinite polemiche e liti fra gli stessi protagonisti, regista e produttori. Nelle intenzioni, voleva raggiungere il successo di Ben Hur (William Wyler, 1959, 11 Oscar, dei quali uno a Charlton Heston protagonista), ma non fu così. Fin dall’inizio Charlton Heston e la Loren vennero ai ferri corti soprattutto per il fatto che Sophia avesse un cachet più alto (1 milione di dollari!) e praticamente non si guardavano in faccia neanche sul set, Heston non apprezzava Mann specialmente per non essere esperto in quanto agli esterni (avrebbe preferito lavorare di nuovo con Wyler, addirittura la Loren fece causa alla produzione che aveva fatto apparire il suo nome sotto a quello di Charlton Heston.
In effetti il paragone fra “El Cid” e “Ben Hur” è improponibile, così come il lavoro di Mann non è assolutamente comparabile con quello di Wyler pur girando negli stessi 70mm ed avendo ampi scenari naturali, 4 castelli come location e 7.000 comparse. Le tre ore del film risultano essere un po’ pesanti, gli esterni sono spesso ripetitivi limitandosi a lunghe inquadrature di una marea di soldati appiedati e a cavallo, gli interni sono spesso estremamente vuoti sia come scena che in quanto a personaggi.
In effetti non un granché.

 

437 “La doccia” (Yang Zhang, Cina, 1999) tit. or. “Xi zao” * con Jiayi Du, Bing He, Wu Jiang * IMDb 7,5 RT 86% * premio del pubblico Far East Film Festival di Udine
Divertente e originale commedia, piena di buoni sentimenti, un elogio di uno stile di vita tranquilla in un punto di aggregazione tradizionale (i bagni pubblici, quasi spa di altri tempi) che probabilmente non si trova più neanche in Cina
In questo caso, i bagni sono gestiti da un anziano, assistito da un figlio con un ritardo mentale, tuttavia molto operoso, collaborativo e soprattutto allegro. Interessante e ben descritta la varia umanità dei frequentatori abituali (per lo più abbastanza avanti negli anni) fra i quali se ne distinguono due perennemente impegnati nei combattimenti di grilli (arrivano perfino a scambiarsi accuse di doping!) e un aspirante cantante che interpreta ‘O sole mio (in quasi napoletano) a squarciagola, in vista di una sua esibizione pubblica.
Inoltre, nella seconda metà, c'è un bellissimo flashback che riporta alle origini della famiglia, quando viveva in un luogo desertico dove l'acqua era più importante del cibo. Contrasto con l'acqua che ogni giorno scorre a profusione nei bagni.
Piacevole e ben realizzato, con personaggi ben delineati e ben interpretati, dimostra ancora una volta che le commedie per piacere non devono essere per forza volgari, gridate, o quasi assurde.
Assolutamente consigliato.
Questa è l’esibizione sul palco dell’aspirante cantante (minimo spoiler)
 

436 “Corto Maltese - Sous le signe du capricorne” (Richard Danto, Liam Saury, Fra, 2002) tit. it. “Corto Maltese - Tropico del Capricorno” * animazione  *  IMDb 7,2
Dopo che il dvd mi era capitato fra le mani più volte, ho deciso di guardare questo film d’animazione, ovviamente ripreso pari pari da una serie di graphic novel di Hugo Pratt. Si tratta quindi di una classica avventura del navigatore errante, ambientata fra Caraibi e Brasile, ben resa, piena di avvenimenti, condita con un poco di voodoo.
Se piace il genere, è senz’altro da guardare, ma se preferite i film d’animazione disneyani o i moderni pieni di CGI o quelli in 3D, non è pane per i vostri denti.

 

435 “The Broken Circle Breakdown” (Felix van Groeningen, B/NL, 2012) tit. it. “Alabama Monroe - Una storia d'amore” * con Veerle Baetens, Johan Heldenbergh, Nell Cattrysse * IMDb 7,8 RT 82% *  Nomination Oscar miglior film non in lingua inglese * 2 premi a Berlino
Assolutamente niente male questo film a dir poco drammatico che affronta agilmente una marea di problemi scottanti e attualissimi, fra i quali ricerca medica, eutanasia, accanimento terapeutico, religione che diventa imposizione, evoluzionismo vs creazionismo. Tutto viene inserito in modo “leggero” (in termini di tempi) nella complessa storia di una coppia e della loro figlia nel corso di 7-8 anni descritti con sapienti fashback, mai troppo lunghi. A tutto ciò va aggiunta una piacevole, e soprattutto significativa, colonna sonora esclusivamente country, per lo più bluegrass ... le canzoni scelte hanno sempre testi attinenti alla storia narrata. Buone interpretazioni completano il quadro. Volendo trovare una pecca, lo sfogo del protagonista verso la fine del film è un po’ troppo lungo e sorprende la mancanza assoluta di reazioni, di qualunque genere.
Felix van Groeningen ha adattato per lo schermo il lavoro teatrale del 2008 scritto a 4 mani da Mieke Dobbels e Johan Heldenbergh (coppia nella vita reale per ben 19 anni, con 3 figli), lui è anche il protagonista del film.
In conclusione, al di là della parte più drammatica, sono proposti tanti argomenti seri e degni di seri approfondimenti che molto probabilmente avranno fornito spunti per accese discussioni ... qualcuno ha scritto: “film da non andare a guardare in coppia”. Oltretutto, specialmente nella seconda parte, viene fuori una sorta di amore-odio per la cultura americana, con manifesti attacchi a George Bush (junior) del quale vengono mostrati vari spezzoni di video.
Più che consigliato.

 

434 “Dogtooth” (Yorgos Lanthimos, Gre, 2009) tit. or. “Kynodontas” * con Christos Stergioglou, Michele Valley, Angeliki Papoulia  *  IMDb 7,3 RT 92% * Nomination Oscar miglior film non in lingua inglese, 2 premi a Cannes (Un Certain Regard e Youth Award)
Mi convinco sempre più sia del fatto che Lanthimos sia seriamente disturbato che del fatto che le giurie dei vari Festival e Oscar siano sempre meno affidabili ... spesso sembra che diano più valore alle provocazioni e all’originalità fuori dagli schemi che alle effettive qualità cinematografiche.
All’ignobile sceneggiatura di “Kynodontas” (Lanthimos ne è coautore) si aggiunge il fatto che oltre il 95% delle inquadrature sono fisse e spesso lunghe, con voci fuori campo che dicono cose abbastanza sconclusionate, con tante teste e figure mozzate ovvia conseguenza del non utilizzo di zoom, pochissimi i movimenti di macchina, per lo più camera a mano.
Molti “geni” hanno voluto vedere nel film i significati più strani e diversi, ma per me rimane un abominevole film mal diretto, mal pensato e mal interpretato ... ergo, evitatelo.
Senza dubbio il peggior film dei 434 che ho finora guardato quest’anno.

 

433 “Wild Geese” (Shirô Toyoda, Jap, 1953) tit. or. “Gan” * con Hideko Takamine, Hiroshi Akutagawa, Jûkichi Uno
IMDb 7,4 * Nomination Leone d’Oro a Venezia
Ottimo film in classico stile giapponese degli anni ’50, diretto da un regista poco conosciuto ma che non ha molto da invidiare ai vari Ozu, Mizoguchi e altri maestri dell’epoca.
Protagonista assoluta un’ottima Hideko Takamine, a ragione una delle più apprezzate attrici giapponesi. Fra gli altri, lavorò con Ozu, Naruse (una dozzina di film) e Kinoshita (memorabile la sua interpretazione in “Twenty-four Eyes”, 1954) e poi sposò il regista Matsuyama ma, andando contro la prassi, non smise di lavorare.
Questa storia esemplare di relazioni umane dettate da convenzioni, dipendenza dal denaro e affetti più o meno sinceri sembra dimostrare ancora una volta che se è vero che “la fortuna aiuta gli audaci”, è altrettanto vero che la sfortuna si accanisce con i timorosi e gli eterni indecisi. Ammirevoli sono i tempi degli intrecci, delle bugie pronte a venire a galla, delle parole non dette, degli incontri fortuiti e di quelli mancati che creano in questo film drammatico numerosi momenti di suspense.
Da guardare.

 

432 “Under the Hawthorn Tree” (Yimou Zhang, Cina, 2010) tit. or. “Shan zha shu zhi lian” * con Dongyu Zhou, Shawn Dou, Xuejian Li, Taishen Cheng * IMDb 7,1 RT 66%
Ho notato che molti (anche fra gli estimatori di Zhang) non hanno apprezzato più di tanto questo film romantico-drammatico, ma io l’ho trovato certamente di livello non inferiore al successivo “Lettere di uno sconosciuto” (2014) che è stato valutato in modo più positivo.
Ben lontano dagli spettacolari suoi film in costume più famosi, con questo film Yimou Zhang torna a narrare la vita in un ambiente rurale, stavolta in piena rivoluzione culturale maoista, e quindi ci consente anche di apprendere qualcosa dei problemi, detenzioni, divieti, dell'epoca compresi i famosi campi di riabilitazione.
La sceneggiatura è basata sul noto romanzo “Hawthorn Tree Forever” (Ai Mi, 2007) che a sua volta si rifà ad una storia vera di amore puro. La storia è per proposta e interpretata. Nonostante anche questa volta (come in simili casi precedenti) si affidi ad attori esordienti come Dongyu Zhou e Shawn Dou (i giovani interpreti principali) e tanti non professionisti, i risultati ottenuti da Zhang sono più che soddisfacenti, oserei dire ammirevoli
Quello che mi ha sorpreso è la quasi inesistente presenza di colori forti classici di Zhang, sorvolando sui pochi rossi (tanto per cambiare) in questo caso si è sbizzarrito con tante tonalità di azzurro (vedi foto).
Da IMDb apprendo che in Italia è passato al Festival di Udine del 2011, ma non vi è notizia di distribuzione, né è segnalato un titolo italiano; la traduzione del titolo internazionale del film è “Sotto il biancospino” mentre quello del libro è “Biancospino per sempre”.
Anche se effettivamente non fosse disponibile in italiano, suggerisco di recuperarlo ... secondo me è stato sottovalutato.

 

431 “Estiu 1993” (Carla Simón, Spa, 2017) tit. it. “Estate 1993” * con Laia Artigas, Paula Robles, Bruna Cusí
IMDb 7,2 RT 100% * premiato a Berlino come miglior opera prima, oltre a Grand Prix e Nomination Orso d’Argento nella sezione Generation Kplus (film che affrontano tematiche giovanili)
Nonostante i riconoscimenti ricevuti al Festival di Berlino, “Verano 1993” mi è sembrato solo pretenzioso, lento, abbastanza sconclusionato e noioso.
Frida, una bambina di 6 anni, in poco tempo perde sia padre che madre e alla morte di quest’ultima viene affidata a uno zio che vive in campagna con moglie e una figlia di 3 anni, Ana. Pur avendo apparentemente tutto l’appoggio e comprensione possibile, la ragazzina non riceve quasi nessun beneficio effettivo per superare il trauma a causa dell’eccessiva tolleranza (che spesso diventa irresponsabilità) dei parenti, inclusi nonni e altri zii, che mettono a repentaglio anche l’incolumità dell’innocente Anna.
Carla Simón (anche sceneggiatrice e alla sua prima regia di un lungometraggio dopo vari corti) non convince per niente in quanto a ritmo e utilizza troppo frequentatemene lunghi primi piani di Frida, alternati a riprese con camera a mano che la segue.
Ultimo dettaglio (che ho trovato fastidioso) è l’inserimento di un paio di simboli politici, assolutamente fuori luogo e oltretutto inutili nel contesto della storia. Dal titolo originale molti si saranno certamente resi conto che il film è prodotto in Catalogna; ma la storia potrebbe essere ambientata dovunque essendo un dramma strettamente famigliare. La regista e sceneggiatrice catalana, che contava su cast, staff e location catalane (e fin qui certamente nessuna obiezione) ha voluto ricordare la situazione secessionista mostrando Frida che in una festa tradizionale sventola una bandiera catalana (l’unica in quel contesto, che però veniva ben evidenziata) e la zia, nel momento in cui l’aiuta a fare dei compiti, elenca varie materie e quando giunge a “lingua”, dopo una pausa aggiunge: catalano (la questione dell’immersione linguistica in Catalogna è una delle più dibattute e causa di aspri scontri politici).
Ditemi voi che c’entra la politica nel dramma di una orfana, quando oltretutto nessun familiare è minimamente implicato in politica né si sente alcuno che parli di politica nel corso dell’intero film.

 

430 “Il Casanova di Federico Fellini” (Federico Fellini, Ita, 1976)” * con Donald Sutherland, Tina Aumont, Cicely Browne * IMDb 7,1 RT 43% * Oscar per i costumi (Danilo Donati) e Nomination per la sceneggiatura
Nel complesso deludente anche se i costumi del solito Danilo Donati (2 Oscar e 4 Nomination) sono veramente sensazionali e sono da apprezzare molto anche le scenografie (il film è stato interamente girato a Cinecittà).
Non capisco la scelta di Donald Sutherland nei panni di Casanova in quanto nella versione italiana si vede lui che muove le labbra completamente fuori sincrono con la voce, fornita da Gigi Proietti. Reputo che, almeno in una versione originale, ciò non debba accadere specialmente per un protagonista che parla molto e viene spesso inquadrato in primo piano o mezza figura.
Nell’adattare l’autobiografia di Casanova, gli sceneggiatori hanno scelto un limitato numero di eventi che sono distanti nel tempo e si svolgono in luoghi e ambienti molto diversi, facendo mancare quasi del tutto la continuità.
Con la scusa di feste e riunioni di appartenenti a ceti ricchi e stravaganti, Fellini ha avuto modo di inserire i suoi innumerevoli personaggi inusuali, spesso dai volti a dir poco bizzarri, talvolta fra gli stessi “aristocratici”, in altri casi come persone che dovevano intrattenerli con spettacoli di vario genere.
Fellini ha senza dubbio prodotto di meglio.

 

429 “El bar” (Álex de la Iglesia, Spa, 2017) * con Blanca Suárez, Mario Casas, Carmen Machi * IMDb 6,3 RT 100%
Cominicio con il segnalare gli splendide immagini sulle quali scorrono i titoli di testa, una sequenza di riprese supermacro di organismi visti al microscopio.
Comedia negra, quasi horror, che pone in uno spazio ristretto e senza apparenti vie di fuga 8 personaggi (3 donne e 5 uomini) di caratteristiche completamente diverse per idee, estrazione sociale, passato, cultura ed età. I sorprendenti sviluppi di una situazione già di per sé apparentemente inesplicabile li metteranno a turno alcuni contro altri o a far gruppo con contro un singolo. Le motivazioni, per quanto spesso biasimevoli, sono più che logiche e comprensibili e mostrano in più occasioni il peggio dell’essere umano fra razzismo, preconcetti, sesso, idee politiche.
Purtroppo (ma sarebbe stato estremamente difficile il contrario) il regista non riesce a mantenere ritmo, tensione e plausibilità costanti e si perde soprattutto nel finale. Nonostante alcuni abbassamenti di livello il film nel complesso regge ed è una sarcastica e graffiante satira di molte “malattie sociali” dei nostri giorni.
Da guardare.
Questo è il link per i titoli di testa

 

428 “Being Julia” (István Szabó, USA, 2004) tit. it. “La diva Julia” * con Annette Bening, Michael Gambon, Jeremy Irons, Maury Chaykin, Juliet Stevenson, Catherine Charlton * IMDb 7,0 RT 76%  *  Nomination Oscar per Annette Bening protagonista
Piacevole e divertente commedia drammatico-sentimentale ambientata a margine del mondo del teatro alla fine degli anni ’30, per lo più a Londra, con una breve diversione sull’isola di Jersey, nella Manica. Ottimo il reparto femminile del cast (la Bening è affiancata da due esemplari caratteriste quali Juliet Stevenson e Catherine Charlton) mentre dal lato maschile si distingue il solo Michael Gambon, seppur limitato in poche sporadiche apparizioni, spesso mute. Interessanti anche ambientazione, costumi e scenografie.
Consigliato.
 

427 “Pillow Talk” (Michael Gordon, USA, 1959) tit. it. “Il letto racconta” * con Rock Hudson, Doris Day, Tony Randall
IMDb 7,5 RT 92% * Oscar per la sceneggiatura e 4 Nomination (Doris Day protagonista, Thelma Ritter non protagonista, scenografia e musica)
Al contrario di quanto possa suggerire l’ignobile titolo italiano, si tratta di una commedia romantica in puro stile anni ’50. Buon cast, compresi i caratteristi, vari personaggi secondari ben pensati, ma la trama è abbastanza scontata (come del resto negli altri film di tale genere) a parte poche scene a sorpresa, un paio delle quali quasi un tormentone
Da guardare senza dubbio se vi piace il genere, in caso contrario se ne può fare tranquillamente a meno.

 

426 “The Kid Stays in the Picture” (Nanette Burstein, Brett Morgen, USA, 2002) * con Robert Evans e una marea di registi e attori * IMDb 7,4 RT 91%
Probabilmente ai più il nome Robert Evans non dirà molto, eppure, escludendo le sue poche e non certo memorabili apparizioni come attore, è stato uno di quelli che ha lasciato il segno nel nuovo cinema americano. Fu lui che, appena entrato nella Paramount, la portò dal nono al primo posto fra le major americane. Basti pensare che da quando fu messo a capo della produzione nella Paramount, questa sfornò successi in vari generi come Barefoot in the Park (1967), The Odd Couple (1968), Rosemary's Baby (1968), The Italian Job (1969), True Grit (1969), Love Story (1970), Harold and Maude (1971) e poi i suoi primi 3 film da produttore ufficialmente sono stati: The Godfather (Francis Ford Coppola, 1972), The Godfather - Part II (Francis Ford Coppola, 1974), Chinatown (Roman Polański, 1974).
Fu lui che volle Polanski per Rosemary's Baby (1968) e Coppola per “Il Padrino” (all’epoca entrambi non apprezzatissimi negli States), convinse Mia Farrow a terminare “Rosemary’s Baby” anche se ciò costò all’attrice il divorzio da Frank Sinatra.
Il biodocumentario è basato su un suo audiobook ed è sua la voce narrante, ovviamente in prima persona. Per gli appassionati di cinema è interessante questo sguardo dietro le quinte per avere almeno una vaga idea di ciò che succede fra finanziatori, produttori, registi e attori, spesso guidati non solo dal dio denaro ma anche da ripicche, gelosie, simpatie e amori.
Ben realizzato ed interessante. Consigliato ... se lo trovate (non sembra essere stato distribuito in Italia).

 

425 “The Thin Red Line” (Terrence Malick, USA, 1998) tit. it. “La sottile linea rossa” * con Jim Caviezel, Sean Penn, Nick Nolte, George Clooney, John Travolta, John Cusack, Ben Chaplin, John C. Reilly, Woody Harrelson, John Savage, Adrien Brody, Jared Leto  *  IMDb 7,6 RT 92% * 7 Nomination Oscar (miglior film, regia, sceneggiatura, fotografia, montaggio, sonoro, musica originale) * Orso d’Oro a Malick e Menzione d’Onore a John Toll per la fotografia a Berlino
Non ottenne nessuna statuetta poiché, per sua sfortuna, si scontrò con un altro famoso film di guerra sui generis: “Salvate il soldato Ryan” (5 Oscar e 6 Nomination) ... già fu strano che due film in un certo senso simili per fornire una visione della guerra diversa dagli stereotipi riuscissero ad accaparrarsi ben 18 Nomination. Un cast di attori eccezionale con tanti vincitori di premi Oscar (precedenti e successivi) e ancor più Nomination raccolte, ma quasi tutti hanno parti relativamente brevi, ma non si può parlare di film corale. Ottima la fotografia che spesso funge da sfondo alle considerazioni e ai ricordi dei protagonisti.

Nel corso delle quasi 3 ore di film, gli scontri a fuoco non sono predominanti, lasciando spazio a scene certamente più significative.
La sceneggiatura di “The Thin Red Line” (dello stesso Terrence Malick) è basata sull’omonimo romanzo autobiografico di James Jones dal quale nel 1964 era già stato realizzato un adattamento diretto da Andrew Marton. Da notare che l’autore fu anche consulente di uno dei più famosi colossal bellici: “The Longest Day” (“Il giorno più lungo”, 1962, 3 registi e un numero incredibile di star).
Un film che merita senz’altro di essere guardato con attenzione, per molti motivi.

 

424 “Widows” (Steve McQueen, USA, 2018) tit. it. “Eredità criminale” * con Viola Davis, Michelle Rodriguez, Elizabeth Debicki, Colin Farrel, Robert Duvall, Liam Neeson, Daniel Kaluuya  *  IMDb 7,4 RT 91%
Un ricchissimo e variegato cast per un film che si distingue nettamente dai tanti di genere simile. Una trama estremamente articolata che include un classico audace colpo, contornato da intrecci politici, ricatti, minacce, assassini.
Colpi di scena, sorprese e le immancabili necessarie coincidenze ne fanno una storia interessante ma (per fortuna) senza i soliti inseguimenti e senza lunghissime scene di suspense (spesso ridicole) ... tutto si svolge in maniera snella.
Non una capolavoro, ma certo molto ben realizzato e, soprattutto, originale.

 

423 “Bohemian Rhapsody” (Bryan Singer, UK/USA, 2018) * con Rami Malek, Lucy Boynton, Gwilym Lee * IMDb 8,4 RT 62% *
Come tutti forse già sapranno, dal punto di vista cinematografico il film è appena sufficiente, è solo l'ottima colonna sonora l'elemento che lo rende piacevole, visto che comprende estratti di quasi tutti i grandi successi del gruppo .
Non concordo con chi ha esaltato l’interpretazione di Rami Malek nelle vesti di Freddy Mercury (anche per colpa del makeup); se - forse - riesce a replicare abbastanza bene i movimenti sul palco, certo come attore non mi è sembrato un granché.

 

422 “Annie Hall” (Woody Allen, USA, 1977) tit. it. “Io e Annie” * con Woody Allen, Diane Keaton, Tony Roberts
IMDb 8,0 RT 97% * 4 Oscar (miglior film, regia, Diane Keaton protagonista, sceneggiatura) e Nomination per Woody Allen protagonista
Non amo particolarmente Woody Allen anche se apprezzo alcune sue graffianti critiche (e autocritiche) su vari formalismi, fisime varie e modi di agire tipicamente americani. Come accade molte volte in casi simili, purtroppo il film nel complesso risulta essere un calderone di sketch non sempre efficacemente legati fra loro; con minimi adattamenti potrebbe essere proposto in teatro con pochi attori e scenografie essenziali ... e forse sarebbe più godibile.
Film a tratti noioso, quando il buon Woody comincia a ripetere gli stessi concetti con il suo tipico (insopportabile) modo di balbettare, tanto da sembrarmi lungo nonostante duri poco meno di un’ora e mezza; solo nel finale diventa un po’ più snello.
Al fianco dei due protagonisti, oltre a Tony Roberts, compaiono brevemente anche vari volti noti quali Paul Simon, Shelley Duval, Christopher Walken e Jeff Goldblum.
Sopravvalutato sotto ogni punto di vista. L’Oscar per la regia fu assegnato ad Allen a discapito di George Lucas (Star Wars) e Steven Spielberg (Incontri ravvicinati del terzo tipo) ... incredibile ma vero!

 

421 “Scheherazade, Tell Me a Story” (Yusri Nasrullah, Egitto, 2009) tit. or. “Ehky ya Scheherazade” * con Mona Zaki, Mahmood Hemaidah, Hasan El-Raddad
IMDb 7,4 RT 89% * Lina Mangiacapre Award a Venezia
Con un po' di fortuna e occhio nella videoteca di Puerto de la Cruz si trovano vere rarità (che non equivale a dire perle) ... questa è una. Un film egiziano presentato anche in Italia a Venezia dove vinse il premio Lina Mangiacapre (film che mostrano nel segno della differenza il cambiamento dell’immagine della donna, soggetto di storia e di cultura).
Yusri Nasrullah fu allievo Youssef Chahine (il più rispettato regista egiziano di sempre) ed è autore impegnato. Tuttavia, in questo film non riesce a fornire immagini credibili delle donne egiziane (forse per superficialità, forse per mostrare casi limite), lasciando spiazzato lo spettatore occidentale.
La protagonista Hebba (anchor woman politica e di successo) vive nel lusso ed è sposata con Karim, giornalista filogovernativo. Due professionisti di ideali diversi, difficilmente possono convivere pacificamente in un campo delicato come quello della comunicazione. Nonostante Hebba rinunci ad occuparsi apertamente di politica, passando a interessarsi di temi sociali ed in particolare quello del ruoli della donna non può non nascondere che ognuno di essi sia comunque condizionato dalla politica. Intervistando in studio varie donne con trascorsi drammatici, scatenerà un nuovo putiferio che ovviamente non sarà gradito dal marito.
Ciò che sembra assolutamente irreale è il fatto che una giornalista possa essere giunta ad occupare tale posizione senza rendersi conto del tessuto sociale egiziano, dei problemi della vita di tutti i giorni, della violenza e chi più ne ha più ne metta. Un paio delle donne da lei intervistate nel suo show sono borghesi, relativamente ricche e di una certa cultura quasi a voler mostrare che il machismo è presente a tutti i livelli. Allo stesso tempo tutte le vittime, anche quella di classe meno abbiente, vengono mostrate spesso come delle sprovvedute credulone.
Un film nel complesso “volenteroso” ma insufficientemente realizzato, anche perché il cast lascia abbastanza a desiderare.
Resta comunque un’interessante visione, se non altro per lo sguardo critico su alcuni ambienti egiziani come quello della comunicazione e dei legami con la politica.

 

420 “¡A volar joven!” (Miguel M. Delgado, Mex, 1947) * con Cantinflas, Ángel Garasa, Daniel 'Chino' Herrera, Miroslava * IMDb 7,4
Quando mi capita l’occasione, non disdegno distrarmi guardando un film di Cantinflas. Nonostante sia stato uno degli attori messicani più amati, pochi lo conoscono al di fuori dei paesi latini in quanto gran parte della sua comicità si basava su giochi di parole, espressioni tipicamente messicane modificate, frasi sospese, paradossi linguistici spesso non traducibili in altre lingue ... con un vago paragone i suoi personaggi potrebbero essere assimilati a quelli di Groucho Marx.
In quasi ogni film aveva un diverso mestiere o professione, dai più umili come lavavetri o spazzino a quelli più rispettati se non importanti come avvocato, sacerdote, farmacista, ambasciatore, e via discorrendo.
In questo “¡A volar joven!” interpreta un allievo pilota che (come conseguenza delle sue solite frasi non terminate e comunque confuse) si trova a pilotare un aereo insieme con un suo collega, entrambi al loro primo volo. L’equivoco iniziale, ciascuno dei due pensa che l’altro sia l’istruttore, mi ha fatto tornare in mente quello di “Being There” visto pochi giorni fa ... strane coincidenze.


419 “La triade di Shanghai” (Yimou Zhang, Cina, 1995) tit. or. ”Yao a yao, yao dao wai po qiao“ * con Li Gong, Baotian Li, Xiaoxiao Wang
*  IMDb 7,2 RT 87% * Nomination Oscar miglior fotografia, Technical Grand Prize e Nomination Palma d’Oro a Cannes
Storia di gangster nella Shanghai degli anni 30. Nella prima parte Zhang ci guida in ambiente urbano e soprattutto nella ricchissima e fastosa residenza del "boss", mentre nella seconda trasferisce la scena in campagna, esattamente su una piccola isola, e con la collaborazione del direttore della fotografia Yue Lü da il meglio di sé in quanto a inquadrature, luci e colori.
Trama in sostanza abbastanza classica da gangster story, con la vamp donna del capo (Li Gong) il finale esce un po' dagli schemi e qualche reazione la trovo poco comprensibile.
Yue Lü aveva già curato la fotografia per Zhang l’anno prima in “Vivere” e poi l’avrebbe fatto per Keep Cool (Yimou Zhang, 1997), ma non dimentichiamo che è anche stato direttore della fotografia di “Red Cliff” (John Woo, 2008).
Film “bello” (in senso puramente estetico) ma non avvincente come altri del regista cinese, quindi da non perdere ma senza avere grandi aspettative in quanto alla sceneggiatura

 

418 “Ju Dou” (Yimou Zhang, Cina, 1990)  *  con Li Gong, Wei Li, Baotian Li * MDb 7,7 RT 100%  *  Nomination Oscar miglior film in lingua non inglese, Nomination Palma d’Oro a Cannes
Con questo suo terzo film (dopo il successo di “Sorgo rosso” e l’assoluto flop di “Codename Cougar”) Zhang comincia a prendere la stabile via del successo e mette in mostra varie delle sue caratteristiche: colori, fotografia, ambiente rurale tradizionale, dramma familiare, vendette, abusi.
Mi colpiscono sempre le location scelte da Zhang e le sue descrizioni degli ambienti lavorativi, artigianali e familiari, giochi dei bambini, riti, cerimonie e tradizioni. Mi appare come un gran conoscitore, o almeno attento osservatore, del tessuto sociale rurale.
Se in sorgo rosso li spettatori sono stati istruiti in merito alla produzione del vino di sorgo distillato, in Ju Dou si apprende come eseguire la tintura dei tessuti. Ciò fornisce ulteriore occasione a Zhang per sbizzarrirsi con i colori, con maggior frequenza varie tonalità di rosso - come Almodovar - ma anche tanti gialli e ocra.
Lussuria, infedeltà, machismo al limite dello schiavismo, menzogne, ma soprattutto stupidità porteranno a tragedie in serie.
Da non perdere.

 

417 “Being There” (Hal Ashby, USA, 1979) tit. it. “Oltre il giardino “ * con Peter Sellers, Shirley MacLaine, Melvyn Douglas  *  IMDb 8,0 RT 96% * Oscar a Melvyn Douglas non protagonista, Nomination a Peter Sellers protagonista
Mi unisco senz'altro al coro di tutti quelli che lo trovano sopravvalutato e, in sostanza, abbastanza sciocco.
Anche volendo concedere che gli sceneggiatori abbiano saputo scrivere dialoghi che si prestassero a diverse interpretazioni e creare situazioni originali tendenti al paradossale, non si può andare avanti con lo stesso registro per oltre due ore, con tutto il rispetto per Peter Sellers, Shirley MacLaine e Melvyn Douglas.

 

416 Animal House (John Landis, USA, 1978)
Film assolutamente demenziale, ma che ha fatto storia ... e si è meritato un post a parte su Discettazioni Erranti

 

415 “Barbara” (Christian Petzold, Ger, 2012) * con Nina Hoss, Ronald Zehrfeld, Rainer Bock * IMDb 7,2 RT 92%
Nomnation Orso d’Oro e altri 2 premi a Berlino
Misconosciuto film tedesco, nonostante abbia vinto l'Orso d'Argento per la regia e un altro premio a Berlino oltre ad essere candidato all'Orso d'Oro.
Ambientato negli anni '80, tratta della difficile vita di una dottoressa della Germania dell'est che vorrebbe passare "dall'altro lato" e per ripicca punizione viene trasferita in un piccolo ospedale di campagna, quasi sul Mar Baltico. Quasi tutti lì la guardano con sospetto e lei sospetta di tutti in quanto possibili informatori della Stasi, anche se la la polizia non ha certamente bisogno di nascondersi, la controlla in modo palese giungendo anche a perquisire lei e la sua casa accuratamente e più di una volta. Fra trame per riuscire a emigrare clandestinamente, tentativi di fuga, tentati suicidi e problemi di coscienza e pratici, la dottoressa si troverà a dover fare una scelta decisiva.
Bel film che rende bene l’idea della vita nei paesi d’oltrecortina negli anni ’80, ben fotografato e ben interpretato, a metà strada fra thriller e spy story, con qualche scena romantica.
Interessante, da guardare.

 

414 “The Children Act” (Richard Eyre, UK, 2017) tit. it. “Il verdetto” * con Emma Thompson, Stanley Tucci, Ben Chaplin * IMDb 6,7 RT 71%
Parte bene, avvince su vari temi e poi si perde poco dopo la metà. Nella prima parte, presentando il lavoro di un giudice monocratico per casi che coinvolgono minori, si ascoltano rapidamente sentenze esemplari per ognuna delle quali si potrebbe discutere all’infinito senza giungere ad una soluzione definitiva e, parallelamente, viene mostrata la crisi di coppia della stessa Justice Fiona (sposata con Jack, un professore interpretato da Stanley Tucci).
La storia regge solo fino a giungere a sentenza del caso principale, asse portante di tutto il film, anche se si comincia a intravedere una certa superficialità. Infatti, dopo aver “risolto” il caso del giovane testimone di Geova che per motivi religiosi rifiuta la trasfusione che gli potrebbe salvare la vita, la sceneggiatura di Ian McEwan (basata su un suo romanzo) si perde in una serie di improbabili eventi e successive reazioni poco credibili. Tralascia quasi del tutto il momento critico del rapporto di coppia (ci sarebbe stato spazio per approfondirlo, approfittando anche dei due eccellenti interpreti Emma Thompson e Stanley Tucci), lascia nel vago il dilemma della priorità fra religione e vita, crea situazioni da telenovela o romanzo di appendice che mi sono sembrate inutili e/o fuori contesto.
Una grande occasione persa ... limitandosi ad un paio di temi - e trattandoli a dovere - il film sarebbe stato molto più interessante. Così com’è, le interpretazioni della sempre ottima Emma Thompson e del sempre sottovalutato Stanley Tucci non bastano a farne un film notevole.

 

413 “Colette” (Wash Westmoreland, UK, 2018) * con Keira Knightley, Eleanor Tomlinson, Dominic West * IMDb 6,9 RT 87%
Se andate a leggere una biografia di Colette, per quanto succinta possa essere, vi renderete immediatamente conto che ciò che ha assemblato Westmoreland per lo schermo è una minima parte delle molteplici attività e della lunga vita di questa autrice francese. Nel film, ambientato nel decennio a cavallo fra ‘800 e inizio secolo scorso, viene proposta come una disinibita giovane bisessuale, a tratti ingenua sprovveduta, in altri momenti spregiudicata e combattiva, obbligata a fungere da ghost writer, infine teatrante. Westmoreland sembra focalizzarsi più sulle piccanti avventure amorose che sulla vera personalità e storia di questa donna che non è diventata famosa solo per la sua vita sociale nell’ambito della nobiltà e borghesia francese ma anche e soprattutto per la sua capacità letterarie, artistiche e imprenditoriali. Solo nei titoli di coda si porta a conoscenza il pubblico che Colette ricevette infiniti riconoscimenti ufficiali ed onorificenze (perfino la Legion d’Onore), si distinse in tanti campi artistici e che alla sua morte (1954) le fu negata la cerimonia in chiesa ma in compenso fu la prima donna francese alla quale furono concessi i funerali di stato.
Pur pensando che Keira Knightley sia in genere attrice sopravvalutata, devo dire che in questo film si destreggia bene (anche sul palcoscenico) ma mi sembra che non sia per niente adatta al personaggio, in particolare se si guarda qualche foto d’epoca. Comunque, per sua fortuna, il resto del cast (mediocre) la fa sembrare ancor più brava.
Per la cronaca, nel 1991 Danny Huston diresse “Becoming Colette” (anche questo incentrato sugli inizi della carriera della scrittrice) e il film “Gigi” (9 Oscar, diretto da Vincente Minnelli nel 1952) è basato sull’omonimo racconto scritto da Colette nei primi anni ’40.
Leggo che la settimana scorsa è stato presentato al Festival di Torino ... andrò a leggere le impressioni di altri.

 

412 “Amour” (Michael Haneke, Austria/Francia/Germania, 2012) * con Jean-Louis Trintignant, Emmanuelle Riva, Isabelle Huppert  *  IMDb 7,9 RT 93% * Oscar miglior film non in lingua inglese (per l’Austria) e 4 Nomination (miglior fil, regia, sceneggiatura, Emmanuelle Riva protagonista) - Palma d’Oro a Cannes
In questo film drammatico e commovente, tragicamente realistico, Haneke pone il suo marchio di fabbrica con qualche allucinazione, un incubo, simbologia del piccione (che considererei semplicemente come uccello) e ancor di più con l’enigmatico il finale che sembra sia stato interpretato in tanti modi diversi, ognuno più che plausibile ma dai significati certamente distinti.
La apparente freddezza con la quale il regista (laureato in filosofia e psicologia) analizza e il rapporto fra i due protagonisti, una felice e colta coppia ottuagenaria con tanti interessi comuni è quasi eccezionale. Ogni valutazione viene suggerita ma lascia sempre spazio ad altri punti di vista e conseguenti azioni.
Pioggia di premi e Nomination per Haneke, l’85enne Emmanuelle Riva (la più anziana attrice mai candidata all’Oscar) e Trintignant, di 3 anni più giovane (tutti estremamente bravi nei rispettivi ruoli) ma ho trovato Isabelle Huppert ancora una volta poco convincente.
Film da non perdere, ma guardatelo sol se vi trovate in uno stato d’animo opportuno.

 

411 “Sorgo rosso” (Yimou Zhang, Cina, 1987) tit. or. “Hong gao liang” * con Li Gong, Wen Jiang, Rujun Teng
IMDb 7,5 RT 82% * Orso d’Oro a Berlino
Lungometraggio d’esordio per Yimou Zhang che, al primo colpo, ottenne l’Orso d’Oro a Berlino, ottimo viatico per la sua brillante carriera.
Se da un lato già risalta il suo indiscutibile gusto per la fotografia e i colori, nonché per la cultura tradizionale contadina, mi sembra di vedere una smania di mostrare e dire troppo con la conseguenza di confezionare un film un po’ confuso. Basti dire che la sceneggiatura è basata solo sulle prime due parti (di 5) di un romanzo storico del cinese premio Mo Yan (Nobel per la letteratura) che comprende molti più personaggi e avvenimenti, certamente non riassumibili in un paio d’ore, specialmente se si indugia (seppur in modo ammirevole) in scene come quelle del trasporto della sposa in portantina.
Vari episodi, come quello dei briganti, restano in sospeso dopo essere stati descritti molto sommariamente e la parte dedicata agli storici nemici giapponesi (persone pacifiche e gentili in patria, ma con un indiscusso passato di criminali di guerra) poco lega con la storia proposta nel film, insistendo inutilmente in su atroci e cruenti fatti storici a discapito di quelli familiari e sociali, fino a quel momento tema principale.
Resta comunque un ottimo film (seppur “a due velocità”) ed è fondamentale guardarlo nell’ambito della produzione complessiva di Yimou Zhang.

 

410 “Amazona” (Clare Weiskopf e Nicolas van Hemelryck, Col, 2016) * con Valerie Meikle, Diego Weiskopf, Clare Weiskopf, Nicolas van Hemelryck * IMDb 7,1
Fra documentario e biografia di una madre molto particolare, messo insieme dalla figlia ancora in cerca di risposte, con la collaborazione del marito Nicolas van Hemelryck, co-regista, co-sceneggiatore e operatore.
La madre è Val(erie) Meikle, avventurosa hippie che vive in Colombia, ai margini della selva amazzonica, Clare è la terza di quattro figli, avuti da due compagni diversi, eclissatisi come altri. Dopo molti anni di lontananza, Clare (incinta) decide di andare a trovare Val con la scusa di uno psuedodocumentario sulla sua vita da nomade, lontana dalla “civiltà”. Solo verso il termine le due donne si confrontano direttamente sullo spinoso tema della maternità e soprattutto su quanto diritto hanno le madri a perseguire i loro ideali e quanti doveri (limitanti) hanno verso i figli che hanno messo al mondo. L’incredibile 80enne continua a rivendicare la giustezza delle sue scelte, mentre la figlia le rinfaccia (seppur con amore filiale) di averla abbandonata a 11 anni e aver lasciato il fratello minore (ora sbandato tossicodipendente) in situazioni ancora peggiori.
Pur non essendo un granché dal punto di vista cinematografico, solleva importanti e pressoché irrisolvibili questioni etiche ... sono rarissimi i casi nei quali si può tracciare un confine netto e preciso fra modi di pensare.

 

409 “Ghost Dog: The Way of the Samurai” (Jim Jarmush, USA, 1999) tit. it. “Il codice del samurai” * con Forest Whitaker, Henry Silva, Cliff Gorman, John Tormey, Camille Winbush, Isaach De Bankolé, Tricia Vessey, RZA
IMDb 7,5 RT 82% * Nomination Palma d’Oro a Cannes
Film che non avevo mai sentito neanche nominare, che tuttavia ho recuperato dopo aver letto delle sue attinenze con il giapponese “Branded to kill” (Suzuki, 1968), guardato pochi giorni fa. Oltre a un parallelismo della trama in generale, alcune situazioni sono riprese in modo quasi identico.
L'ho trovato al di sopra delle mie aspettative, con un buon Whitaker (che di solito non apprezzo particolarmente) nonostante non abbia il physique du rôle del killer esperto di storia giapponese e di arti marziali. Il protagonista Ghost Dog legge Hagakure (guida pratica e spirituale dei samurai, scritta agli inizi del ‘700, ma pubblicata solo 2 secoli dopo) e numerose sono le citazioni da questo testo, ma ci sono anche tanti altri riferimenti letterari (tramite copertine di libri) a cominciare da “Rashomon” che si rivela un elemento importante nel contesto del film.
Apprezzabile lo humor sia per quanto riguarda gli anzianotti e sovrappeso mafiosi di Cosa Nostra, interpretati da un bel gruppo di bravi caratteristi in mezzo ai quali spicca un Henry Silva quasi mummificato (pur essendo appena 70enne), sia per il personaggio del gelataio che parla solo francese e non capisce una parola di americano. Ben pensato anche quello di Pearline, bambina saggia e colta che ama leggere.
Interessante anche la colonna sonora, con musica originale di RZA che (seppur in una piccola parte) è al suo esordio come attore.
In quanto a Jim Jarmush, trovo che abbia realizzato una pellicola pregevole ed in particolare ho apprezzato l’ottimo uso delle dissolvenze incrociate con gli stessi soggetti nello stesso ambiente e, da un punto di vista meno tecnico eppure importante, anche i tanti inserti di cartoni animati d’epoca, sempre sottilmente attinenti allo sviluppo della trama principale.
Più che consigliato (ci sono tanti morti ma non è assolutamente splatter, scrissi identico commento anche per “Branded to Kill”)

 

408 “Lettere di uno sconosciuto” (Yimou Zhang, Cina, 2014) tit. or. “Gui lai”, tit. int. “Coming Home” * con Li Gong, Daoming Chen, Huiwen Zhang * IMDb 7,3 RT 89%
Film “triste”, con buone interpretazioni ma dalla trama più o meno monotona e poco avvincente.
Non fra i migliori di Zhang; sembra che, come tanti ottimi registi e artisti in genere, ad un certo momento della carriera artistica abbia raggiunto un punto di saturazione, non solo non riesce a migliorarsi ulteriormente (cosa difficile in quasi ogni campo) ma non riesce neanche a mantenere i livelli simili a quelli della precedente creatività.
Ho in serbo altri film precedenti di Yimou Zhang, vedrò se è effettivamente così.
PS - Attenzione, ci sono vari film orientali con titolo internazionale molto simile che quindi possono creare confusione:
- The Road Home (Yimou Zhang, Cina, 1999)
- The Way Home (Jeong-hyang Lee, Kor, 2002)
- Coming Home (Yimou Zhang, Cina, 2014)

 

407 “La storia di Qiu Ju” (Yimou Zhang, Cina, 1992) tit. or. “Qiu Ju da guan si” * con Li Gong, Peiqi Liu, Liuchun Yang
IMDb 7,6 RT 86% * a Venezia 1992 Yimou Zhang ottenne ben 3 premi, fra i quali il Leone d’Oro, e Li Gong due (Golden Ciack e Coppa Volpi)
In alcuni momenti mi ha ricordato “L'insulto" (Ziad Doueiri, Libano/Francia, 2017, Nomination Oscar), una storia senza fine, non conclusa subito con buon senso da entrambe le parti e portata avanti con una escalation di dispendio di energie e soldi per ottenere in sostanza niente.
Storia esemplare ma troppo ammorbidita per lo schermo. Sarà mai possibile che i superiori in grado nella rigida gerarchia del regime cinese dell’epoca (tutti apparentemente “buoni”) non riescano a riportare ad un minimo di ragionevolezza il cocciuto e arrogante capovillaggio, tuttavia pacifico?
Ben diretto e interpretato, ma dalla trama molto poco convincente.
Merita comunque una visione, non solo per il gusto dell’immagine proprio di Yimou Zhang e per l’interpretazione di Gong Li, ma anche per lo sguardo antropologico sulla vita delle comunità rurali cinesi.

 

406 “Lo que le pasó a Santiago” (Jacobo Morales, Puerto Rico, 1989) * con Tommy Muñiz, Gladys Rodríguez, Johanna Rosaly  *  IMDb 7,5 * Nomination Oscar
Questo è il prima pellicola portoricana nella quale mi imbatto, è diretta dal più famoso regista dell'isola, è l'unico film di quel paese ad avere mai ottenuto una Nomination Oscar e secondo alcuni in altre edizioni avrebbe vinto la statuetta come miglior film in lingua non inglese ... purtroppo si trovò la strada sbarrata da Nuovo cinema Paradiso (Tornatore, 1990).

Narra di un vedovo appena andato in pensione che cerca di rimanere attivo e non avvilirsi per la solitudine. Deve gestire una situazione familiare un po’ complicata con un figlio in una clinica psichiatrica (ma non certo un caso disperato) e una figlia abbastanza irresponsabile. Quando incontra una donna affascinante dal passato a dir poco misterioso la sua vita cambia radicalmente e (forse) riuscirà a ricostruire i legami e ravvivare l’ottimismo dei vari protagonisti.
Certamente ben realizzato e ben interpretato, mi spinge a cercare di recuperare qualche altro film di Jacobo Morales.

 

405 “La prima Angélica” (Carlos Saura, Spa, 1975) tit. it. “La cugina Angelica” * con José Luis López Vázquez, Lina Canalejas, Fernando Delgado  *  IMDb 7,5 * Premio della Giuria e Nomination Palma d’Oro a Cannes
Da un’idea di Saura, sviluppata in sceneggiatura dallo stesso insieme con l’ineguagliabile Rafael Azcona, nasce questo singolare film non certo inferiore al precedente “Anna e i lupi”, né al successivo “Cria cuervos”, ma molto meno conosciuto.
Una stranissima impostazione nella quale il protagonista rivive vari momenti della sua infanzia (gli anni 30 della Repubblica e della guerra civile) mantenendo sempre lo stesso aspetto (José Luis López Vázquez) mentre gli altri personaggi sono interpretati da attori di età coerenti. Ovviamente Saura non perde l’occasione di inserire tanti riferimenti (per lo più critici) alla guerra civile, alla Repubblica, al clero onnipresente e oppressivo. Fra un poco di surrealismo e il classico humor nero di Azcona il film scorre piacevolmente mostrando con ironia vari aspetti della media borghesia spagnola.
In quanto a questo modo di proporre la storia, non si deve dimenticare che il regista era compaesano (aragonese) e grande amico di Luis Buñuel, il quale lo trattava quasi come un figlio considerati i 32 anni di differenza. Condividevano idee antifranchiste e anticlericali, passavano ore a mangiare e bere, quando lasciò incompiuto “Simón del desierto”, Buñuel propose a Saura di concluderlo e nel contratto di “La via lattea” (avendo 68 anni e sempre timoroso che qualche problema di salute non gli permettesse di terminare le riprese) fece inserire una clausola che stabiliva che in tal caso la regia sarebbe passata a Saura, Buñuel accettò anche con piacere di interpretare il boia nella scena di apertura di “Llanto por un bandido” (secondo film diretto da Saura, 1964).
A chi comprende lo spagnolo (o si fida dei traduttori online) segnalo questa interessante intervista nella quale Carlos Saura parla dei suoi rapporti con Luis Buñuel
Comunque, consiglio di guardare il film.

 

403 “Alice nelle città” (Wim Wenders, Ger, 1974) tit. or. “Alice in den Städten” * con Yella Rottländer, Rüdiger Vogler, Lisa Kreuzer  *  IMDb 8,0 RT 100%
404 “Il cielo sopra Berlino” (Wim Wenders, Ger, 1987) tit. or. “Der Himmel über Berlin” * con Bruno Ganz, Solveig Dommartin, Peter Falk, Otto Sander * IMDb 8,1 RT 98% * Nomination Palma d’Oro e premio per la miglior regia a Cannes
Indubbiamente Wim Wenders ha prodotto i suoi migliori film negli anni dei suoi inizi, in pieno fervore del nuovo cinema tedesco, che qualcuno chiamò anche “Film und Drang”, parafrasando il nome della famosa corrente letteraria “Sturm und Drang” della seconda metà del ‘700. Con lui ne fecero parte Herzog, Schlondorff, Von Trotta, Fassbinder, insomma un buon gruppo di innovatori.

“Alice nelle città”, sapientemente girato in bianco e nero, inizia negli Stati Uniti e termina in Germania, dopo un breve passaggio per Amsterdam. I protagonisti sono uno scrittore/fotografo trentenne, ipercritico della cultura americana (specialmente tv) e una bambina che gli viene “appioppata” dalla madre che dovrebbe poi raggiungerli in Europa, ma le cose non vanno proprio lisce. I dialoghi sono interessanti in quanto Wenders, pur sotto le spoglie di una commedia, riesce ad esprimere tutto il suo dissenso e le sue visioni del mondo moderno.
Assolutamente insolito, certamente ottimo. Da non perdere.
“Il cielo sopra Berlino”, anche questo in b/n con pochi, significativi, inserti a colori. La sceneggiatura scritta dallo stesso Wenders in collaborazione con Peter Handke è senz’altro ottima e originale, con un misto di angeli e umani, che si vedono o non si vedono, ma spesso si sentono, angeli che diventano umani e uomini che erano angeli, un film nel film con Peter Falk che interpreta sé stesso nel corso delle riprese di un episodio del tenente Colombo, e un circo sgangherato con la sua eterogenea troupe. Questo è, a mio modo di vedere, l’ultimo suo film veramente di rottura degli schemi e affascinante, dopodiché sembra aver perso il vero estro a cominciare dal successivo “Fino alla fine del mondo” (1991), una megaproduzione se paragonata alle precedenti.
Penso di non dire alcunché di nuovo affermando che Wenders ha messo nei suoi film tanta filosofia, analisi della società moderna, significato della vita. Fra gli altri film degli anni 70-80 diretti da Wenders segnalo “Falso movimento” (1975), “Nel corso del tempo” (1976), L’amico americano” (1977), “Lo stato delle cose” (1982) e il più famoso di tutti: “Paris, Texas” (1984).

 

402 “Branded To Kill” (Seijun Suzuki, Jap, 1967) tit. or. “Koroshi no rakuin” tit. it. “La farfalla sul mirino” * con Jô Shishido, Mariko Ogawa, Annu Mari
IMDb 7,4 RT 100%
Film d'azione, senza risparmio di pallottole e morti, ma non c’è quasi sangue, quindi niente a che vedere con lo splatter. Più che altro narra di una specie di gara fra top killer, con l'attuale no.1 dal volto sconosciuto. Le riprese sono molto interessanti, in puro stile new wave giapponese.
Sembra che “Branded to kill” sia uno dei più apprezzati di questo genere, un cult nel paese del sol levante, e sia i rating che i commenti lo confermano.
A questo film si è molto ispirato Jim Jarmush per il suo “Ghost Dog: The Way of the Samurai” (1999), riproponendo alcune scene quasi in fotocopia.
Consigliato solo se siete amanti di questo genere o del cinema giapponese non tradizionale, quasi d'avanguardia. Certamente non banale e assolutamente unico.

 

401 “A Woman of Rumour” (Kenji Mizoguchi, Jap, 1954) tit. or. “Uwasa no onna” * con Kinuyo Tanaka, Tomoemon Otani, Yoshiko Kuga  *  IMDb 7,7 RT 76%
Ancora una volta Mizoguchi ci porta nell’ambiente delle case da tè giapponesi (ochaya), popalate da geishe. Stavolta in una casa diretta da una vedova che deve confrontarsi con la figlia (di vedute moderne) non solo in questioni etiche. ma anche nel contendersi un possibile marito.
Il regista è ineccepibile come al solito.

 

Per informazioni generiche, tecniche e recensioni  dei film consiglio di consultare i seguenti siti:

IMDb (Internet Movie Database) : il più completo, la Bibbia del Cinema, con archivio di 3.5mln di titoli e quasi 7mln di nomi (in inglese)

Rotten Tomatoes : meno dati di IMDb, raccoglie soprattutto recensioni in rete, quindi carente su film datati (in inglese, con numerose recensioni in spagnolo)

Film Affinity/es : trovo che sia il più completo per quanto riguarda film spagnoli e dell'AmericaLatina (in spagnolo)

Allo Ciné : sopratutto cinema francese, ma non solo (in francese)

 Upperstall.com  : specializzato in cinema indiano. uno dei più frequentati al mondo fra i siti che si occupano di cinema  (in inglese)

per ricevere o fornire informazioni cinematograiche potete scrivermi a giovis@giovis.com

     

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